Parma, Festival Verdi 2016: “Don Carlo”

Parma, Teatro Regio, Festival Verdi 2016
“DON CARLO”

Dramma lirico in quattro atti su libretto di Joseph Méry e Camille du Locle dalla tragedia Don Karlos, Infant von Spanien di Friedrich Schiller e dal dramma Philippe II, Roi d’Espagne di Eugène Cormon. Traduzione italiana di Achille De Lauzières e Angelo Zanardini.
Musica di Giuseppe Verdi
Filippo II, Re di Spagna  MICHELE PERTUSI
Don Carlo, Infante di Spagna JOSÉ BROS
Rodrigo, Marchese di Posa VLADIMIR STOYANOV – GOCHA ABULADZE
Il Grande Inquisitore, cieco nonagenario IEVGHEN ORLOV
Un frate SIMON LIM
Elisabetta di Valois SERENA FARNOCCHIA
La Principessa Eboli MARIANNE CORNETTI
Tebaldo, paggio d’Elisabetta LAVINIA BINI
Il Conte di Lerma / Un araldo reale GREGORY BONFATTI
Voce dal cielo MARINA BUCCIARELLI
Deputati fiamminghi DANIELE CUSARI, ANDREA GOGLIO, CARLO ANDREA MASCIADRI, MATTEO MAZZOLI, ALFREDO STEFANELLI, ALESSANDRO VANDIN
Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini
Coro del Teatro Regio di Parma
Maestro concertatore e direttore Daniel Oren
Maestro del Coro Martino Faggiani
Regia Cesare Lievi
Scene e Costumi Maurizio Balò
Luci Andrea Borelli   
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma in coproduzione con Fondazione Carlo Felice di Genova, Òpera de Tenerife, Teatro Nacional de São Carlos di Lisbona
Parma, 11 ottobre 2016
Nonostante la serata “nera” che mette a dura prova gli artisti tutti, a causa dell’improvviso forfait (dal primo atto) di Vladimir Stoyanov  immediatamente sostituito da Gocha Abuladze e dell’annunciata ndisposizione del protagonista, José Bros, che ha deciso di continuare comunque, l’ultima recita del Don Carlo a Parma è stata molto ben accolta dai presenti, che hanno risposto con copiosi applausi all’imponente spettacolo. Le scene firmate da Maurizio Balò, che cura anche i meravigliosi costumi, sono estremamente semplicemente austere e giocate su agili  movimenti di fondali e quinte. Si fa ricorso anche ai video, nella fattispecie a istantanee di cielo e alle fiamme in movimento, per dare dinamicità alla messa in scena.  La regia è molto curata e carica di simbolismi. Ad esempio, laDaniel Oren presenza del crocifisso col sole: sole  e croce rappresentano il potere temporale e il cattolicesimo, e comunque il piegarsi del re nei confronti del papa, espressione sottolineata dall’ingresso poderoso dell’Inquisitore con un enorme crocifisso che fai inginocchiare il sovrano, ricordandogli il potere di Dio e il fatto che è lui un mero esecutore della Sua volontà. In corteo Lievi fa sfilare un flagellato in croce, altri due pronti per la ghigliottina, un altro appeso a testa in giù e ancora un carro con legno e libri. mantello nero a manifestare a tutti la perversione del suo animo, pronto a sacrificare il figlio, e il video finale con le fiamme che indica sia la passione amorosa sia la flagellazione infernale per le colpe commesse. Il gioco delle spade rovesciate in legno del popolo che diventano croci a simboleggiare la loro ribellione all’oppressione, ma anche il loro ispirarsi al cattolicesimo, che viene sempre prima del potere temporale. Lievi caratterizza inoltre l’allestimento da un assillante Don Carlo, Parma 2016voyeurismo: molti guardano quanto occorre in scena da dietro le quinte, dal recinto di erba, da dietro un’uscita e dall’uscio di una porta. Un modo per esteriorizzare il dramma vissuto e per portarlo in modo più diretto al pubblico. Una maniera per stimolare maggiormente il processo di identificazione degli spettatori che attraverso quegli occhi entrano in scena. Passando a un’analisi più tecnica, bisogna dire che l’attenzione posta alle diagonali di scena e alla gestione degli spazi è veramente impressionante. Molto delizioso il gioco tra Tebaldo e la principessa Eboli nel I atto. Lei lo avvolge con un drappo giallo e rosso con cui precedentemente lo aveva bendato. Ben costruita la chiosa del primo duetto fra Don Carlo ed Elisabetta: quest’ultima distesa sul marmo col corpo protratto verso destra, mentre