Bergamo, Teatro Donizetti: “Anna Bolena”

Teatro Donizetti – Stagione Opera e Balletto 2015
“ANNA BOLENA”
Tragedia lirica in due atti di Felice Romani
Musica di Gaetano Donizetti
Edizione critica a cura di Paolo Fabbri
Enrico VIII ALEX ESPOSITO
Anna Bolena CARMELA REMIGIO
Giovanna Seymour SOFIA SOLOVIY
Lord Rochefort GABRIELE SAGONA
Lord Riccardo Percy MAXIM MIRONOV
Smeton MANUELA CUSTER
Sir Hervey ALESSANDRO VIOLA
Orchestra I VIRTUOSI ITALIANI
Coro Donizetti
Direttore Corrado Rovaris
Maestro del coro Fabio Tartari
Regia Alessandro Talevi
Scene e costumi Madeleine Boyd
Light designer Matthew Haskins
Coreografia Maxine Braham
Produzione Fondazione Donizetti
Allestimento Welsh National Opera – Cardiff
Bergamo, 29 novembre 2015

In occasione del “Dies Natalis” del compositore orobico, non si poteva sperare in una celebrazione più azzeccata di questa messinscena della nuova edizione critica di Anna Bolena a cura di Paolo Fabbri, musicologo nonché direttore della Fondazione Donizetti che ha sede a Bergamo. Il regista Alessandro Talevi colloca la vicenda in un ambiente tetro, opprimente ed occlusivo dove il colore nero tinge indistintamente scene ed abiti. In mezzo al palco, una pedana circolare ruota costringendo i personaggi a subire l’ineluttabilità degli eventi attraverso un moto perpetuo che non concede alcuna possibilità di riscatto. Al levarsi del sipario, sulle note del primo coro dell’opera, Anna partorisce, purtroppo morto, l’agognato figlio maschio, evento nefasto che la condannerà definitivamente a perdere i favori del Re e che sarà causa della progressiva ed inesorabile discesa della protagonista nei meandri della follia. Quella stessa follia che durante la catarsi finale, porterà Anna ad annullare la propria psiche nel ricordo di quel figlio dato alla luce morto. Ad eccezione dell’ellissi tematica che collega idealmene il prologo all’epilogo, la regia di Talevi non si segnala per altre invenzioni particolari (nonostante la visione di Enrico che lecca lascivamente lo stivale di Giovanna durante il loro duetto provochi più d’un sussulto in sala), rimanendo perlopiù circoscritta ad una rappresentazione solo funzionale di quanto si narra nel libretto. Sono invece gli ottimi costumi dalle reminiscenze sadomaso firmati da Madeleine Boyd (rigidi bustier, stivali vertiginosi, pellicce, accessori in maglia di metallo) e il disegno luci realizzato da Matthew Haskins a fare la parte del leone in questa produzione. Corrado Rovaris alla guida de I Virtuosi Italiani rende piena giustizia all’edizione critica della partitura, che vede, fra le altre cose, la riapertura di tutti i tagli e il ripristino di tutti i da capo, estendendo la durata dell’opera a circa tre ore e quaranta minuti. Il maestro, caratterizzato da un gesto parco ma netto e molto preciso, conduce sana e salva in porto questa “nave”. Rovaris si impegna nell’epurazione delle scorie depositate dalla tradizione esecutiva, limando i turgori orchestrali di stampo tardo-romantico per sottolineare invece non quanto separa ma quanto unisce lo stile del giovane Donizetti ai suoi modelli formativi, Rossini in primis. Più che alla ricerca di un suono classicamente bello, il direttore si preoccupa che le dinamiche risultino sempre varie, espressive, attentamente dosate e strettamente correlate al momento scenico. A beneficiare di una tale concezione, sono principalmente i cantanti, i quali, ben sostenuti dalla rete di sicurezza che la direzione stende sotto il loro canto, possono esprimersi al meglio, a cominciare proprio dalla protagonista. Carmela Remigio sopperisce alla mancanza di allure timbrica con una dizione chiara e con un fraseggio al calor bianco carico di accenti efficacemente mutevoli. Il soprano abruzzese si trova per di più in una di quelle recite benedette in cui il cantante sa di poter chiedere l’impossibile alla propria voce. E difatti – dopo una cavatina iniziale alquanto fioca ed una cabaletta in cui la ripresa purtroppo semplifica la scrittura invece di rielaborarla in virtù di un maggiore effetto virtuosistico – lo strumento della Remigio, già a partire dal galvanizzante “Giudici…ad Anna!”, per proseguire con un riuscitissimo