Cremona, Teatro Ponchielli: “La Traviata”

Cremona, Teatro Ponchielli, Stagione lirica 2016/2017
“LA TRAVIATA”
Melodramma in tre atti  su libretto di Francesco Maria Piave da “La dame aux camélias” di Alexandre Dumas.
Musica di Giuseppe Verdi
Violetta Valéry MIHAELA MARCU
Flora Bervoix DANIELA INNAMORATI
Annina ALESSANDRA CONTALDO
Alfredo Germont ANTONIO GANDIA
Giorgio Germont MARCELIO ROSIELLO
Gastone, Visconte di Létorières GIUSEPPE DISTEFANO
Il barone Douphol DAVIDE FERSINI
Il marchese d’Obigny MATTEO MOLLICA
Il dottor Grenvil SHI ZONG
Coro OperaLombardia, Orchestra I Pomeriggi Musicali
Direttore Francesco Lanzillotta
Maestro del coro Diego Maccagnola
Regia Alice Rohrwacher
Scene Federica Parolini
Costumi Vera Pierantoni Giua
Light designer Roberto Tarasco
Movimenti coreografici Valentina Marini
Nuovo allestimento.
Coproduzione: Teatri di OperaLombardia, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia e Teatro Comunale Luciano Pavarotti di Modena.
Sabato 10 dicembre 2016

Ogni volta che siamo a teatro, seguiamo quanto accade cercando, con attenzione, l’intenzione registica, e proviamo a individuarne la pregnanza simbolica che forse neanche il regista aveva pensato. Davanti però a La traviata di Alice Rohrwacher, in scena al Teatro Ponchielli di Cremona il 10 dicembre, siamo rimasti interdetti e anche un po’ imbarazzati. L’idea di estremizzare il voyerismo e di riflesso la critica al pressapochismo e alla sciatteria della società piccolo borghese, attanagliata nel suo perbenismo e facilmente scandalizzabile davanti alla diversità, ci sta, ma tutto il resto manca di fondamenti sostanziali e, come un castello di carta, è caduto davanti alle prime riflessioni. Sembra che la regista sia rimasta perversamente intrappolata a questa  idea che rimane tale. L’effetto di confusione e la mancanza di introspezione sono ciò che arrivano ai presenti, turbati per come sia state rovinate la pagine più belle dell’opera. Nel primo atto, eccetto Violetta e Alfredo, tutti gli altri hanno abiti scuri, identificabili come tecnici di produzione, con il conseguente appiattimento delle singolarità sceniche. Il set cinematografico in scena inoltre limita i movimenti rendendo la scena ingessata e statica. La scenografia del secondo atto e quella del terzo atto sono altresì discutibili come lo stesso passaggio dalla seconda festa di Flora all’appartamento parigini della Violetta in fin di vita. Pure la scena delle zingarelle è  appiattita e volgarizzata. Nessun movimento sinuoso, ma solo provocazione fine a se stessa. Scenicamente tutto ruota attorno a Violetta. È lei che abbraccia Alfredo, lo deride, che appare come un uomo debole, fragile, indeciso, infantile, forse succube del padre, e quindi “borghese”. Tale modus operandi e l’appiattimento attoriale mettono in ombra i ruoli minori, di cui non riusciamo neppure a distinguere le voci tanta sono “massa”, a eccezion fatta per Flora che nel secondo atto appare come alter ego di Violetta, sia nella gestione della situazione prima e durante il suo arrivo col barone Douphol, sia quando manda i paparazzi a mortificare l’attrice sua amica ormai priva della verve che le era propria, elevando se stessa come possibile nuova prima donna. Nella regia di Alice Rohrwacher manca anche la cura delle relazioni sceniche: spesso sembra che i cantanti siano chiusi in un profondo solipsismo, rivolgendosi al pubblico e non si relazionano con gli altri personaggi. Abbiamo apprezzato il video di una bambina con in mano una margherita a cui strappa con dolcezza i petali, bambina che nel finale entrerà in scena e giacerà accanto a Violetta, a rappresentare la purezza della sua anima ormai trascesa e persa nell’Eterno. Inoltre nel secondo atto nel giardino appena accennato, sono presenti delle radici sospese e una fossa riempite dalle stesse con il solito specchio riflettente. Radici che indicano forse lo sradicamento di Violetta dalla sua vecchia vita, oppure un ritorno alle origini, alla purezza. E se fosse un elemento privo di tale valenza simbolica?
La gestione delle luci, firmata da Roberto Tarasco, è altalenante e i passaggi sono troppo violenti: passiamo nel secondo atto, ad esempio, da un giardino verde a un terra desertica che ci lascia straniti. Anche le scene di Federica Paolini lasciano perplessi anche se in linea con l’idea registica, così come i movimenti coreografici, non inquadrabili,  di Valentina Marini. Spiccano invece i costumi di Violetta e Flora firmati da Vera Pierantoni Giua e realizzati in esclusiva da MIU MIU.
Pure la direzione musicale non aiuta l’allestimento, di per sé deficiente. Francesco Lanzillotta appare monocorde, lento, poco incisivo e l’Orchestra I Pomeriggi Musicali di riflesso pare trascinarsi. Il coro OperaLombardia, che è, invece, compatto, preciso e capace di mettersi in gioco in situazioni discutibili. Vocalmente buona nel complesso la prova dei tre protagonisti. Mihaela Marcu ci offre una visione complessivamente valida Violetta. Dopo un primo atto gestito con prudenza, nei successivi acquista sicurezza e intensità drammatica nel fraseggio e nella gestione della voce che si presenta gradevole nel timbro e   brillante nell’emissione. Il tenore Antonio Gandia con voce  luminosa e un fraseggio sufficientemente sensibile riesce a essere un convincente Alfredo. Eccellente la prova del baritono Marcello Rosiello che rende in modo accurato il ruolo di Giorgio Germont. La voce è voluminosa e rotonda, il timbro bronzeo, la tecnica sicura e il fraseggio sempre sensibile e  persuasivo. Qualità che gli hanno garantito un successo personale di pubblico. Fra le parti di fianco si distinguono la Flora di  Daniela Innamorati  e l’Annina di Alessandra Contaldo. Completano il cast Giuseppe Distefano (Gastone), Davide Fersini (Il Barone Douphol), Matteo Mollica (Il marchese D’Obigny) e Shi Zong (Il Dottor Grenvil).

 

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