Ricordando Sergej Valil’evič Rachmaninov (1873 – 1943) a 75 anni dalla morte – I: la produzione operistica

28 marzo 2018, a 75 anni dalla morte del compositore
Famoso soprattutto per la sua produzione sinfonica e per quella di concerti per pianoforte, strumento nel quale eccelse come esecutore, e orchestra, Sergej Valil’evič Rachmaninov  contribuì al teatro d’opera con tre lavori che si distunguano per l’originale ricerca compositiva, dal momento che si discostano sia dalla classica struttura a numeri sia da quella del dramma musicale wagneriano perseguito dai suoi contemporanei.
Risale agli anni di studio al Conservatorio di Mosca la prima opera, Aleko, scritta nel 1892 e presentata come saggio finale per il diploma di composizione. L’opera, composta in appena 3 settimane nonostante il compositore avesse a disposizione 3 mesi, entusiasmò la commissione che decise non solo di dargli il massimo dei voti, ma anche di premiarlo con una Medaglia d’Oro. La prima rappresentazione di Aleko ebbe luogo al Bol’šoj di Mosca il 9 maggio (27 aprile) 1893 con la direzione di Ippolit Al’tani con grande successo che si ripeté a Kiev il 30 (18) ottobre 1893 con la direzione dello stesso Rachmaninov. Aleko, in un atto, su libretto di Vladimir Ivanovič Nemirovič-Dančenko, tratto dal poema di Puškin, Gli zingari, è ambientato in un tempo e in un luogo indefinito a differenza del poema originale la cui azione si svolge nella Bessarabia.
Presso la riva di un fiume vi è un accampamento di zingari, ma in una tenda abita Aleko, un russo che si è unito a loro avendo sposato Zemfira. È il tramonto del sole e gli zingari stanno cantando quando si unisce a loro il padre di Zemfira il quale racconta la storia del suo amore infelice per Mariula che lo aveva lasciato, insieme alla piccola Zemfira, per un altro uomo solo dopo un anno di matrimonio. Questo racconto suscita l’indignazione di Aleko perché non riesce a comprendere come mai l’anziano zingaro non si fosse vendicato della moglie infedele e del suo amante ritenendo impossibile perdonare un tradimento. Al carattere passionale e anche violento di Aleko fa da contrasto quello dolce di Zemfira che comincia a non sopportare più il carattere crudele e possessivo del marito e sta incominciando ad innamorarsi di un giovane zingaro. Durante le danze degli zingari, Zemfira si incontra in un luogo isolato con il giovane Zingaro e, quando ritorna a casa, a tarda notte, si siede accanto alla culla del bambino e comincia a cantare una canzone le cui parole dure si riferiscono al vecchio marito il quale comprende che quella canzone è riferita proprio a lui. Giunta la notte, Zemfira si reca all’appuntamento con il giovane amante. Rimasto solo, Aleko si abbandona ai ricordi per la felicità dell’amore appena nato, ma subito è assalito dal sospetto che la moglie lo stia tradendo. Disperato esce di casa e all’alba sorprende la moglie e l’amante che tornano insieme. Egli supplica Zemfira di non lasciarlo ricordandole che per amore di lei aveva rinunciato alla sua vita passata e, di fronte al deciso rifiuto della moglie, accecato dalla gelosia, pugnala il giovane zingaro. Zemfira, vedendo il giovane zingaro morto, lo maledice e viene uccisa anche lei. Il rumore fa accorrere gli zingari che, scoprendo la tragedia avvenuta, cacciano via Aleko lasciandolo solo nella sua disperazione.

Rachmaninov cominciò a lavorare alla sua seconda opera, Francesca da Rimini, in un atto su libretto di Modest Il’ič Čajkovskij, nel 1900 durante un suo viaggio in Italia componendo un duetto fra Paolo e Francesca. Quattro anni dopo, nel 1904, riprese la composizione dell’opera che fu rappresentata al Bol’šoj di Mosca il 24 (11) gennaio 1906 diretta dallo stesso compositore nel giorno in cui debuttò l’altra sua opera Il cavaliere avaro.
L’azione è ambientata nel secondo cerchio dell’Inferno e nel castello dei Malatesta alla fine del XIII sec.
Prologo. Dante e Virgilio sono giunti nel II cerchio dell’Inferno dove l’ombra di Virgilio mostra i lussuriosi condannati a essere trascinati da un fortissimo vento. Qui Dante è colpito dalle anime di due giovani che vanno insieme: sono Paolo e Francesca e la donna, avvicinatasi, racconta al poeta la loro tragica storia d’amore.
Scena prima. Nella corte del castello dei Malatesta Lanceotto sta per andare in guerra consapevole che sua moglie non lo ama perché deforme. D’altra parte Francesca lo aveva sposato perché vittima di un inganno avendole fatto credere che suo marito sarebbe stato il fratello di Lanceotto, Paolo il Bello e il matrimonio era stato celebrato per procura. Lanceotto è tormentato dal sospetto di un possibile tradimento della moglie e tende un tranello per sorprenderli insieme.
Scena seconda. Un giorno i due erano soli in una stanza e Paolo, che leggeva a Francesca la storia d’amore fra Lancillotto e la regina Ginevra, finisce per dichiararle il suo amore. Dopo un tentativo di resistenza la donna cede e improvvisamente giunge Lanceotto il quale, tornato prima dalla guerra e scoperto il tradimento, li uccide.
Epilogo. Finito il racconto, i due amanti ritornano alla loro pena infernale lasciando i due poeti ai loro tristi pensieri.

Per la terza e ultima opera, Il cavaliere avaro, in un atto, Rachmaninov scrisse lui stesso il libretto ispirandosi all’omonimo dramma di Puškin compreso nella raccolta piccole tragedie. L’opera fu composta tra il 1903 e il 1905 e rappresentata per la prima volta al Bol’šoj il 24 (11) gennaio 1906 insieme alla Francesca da Rimini con la direzione dello stesso compositore.
L’azione ha luogo in Inghilterra in epoca medievale.
Scena prima. A causa della vita sfrenata che conduce fra gioco e divertimenti, un giovane cavaliere ha contratto molti debiti, ma suo padre, un Barone molto ricco e avaro gli rifiuta il danaro a lui necessario per continuare il suo stile di vita. Il giovane, allora, si rivolge ad un usuraio il quale gli rifiuta il prestito, ma gli offre un veleno per uccidere il padre. Il giovane atterrito da quella proposta va via decidendo di chiedere aiuto al Duca.
Scena seconda. Il Barone è felice perché nei suoi sotterranei sta riempendo d’oro il suo sesto forziere, ma all’improvviso la sua felicità si tramuta in preoccupazione al pensiero che alla sua morte il figlio si sarebbe impadronito di quella immensa fortuna e l’avrebbe sperperata.
Scena terza. Intanto Albert si è rivolto al duca affinché lo aiuti con il padre e, quando il duca convoca il Barone per chiedergli di aiutare il figlio, Albert nascosto ascolta la risposta del Barone il quale lo accusa di volerlo derubare. A quest’accusa Albert rivela la sua presenza e smentisce il padre affermando che egli mente. Il Barone, allora, sfida il figlio a duello e viene rimproverato dal duca, mentre Albert è cacciato via dalla corte. Stremato dagli avvenimenti, il barone ha un malore e, mentre sta per morire, chiede che gli siano portate le chiavi dei suoi forzieri pieni d’oro.

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