Roma, Teatro dell’Opera: “La damnation de Faust”

Teatro dell’Opera di Roma – Stagione Lirica 2017/2018
“LA DAMNATION DE FAUST”
Légende dramatique in quattro parti, libretto di Hector Berlioz, Almire Gandonnière, Gerard de Nerval da Johann Wolfgang von Goethe.
Musica di Hector Berlioz
Faust PAVEL CERNOCH
Méphistophélès  ALEX ESPOSITO
Marguerite VERONICA SIMEONI
Brander GORAN JURIC
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
con la partecipazione della Scuola di Canto Corale del Teatro del’Opera di Roma
Direttore Daniele Gatti
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Regia Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti
Video Rocafilm
Movimenti mimici Chiara Vecchi
Nuovo allestimento in coproduzione con il Teatro Regio di Torino e Palau de Les Arts Reina Sofia di Valencia
Roma, 21 dicembre 2017
Spettacolo inaugurale della nuova stagione dell’Opera di Roma è questo interessante allestimento de La Damnation de Faust di Berlioz affidato alla direzione di Daniele Gatti ed alla regia di Damiano Michieletto. Composizione di incerta definizione con una struttura caratterizzata da scene slegate fra di loro e che lascia dunque molto spazio alla creatività del regista, questa opera ben si presta all’operazione proposta da Michieletto. La vicenda viene ambientata in una scena unica con un enorme schermo nel centro che amplifica le espressioni dei cantanti o illustra quanto avviene fuori scena, in un asettico spazio bianco che può evocare una corsia d’ospedale, un laboratorio o un ideale luogo astratto della mente. In essa tra luci, proiezioni, molteplici rimandi simbolici, un Faust adolescente, inquieto ed incapace di misurarsi con la vita reale compie il suo destino di autodistruzione. Nessun confronto tra fede, Dio e il demonio. L’individuo, chiuso in una sorta di doloroso isolamento giovanile incapace di consapevolezza e di espressione con un tratto per alcuni versi psicotico, inserito in una contemporaneità totalmente scristianizzata, è preda del male. Il demonio in questione ha un aspetto molto “normale”, tale da somigliare a uno dei tanti personaggi dall’effimero successo dei giorni nostri e conduce Faust alla rovina quasi guardandolo dall’esterno come fosse un animale oggetto di un esperimento del quale si preveda il risultato. L’unico elemento che farà uscire il protagonista dalla clausura dell’assoluto mentale e dall’insoddisfatta incertezza in cui si dibatte sarà il tragico amore per Margherita. Una analisi senza ombra di dubbio dura ma profonda e meditata sul malessere di una certa parte della nostra società contemporanea e in particolare del disagio giovanile. Il tutto viene sviluppato in uno spettacolo pensato senza intervallo, dallo stile potremmo dire cinematografico per il tipo di recitazione, i primi piani dei cantanti proiettati sullo schermo, la capacità di sfruttare la prospettiva e le dissolvenze create dallo scorrimento di pannelli e nel quale all’inizio lo spettatore è maggiormente sollecitato da un punto di vista razionale a decifrare segni e simboli mentre successivamente quasi senza accorgersene viene condotto sul piano più profondo e più intimo della istintività e dell’emotività in una sorta di crescendo di grande effetto. Al di là di facili e prevedibili polemiche sul tipo di teatro, sul fatto che la musica e quanto essa dovrebbe esprimere venga inevitabilmente relegato in secondo piano, sostenute anche legittimamente dalla formazione culturale e dal rispettabile gusto personale di ciascuno, lo spettacolo fa riflettere, emoziona ed è stato realizzato con una cura ed una complessità tecnica non comuni e, va detto, senza intenti gratuitamente provocatori o inopportuni personalismi. Splendida la direzione di Daniele Gatti per chiarezza, eleganza e precisione indubbiamente necessarie per sostenere uno spettacolo così impegnativo scenicamente per i solisti. Bravissimo il coro diretto dal maestro Gabbiani. E veniamo ai personaggi dell’opera. Tutti e quattro gli interpreti, rispettivamente Pavel Cernoch (Faust) Alex Esposito (Méphistophélès) Veronica Simeoni (Marguerite) e Goran Juric (Brander) hanno mostrato una straordinaria capacità di recitazione e di immedesimazione nei personaggi senza mai dar l’impressione di sacrificare il rigore e la raffinatezza delle loro linee musicali, in un contesto nel quale l’espressione era prevalentemente affidata alla componente visiva dello spettacolo che in molti momenti veniva ulteriormente enfatizzata dallo schermo posto al centro della scena. Alla fine lunghi e meritati applausi per tutti gli interpreti di un titolo di raro ascolto, proposto in un interessante allestimento.

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