duetto con Giovanna ed un ancor più esplosivo terzetto con Percy ed Enrico, va a fondersi con il temperamento scenico e con le intenzioni interpretative in un’alchimia indubbiamente affascinante. La grande scena di pazzia che conclude l’opera rappresenta poi il climax di una performance che conosce poche sbavature, non tanto per un “Al dolce guidami castel natìo” dal tono smarrito e dall’emissione carezzevole, ma per un “Coppia iniqua” in cui la Remigio, totalmente conscia di avere l’intero pubblico in pugno, balzando sul proscenio, giganteggia non certo per la statura vocale in sé, ma per il piglio indòmito e per l’assoluta sicurezza con cui l’artista, a mento alto, appone il proprio sigillo sul personaggio. Parimenti impressionante per disinvoltura e resa vocale, l’Enrico VIII di Alex Esposito. La timbratura scura del suo strumento e l’ampiezza, nonché la proiezione del suono permettono al basso-baritono bergamasco di disegnare un sovrano autorevole e dal carattere nevroticamente protervo, in grado di suggestionare gli spettatori. Non ci è dato sapere in che misura l’esagerazione di alcuni atteggiamenti sulla scena che tendono a gonfiare la dimensione “orchesca” del personaggio (occhiatacce, boccacce, artigli alla Grand-Guignol) dipenda da indicazioni registiche piuttosto che da stimoli autonomi dell’artista; ciononostante, sono del tutto convinto che, di norma, si possa ottenere molto di più e molto di meglio da un sopracciglio alzato gelidamente o da un gesto che sia al contempo imperioso e composto. Maxim Mironov dà vita ad un Percy nobile e posato, sia nel canto che nell’interpretazione scenica. Il tenore russo ha voce di volume e brillantezza modeste, ma, a parte alcuni sporadici e perciò trascurabili cedimenti nell’intonazione sui primissimi interventi, si distingue per una musicalità ricercata ed un’eleganza nel gusto che non esito a definire entrambe sopraffine. Mironov possiede inoltre la capacità di mantenere l’emissione omogenea ed il colore uniforme lungo tutta l’estensione, sovracuti (fino al mi bemolle) compresi. Se poi si aggiunge la spiccata propensione al canto d’agilità, testimoniata anche da un trillo facile, ecco che incontriamo finalmente un Percy degno di nota. Sofia Soloviy è una Giovanna Seymour che ricorda nelle sembianze ed in certe movenze sinuose e misurate alcune delle interpretazioni cinematografiche di Cate Blanchett; ma i meriti di questo soprano non si esauriscono certamente in questa mia personale considerazione. La Soloviy ha difatti voce molto bella, pastosa nell’amalgama e vellutata nel timbro; canta bene, a tratti benissimo, sempre alla ricerca com’è di un suono rotondo e di un’emissione compatta, talvolta a scapito della dizione che giunge abbastanza nebulosa alle orecchie di chi ascolta. L’aria “Per questa fiamma indomita” si dipana deliziosamente sull’accompagnamento orchestrale, mentre la cabaletta fiorita “Ah! Pensate che rivolti terra e cielo han gli occhi in voi”, segnala appena qualche cedimento dovuto alla stanchezza, ma viene comunque condotta e portata a termine con indubbia perizia tecnica. In definitiva, una cantante molto dotata, che mi piacerebbe riascoltare anche in altro contesto. Manuela Custer (Smeton) incomincia bene con la canzonetta che il paggio improvvisa su invito della regina, brano in cui la cantante si produce mantenendosi vocalmente leggera su tutta la gamma, ma peggiora sensibilmente nel prosieguo dell’opera, soprattutto durante la scena del presunto tradimento, dove, forse per la foga interpretativa, le eccessive aperture del registro grave mettono in luce la problematica più evidente che una vocalità essenzialmente di soprano corto deve affrontare quando si cimenta in una tessitura chiaramente contraltile. Il Rochefort di Gabriele Sagona si staglia visivamente grazie ad una presenza scenica che fa breccia. Lo strumento di basso dalle inflessioni cupe e quasi coriacee fa emergere l’artista in un’interpretazione convincente del fratello di Anna. D’aspetto gradevole e sufficientemente corretto il tenore Alessandro Viola nei panni di Hervey. Molto buona la prova del Coro Donizetti, preparato da Fabio Tartari. Foto Gianfranco Rota