il primo ai suoi piedi a sinistra, a bloccarla. Vorrebbe scappare, e nel riuscirvi cade a terra esausta: manifesta il suo dramma arrivando a somatizzarlo. Molto intenso l’inizio del terzo atto quando Filippo II è solo, seduto al tavolo e davanti a lui una sedia che occupa Elisabetta, frutto della sua immaginazione, che lo deride, lo schernisce con espressioni del volto chiare, e poi va via. Il personaggio esprime tutto il proprio dramma. È notte e la solitudine e i pensieri si fanno più ingombranti. La postura di chiusura e la fissità del corpo lo rendono quasi incatenato. Un dramma regale, contenuto, contrito: è chiuso in sé stesso e urla il suo dolore. Ben resa la scena del pentimento di Eboli per aver tradito la sua regina e durante questa si graffia per ripudiare la sua bellezza che maledice. Molto intenso anche il definitivo addio di Elisabetta e Don Carlo: prima sono all’estremità della lapide – lei a destra in ginocchio e lui a sinistra in piedi -, e poi piano piano si avvicinano, mantenendo comunque una certa distanza che solo alla fine superano unendo i palmi di una mano, in un tocco sensuale, ma assolutamente puro e consapevole dell’inesorabile e definitiva separazione. Un altro elemento riconoscibile della regia di Lievi è la ricorsività che rende circolare e fluida la drammaturgia: l’abbraccio tra Carlo e Rodrigo sia nel I sia nel II atto e la triangolazione scenica ne sono esempi. Molto intensa l’analisi psicologica dei personaggi. Il dramma della solitudine, di un’esistenza che non dà ciò che si vorrebbe. Tutti sono incastrati nel giogo di un destino crudele che oppone sempre le regole della vita pubblica a quelle del cuore. È evidente il lavoro fatto dal regista sui personaggi che interpretano intensamente un vissuto pesante e che riescono a restituirlo in modo impeccabile in scena. La direzione dell’Orchestra del Teatro Regio di Parma è stata ineccepibile. Daniel Oren è stato trascinante, appassionato. La sua bacchetta era decisa e la comunicazione con i musicisti e con gli interpreti è stata completa e assertiva. Tutto il suo corpo trasmetteva l’anelito e il suo entusiasmo che raggiungeva con passione i suoi Don Carlo, Parma 2016musicisti buoni esecutori della partitura, che hanno ben accentuato i chiaroscuri e colorato gli assoli e i momenti di maggiore intensità lirica. Il Coro del Teatro Regio è stato sempre all’altezza del ruolo dimostrandosi compatto, forte e sostenendo con attenzione i solisti. Il cast è nel complesso valido a partire dal Filippo II di Michele Pertusi che ancora una volta mostra cantante colto, tecnicamente solido e sempre attento a modulare, colirire e sfumare. Il tenore José Bros, aldilà della non perfetta forma, non è per timbro e corpo, l’interprete ideale al ruolo, ma è cantante intelligente, sa usare la mezzavoce e cantare con dolcezza, ha un accento appropriato, anche nei momenti più drammatici, anche se il registro acuto appare teso negli estremi acuti, ma, tutto considerato, è un buon Don Carlo.  Marianne Cornetti, è un’Eboli scenicamente piuttosto matronale, ha sicuramente dalla sua una vocalità solida, è piuttosto impacciata nella “Canzone del Velo” ma la voce non ha una gran varietà di colori e il fraseggio risulta, oltre che oscuro, monotono. Serena Farnocchia si disimpegna in una tessitura che non le sta certo addosso a  pennello, riesce però a districarsi nella parte con intelligenza, è sufficientemente varia nel fraseggio,  musicale e sicura scenicamente. Sul Rodrigo del baritono Gocha Abuladze salvatore in extremis della recita, ci limitiamo a elogiarne una certa spavalda sicurezza interpretativa, unita a una vocalità sufficientemente solida. Di buon rilievo la prova del Grande Inquisitore di  Ievgen Orlov e del Frate di  Simon Lim. Complessivamente valido l’apporto del resto del cast:  Lavinia Bini;Valido l’apporto di: Gregory Bonfatti , Daniele Cusari, Andrea Goglio, Carlo Andrea Masciadri, Matteo Mazzoli, Alfredo Stefanelli e Alessandro Vandin.

 

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