Bologna, Teatro Comunale: “Dialogues des Carmélites”

Teatro Comunale di Bologna, stagione d’opera 2018
“DIALOGUES CARMÉLITES”
Opera in tre atti e dodici quadri dall’omonima pièce di Georges Bernanos.
Libretto e musica di Francis Poulenc
Il Marchese de la Force NICOLAS CAVALLIER
Blanche, sua figlia HÉLÈNE GUILMETTE
Il Cavaliere de la Force
STANISLAS DE BARBEYRAC
Madame Croissy SYLVIE BRUNET
Madame Lidoine, la nuova Priora MAIRIE ADELINE HENRY
Madre Maria dell’Incarnazione SOPHIE KOCH
Suor Costanza SANDRINE PIAU
Madre Giovanna SARAH JOUFFROY
Suor Matilde LUCIE ROCHE
Il cappellano LOÏC FÉLIX
Due Ufficiali JEREMY DUFFAU, ARNAUD RICHARD
Il Carceriere / Thierry / Dottor Javelinot MATTHIEU RECROART
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Jérémie Rhorer
Maestro del coro Andrea Faidutti
Regia Olivier Py
Scene e costumi Pierre-André Weitz
Luci Bertrand Killy
Bologna, 11 marzo 2018
A distanza di qualche anno dal debutto parigino al Théâtre des Champs-Élysées (premiato dalla critica francese, come il dvd che ne è stato tratto), la produzione del capolavoro di Poulenc firmata da Olivier Py è approdata nel 2017 al Théâtre Royal de La Monnaie, Bruxelles (che ha coprodotto), quindi di nuovo a Parigi e per la prima volta in assoluto a Bologna la scorsa domenica. Per l’occasione, la sala del Bibiena non era gremitissima (ed è un peccato) ma il pubblico presente, variegato per età e provenienza, ha tributato agli artisti impegnati un caloroso successo, coronato da ovazioni per Koch, Brunet e Guilmette e applausi ritmati di tutta la sala. Lo spettacolo è di quelli che lasciano il segno e raramente a chi scrive è capitata una serata di esito artistico tanto felice in ogni suo aspetto. Il primo plauso va quindi alla programmazione del Teatro Comunale, che importa almeno una volta l’anno una chicca prodotta da altre realtà europee. Parimenti, va riconosciuto alle compagini stabili del teatro bolognese il merito di una performance di altissimo livello (legni e corni su tutti, senza far torto al resto dell’orchestra) guidata dal francese Jérémie Rhorer (bacchetta anche delle ultime recite parigine). Nei primi quadri si è notata una certa tendenza a soverchiare le voci in scena ma il tiro è stato presto corretto, grazie anche all’interpretazione di Hélène Guilmette, subito in parte, creatrice di una Blanche che abbandona poco a poco la propria fragilità per diventare guida granitica e dolce insieme di un gruppo spaesato. Sopra il manto denso ma mai soverchiante del legato degli archi si sono sviluppati i dodici quadri (un unico intervallo ha separato il primo dagli altri due atti), uniti da interludi che sono un concentrato di Novecento controcorrente: la tonalità, sempre presente e riconoscibile, sviluppa in modo personalissimo una serie di scene dalla tensione crescente. Eppure, nonostante gli sforzi di Poulenc di dare unità musicale all’opera, la forza dei Dialogues des Carmélites sta proprio nella loro frammentarietà, suggerita dal titolo stesso: momenti, frammenti, situazioni di conversazione anche ordinaria in cui balugina lo straordinario, l’eccezionale, il decisivo. Il canto stesso è un declamato che segue fedelmente gli accenti del parlato francese, eccetto qualche volo improvviso, che è affermazione del singolo, trasporto dell’anima e non mera esibizione canora. Cellule tematiche in orchestra, levigate o ribollenti, si sviluppano, ritornano più o meno variate e talora infuocano quello che nel canto è un confronto apparentemente civilissimo. Questo linguaggio e le scelte drammaturgiche di Poulenc, prima ancora che di Py, sono un monumento all’eroismo del singolo, al coraggio kierkegaardiano di fronte ai bivi continui della vita, tanto nei gesti estremi (la vocazione e la morte) quanto in quelli quotidiani (la monotonia della vita claustrale). Ovviamente le donne, anche la più fragile delle novizie, ne escono a testa alta mentre meno sviluppati sono i personaggi maschili, relegati perlopiù a rappresentare autorità, forza, violenza e ovviamente incomprensione. Sono loro e l’elegante impianto scenico di Pierre-André Weitz a delimitare con muri veri e metaforici la vita delle carmelitane, in spazi che passano rapidamente dall’interno all’esterno grazie ad una scatola scenica di legno scuro e che impronta i colori di tutta l’opera sui toni del bianco e del nero. Sulla parete di fondo, che talora si apre a squarci boschivi in controluce (tutt’altro che rassicuranti), la servitù scrive subito la parola “Liberté” che rimarrà a monito e simbolo della rivoluzione e a cui la protagonista affiancherà la propria travagliata risposta “en Dieu”. Completano la messa in scena le elegantissime e sempre efficaci luci di Bertrand Killy. Come già accennato, senza distinzioni le voci sono state artefici eccellenti della riuscita serata: dalla dozzina di suore, provenienti dal coro e ottimamente istruite da Andrea Faidutti, ai più ridotti ruoli maschili tra cui vanno segnalate la dolente interpretazione di Stanislas de Barbeyrac, fratello di Blanche, e il bel timbro del cappellano Loic Felix. Nel cast femminile, tutto all’altezza accanto alla sensibile protagonista già citata, vocalmente perfetta, spiccano la voce piena e sicurissima negli slanci in acuto di Sophie Koch (Mère Marie) e la prova maiuscola della priora Madame de Croissy, Sylvie Brunet, che muore già nel finale primo tra lo sconforto e la perdita di fede regalando il momento più indimenticabile dell’opera (anche grazie al pavimento ricostruito in verticale, che porta lo spettatore alla claustrofobica visione della scena dall’alto). Ovviamente il finale è altrettanto potente: le carmelitane vanno al martirio abbandonando una alla volta il Salve regina corale; il rumore della ghigliottina scandisce l’interruzione del canto, fino a troncare l’ultima preghiera di Blanche e lasciando il pubblico in un silenzio sgomento, siderale, universale, ovviamente da groppo in gola. Assolutamente da non perdere! Prossime repliche: mercoledì 14 e venerdì 16 marzo. Foto Rocco Casaluci

 

 

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