Venezia, Palazzetto Bru Zane: il duo “I Giardini”

Venezia, Palazzetto Bru Zane, Stagione 2017-2018
I GIARDINI”
Violoncello Pauline Buet
Pianoforte David Violi
Franz Liszt: “La Lugubre gondole”
Gabriel Fauré: “Après un rêve”; “Le Palillon et la Fleur”; “Les Berceaux”
Erik Satie: “Je te veux”
Frédéric Chopin: Sonate pour violoncelle et piano en sol mineur op. 65
Venezia, 17 marzo 2018
Continua l’attività concertistica del Palazzetto Bru Zane, nell’attesa che prenda il via il festival di primavera: quest’anno lo Zefiro porterà con sé la musica di un sommo maestro francese, Charles Gounod, di cui sarà delineato – dal 7 aprile al 5 maggio – un ritratto più completo e articolato rispetto a quello comunemente diffuso. Un altro appuntamento da non mancare. Nel frattempo, nella deliziosa sala dei concerti del palazzetto veneziano, si è svolto un ultimo concerto “fuori festival”, peraltro sotto il segno dell’imprevisto: doveva esibirsi il Duo Urba, con musiche di Lalo e Magnard, senonché un’improvvisa indisposizione di uno dei due musicisti ha mandato a monte lo spettacolo previsto. Al suo posto, con un tempismo davvero encomiabile, è stato organizzato un nuovo concerto, grazie alla disponibilità del duo I Giardini – già fattosi apprezzare dal pubblico del Bru Zane in precedenti occasioni –, che ha proposto un programma composto da titoli non solo francesi.
La bravura di questi due solisti si è subito imposta con autorevolezza nella Lugubre gondole di Liszt – dove si evoca tristemente una gondola, che scivola lentamente sull’acqua, trasportando un feretro –, un pezzo straordinario e lungimirante, come molti appartenenti all’ultima fase creativa del grande compositore ungherese, di cui è stata evidenziata – con padronanza tecnica e proprietà stilistica – la grande intensità emotiva, veicolata da una scrittura armonica particolarmente densa ed audace – con incursioni nell’atonalità e nella politonalità –, che guarda al preludio del Tristano. Del resto questa pagina – di cui esistono varie versioni: per pianoforte, violino e pianoforte e violoncello e pianoforte – è intimamente legata a Wagner, essendo stata concepita a Venezia pochi mesi prima che la morte cogliesse il Maestro di Lipsia a Ca’ Vendramin Calergi (il 13 febbraio 1883).
Analogamente suggestiva è stata l’esecuzione delle tre mélodies di Fauré, opportunamente trascritte. In Après un rêve, la mélodie più famosa dell’autore francese, su testo di Romain Bussine, pubblicata nel 1878 – dove l’io lirico vagheggia l’amata, così come gli era apparsa in un sogno – l’accompagnamento del pianoforte ha sostenuto con garbo e leggerezza la linea , opportunamente sognante e languida, del violoncello, dal suono armonioso. Suggestive anche le altre due romanze: Le Papillon et la Fleur, da Hugo, risalente agli inizi della carriera del compositore, pubblicata nel 1869, dalla scrittura piuttosto semplice –, in cui un fiore, invidioso della libertà di volare, langue d’amore per una farfalla –, e Les Berceaux (1879) su versi di Sully Prudhomme – fondata su giochi di parole e analogie tra “vaisseaux” e “berceaux” –, dove la melodia da intima, nel momento in cui evoca il dolce dondolare della culla, si fa esacerbata (cosa rara in Fauré), allorché esprime la tragica condizione della gente di mare.
Lo spirito del Cabaret, di cui Satie era un protagonista, è emerso in Je te veux (anno di pubblicazione: 1903), “valse chantée”, scritta per la cantante e attrice Paulette Darty, su un testo di Henry Pacory, dove il desiderio di unirsi alla persona amata si esprime attraverso una melodia incredibilmente semplice ma incisiva, in ¾, che viene ripetuta per tutto il brano.
Ovviamente le doti interpretative del duo I Giardini si sono potute apprezzare compiutamente nel pezzo più impegnativo in programma: la Sonata per violoncello e pianoforte op. 65 di Chopin. Nel catalogo del musicista polacco si trovano prevalentemente composizioni per pianoforte solo, o per pianoforte e orchestra. La produzione cameristica conta appena cinque numeri d’opera: tra questi lavori soltanto la Sonata op.65 – dedicata al violoncellista Auguste Franchomme, grande amico del compositore polacco – è nata nella fase di piena maturità e di più alta espressività, intorno al 1847, pur tra ripensamenti e rifacimenti, probabilmente dovuti alla reiterata ricerca del giusto bilanciamento tra i due strumenti. Essi intrecciano un dialogo, nel quale peraltro la parte pianistica è generalmente ritenuta, a torto o a ragione, preponderante – soprattutto nel primo e nell’ultimo tempo – su quella del violoncello, diversamente da quanto avviene nelle analoghe nelle Sonate di Beethoven e, ancor di più, in quelle di Brahms, dove i due strumenti sono trattati alla pari. Nondimeno, per quanto attiene all’esecuzione, di cui ci occupiamo, il violoncello di Pauline Buet si è messo diffusamente in luce – per profondità interpretativa e ricchezza di colori –, tenendo validamente testa all’altrettanto variegata espressività del pianoforte di David Violi. Nell’Allegro moderato del primo tempo il pianista ha affrontato, con destrezza e sensibilità, la densità della scrittura, facendo altresì emergere la chiara linea melodica, ma certamente la violoncellista non gli è stata da meno. Successivamente, i due strumenti hanno brillato di pari luce nello Scherzo (lo strumento ad arco, in particolare nel Trio), come nel Largo, dove il violoncello intona un canto di struggente lirismo, che passa poi al pianoforte. Nel Finale Violi, ancora perfettamente corrisposto da Pauline Buet, ha sfoggiato tutta la sua maestria in passaggi carichi di energia e tecnicamente ardui. Applausi fragorosi e reiterai. Un bis abbastanza fuori dagli schemi: la canzone “Dis, quand reviendra-tu?”, parole e musica di Barbara, offerta con accento delicato dalla voce di Pauline Buet.

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