Verona, Teatro Filarmonico, il Settembre dell’Accademia 2018: Esa-Pekka Salonen & Philharmonia Orchestra

Verona, Teatro Filarmonico, XXVII Settembre dell’Accademia 2018
Philharmonia Orchestra di Londra
Direttore Esa-Pekka Salonen 
Arnold Schönberg: Verklärte Nacht Op. 4
Anton Bruckner: Sinfonia n. 7 in mi maggiore
Verona, 22 settembre 2018
L’anno scorso la londinese Philharmonia Orchestra, al suo primo apparire nel Festival veronese, fece letteralmente scalpore: creata nell’immediato secondo dopoguerra da Walter Legge per i migliori direttori del tempo (e che fu tra gli altri “di” Karajan, Klemperer, Muti, Sinopoli), era guidata dal maestro finlandese Esa-Pekka Salonen e propose una Eroica di Beethoven elettrizzante, anni luce distante da qualsiasi filologia e (non necessariamente per l’assenza di ritornelli) tesa, “narrativa”, avvincente. Il pezzo forte era preceduto da una pagina per niente facile, la sinfonia 6 di Sibelius, resa con estrema precisione e lucidità. Caratteristiche che si potevano trovate ancora nel concerto di ieri, ad un anno di distanza dal felice esordio, fortunatamente bissato su richiesta dell’Accademia Filarmonica veronese. Il merito è di una compagine pressoché perfetta di professionisti invidiabili e ovviamente della loro sintonia col direttore stabile, giacché Salonen festeggia dieci anni di collaborazione con l’orchestra. Anche quest’anno è stato proposto un programma che poche altre orchestre al mondo potrebbero replicare in tournée con altrettanta disinvoltura, costruito si direbbe intorno all’ingombrante assenza ed eredità di Richard Wagner: ha aperto la danze una mezzora di musica per soli archi, la Notte trasfigurata op. 4 di Schönberg nella trascrizione dell’autore dall’originale per sestetto. Un brano complesso che risente della forma strofica della fonte letteraria (una poesia di Richard Dehmel) per l’articolazione in diverse sezioni che sono però meravigliosamente tenute insieme dalla bacchetta elastica, vigile e sempre ispirata di Salonen. Il risultato ottenuto è simile alla performance beethoveniana del 2017, per il conseguimento di una costante tensione drammatica, extramusicale, quasi si trattasse di un duetto wagneriano, tristaniano, che non abbisogna di voci. Gli archi dell’orchestra si impongono subito per un suono levigatissimo, lucente, di una precisione da sala d’incisione, perfettamente insieme negli estremi dinamici e con un’ispirazione in più sgorgata dalla lettura di un direttore-compositore che attraversa Schönberg con facilità e passione.
La seconda parte ha visto salire sul palcoscenico veronese gli altri ranghi della Philharmonia: i legni a due, trombe, corni, tuba, timpani e le famigerate tube wagneriane per la Sinfonia 7 in mi maggiore di Anton Bruckner. Una sinfonia fluviale, un monumento al Tardo Ottocento e a Wagner, la cui scomparsa ispirò nel 1883 la stesura dell’Adagio. L’orchestra ripropone un suono pieno e brillante ma mai troppo denso e melmoso. La lettura lucida, “oggettiva” direbbero alcuni direttorologi, di Esa-Pekka Salonen rende trasparenti anche i passaggi più fitti, senza rinunciare mai alla bellezza di suono di un’orchestra moderna (se volessimo cercare il pelo nell’uovo, in tanta opulenza sonora l’oboe freddo e fisso, quasi aspro, stride un poco) che, anzi, a tratti risente della scrittura bruckneriana poiché l’organico degli archi, non sterminato, soccombe ai solleciti degli ottoni, spesso soverchianti l’insieme poiché sollecitati sempre dal direttore, che non si risparmia, con una vasta gamma dinamica (fragorosi i tutti, commoventi i pianissimi e cameristici i soli) e agogica, con i finali I e IV decisamente stretti senza perdere in solennità. In una lettura tanto chiara e profonda, sembrerebbe però che le pecche strutturali della Sinfonia siano messe ancora più in risalto, specie in lunghi e perfettamente architettati crescendo che non portano però da nessuna parte: nella perfezione del particolare e delle singole sezioni, è mancata insomma, ci sembra, quella visione ad ampio raggio, quella capacità narrativa che aveva contraddistinto non solo le interpretazioni passate ma anche la prima parte del medesimo concerto. Al termine della sinfonia (quasi un’ora e dieci di musica), successo travolgente e applausi ritmati da parte di un teatro quasi sold-out. Salonen e gli orchestrali si sono congedati con profondi inchini, visibilmente provati.

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