Venezia, Teatro La Fenice: Elio Boncompagni dirige Schubert, Respighi e Rota

Venezia, Teatro La Fenice, Stagione Sinfonica 2017-2018
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Elio Boncompagni
Franz Schubert:Die Zauberharfe” (L’arpa magica) D 644, Ouverture; Sinfonia n. 3 in re maggiore
D 200
Ottorino Respighi: “Impressioni brasiliane” P 153
Nino Rota: Suite dal balletto “Le Molière imaginaire”
Venezia, 23 febbraio 2018
“Dieci e lode” all’orchestra del Teatro La Fenice, per l’eccellente performance, di cui ha dato prova nella serata, di cui ci occupiamo. Sfatando il vezzo di certi nostri concittadini, che – per partito preso – continuano a considerare con sufficienza quanto offre il panorama musicale di casa propria, soprattutto per quanto concerne le esecuzioni sinfoniche, limitandosi a “salvare” storiche formazioni specializzate in questo campo, quali l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e poche altre, per osannare le più prestigiose compagini sinfoniche d’oltralpe, l’orchestra del teatro veneziano, ha dimostrato di poter offrire, se guidata da un gesto sicuro come quello di Elio Boncompagni, prestazioni paragonabili a quanto di meglio si può ascoltare a livello internazionale. Tra le formazioni di più antica tradizione in ambito operistico, l’Orchestra della Fenice ha affinato sempre più, negli anni, le proprie capacità esecutive in campo sinfonico, spaziando dal Sei-Settecento alla musica contemporanea.
Il programma del concerto diretto da Boncompagni era piuttosto variegato, comprendendo due titoli di uno dei grandi eredi del classicismo viennese, Franz Schubert, una pagina impressionistica di un mago del colore orchestrale, qual è Ottorino Respighi, per terminare con un balletto di un musicista a tutti noto per le sue tante e pregevoli musiche da film, che nondimeno fu autore prolifico anche nel campo della musica “colta”, Nino Rota. Un programma che richiedeva agli strumentisti anche interventi solistici di rilievo. L’Ouverture del Singspiel Die Zauberharfe (L’arpa magica, 1820), in genere utilizzata come brano d’apertura delle musiche di scena per Rosamunde, Fürstin von Zypern (Rosamunde, principessa di Cipro), si avvicina a una delle Ouverture “nello stile italiano”, scritte nel 1817: quella in re maggiore, ispirata a Rossini. Qui Boncompagni, con una costante cura del suono, ha opportunamente marcato il contrasto tra il clima drammatico della prima parte, dal tempo lento e dai toni cupi, e la ricchezza coloristica che caratterizza, insieme all’impulso ritmico, il movimento finale, dove si sono imposti gli strumenti a fiato.
Nella Terza sinfonia del sommo compositore viennese, il direttore ha giustamente usato la mano leggera nel cesellare un gioiello che, per grazia, eleganza e chiarezza di scrittura, nonché per la purezza dei colori, è uno spensierato omaggio ad Haydn. Anche in questo caso si è apprezzata la grande attenzione per il suono: le combinazioni timbriche, del resto, impreziosiscono il movimento iniziale – dove si sono imposti, presentando i due temi principali, clarinetti e oboi –, come l’Allegretto, particolarmente vivace sul piano ritmico. Una particolare verve ha caratterizzato il Menuetto, immerso in uno spumeggiante clima viennese di derivazione popolare, nel cui Trio hanno brillato i fiati. Travolgente è risultata la Tarantella nel finale, degno antecedente alla Sinfonia italiana di Mendelssohn.
Di grande fascino sonoro è stata l’esecuzione delle Impressioni brasiliane, composte da Respighi in pochi giorni nel dicembre 1927 e strumentate nel mese successivo, sulla base di appunti musicali raccolti nel corso della sua tournée in Brasile, svoltasi tra la primavera e l’estate del 1927, che gli offrì la possibilità di conoscere da vicino la musica popolare di quel paese. L’intera gamma coloristica della grande orchestra – arricchita da un’imponente serie di percussioni, si è dispiegata in Notte tropicale, un ampio notturno, le cui suggestioni esotiche si stemperano in un “continuum” indeterminato senza troppo evidenti connotazioni folcloriche. I fagotti e il clarinetto basso hanno lasciato la loro impronta “strisciante” in Butantan, dedicato appunto ai serpenti e al loro mortale veleno, donde la forse fin troppo scontata citazione del Dies irae. Più aderente allo spirito popolare “brasileiro” è risultato l’ultimo movimento, Canzona e danza, con il suo estroverso Samba, seppur nella versione edulcorata del “classicheggiante” Respighi.
Quanto all’ultimo pezzo in programma, Le Molière imaginaire nacque su iniziativa del coreografo Maurice Béjart – grande ammiratore di Rota come di Fellini –, che nel 1973 chiese al compositore di scrivere un balletto, per celebrare il terzo anniversario della morte del commediografo francese. Ne nacque un lavoro straordinario, andato in scena nel 1976 (nello stesso giorno a Parigi e a Bruxelles). Si tratta di una delle ultime prove di Rota, che conferma quanto questo ragguardevole compositore – autore di opere liriche, balletti, musica sinfonica e da camera – sia stato paradossalmente penalizzato dall’enorme fama della sua musica per il cinema. Dalla partitura del balletto lo stesso autore trasse una suite – eseguita per la prima volta a Napoli nel 1978 –, scegliendo una serie di brani, che si segnalano soprattutto per il loro carattere gaio, ironico, leggero. Sfarzose a tratti e diffusamente brillanti le sonorità, che Elio Boncompagni ha saputo trarre dall’orchestra, percorrendo questa sequenza di pezzi caratteristici, in cui è emersa pienamente la valenza allusiva del parametro timbrico, oltre alla schiettezza delle melodie e al potere trascinante del ritmo. Enorme successo per il direttore e l’orchestra. Foto Paolo Dalprato

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