Modena, teatro comunale: “Il Corsaro”

Modena, Teatro Comunale Luciano Pavarotti, Stagione d’Opera 2018/2019
IL CORSARO”
Melodramma tragico in tre atti. Libretto di Francesco Maria Piave dal poemetto The Corsair di George Byron.
Musica di Giuseppe Verdi
Corrado
 IVÁN AYÓN RIVAS
Medora ADRIANA IOZZIA
Seid MARCO CARIA
Gulnara ROBERTA MANTEGNA
Selimo MATTEO MEZZARO
Giovanni CRISTIAN SAITTA
Un Eunuco/Uno Schiavo RAFFAELE FEO
Orchestra Regionale dell’Emilia-Romagna
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Direttore Matteo Beltrami
Maestro del coro Corrado Casati
Regia Lamberto Puggelli ripresa da Grazia Pulvirenti Puggelli
Scene Marco Capuana
Costumi Vera Marzot
Luci Andrea Borelli
Maestro d’armi Renzo Musumeci Greco
Assistente alla regia Pier Paolo Zoni
Coproduzione Fondazione Teatri di Piacenza, Fondazione Teatro Comunale di Modena
Allestimento del Teatro Regio di Parma
Modena, 26 ottobre 2018
Scritto nel 1847 per Trieste tra malumori, acciacchi di salute, altri impegni più onerosi e una generale avversione per l’editore Lucca, Il corsaro si è guadagnato insieme ad Alzira il titolo poco ambito di opera più brutta di Verdi. La prima non beneficiò della presenza dell’autore e le celebrazioni del cinquantenario della morte lo lasciarono fuori da radio e concerti fino al 1963. Da allora la curiosità per l’inedito ha aperto la strada del palcoscenico a questo dramma di ispirazione byroniana, con interessanti cast sparsi per l’Europa e un’incisione discografica insuperabile (Carreras, Caballé, Norman, Mastromei, Gardelli). Il sommo Massimo Mila ha usato parole meno tenere di chiunque nei confronti del Corsaro, tuttavia, premettendo la mia parzialità dovuta ad un inspiegabile affetto per quest’opera, è ben meritevole di una visione o almeno di un ascolto, da cui sortiranno piacevoli sorprese anche per lo spettatore più critico. Se infatti i primi due atti sembrano non decollare mai, a causa di una piattissima psicologia dei personaggi e di una ispirazione musicale che va dal mediocre al convenzionale, il terzo è decisamente più interessante, con situazioni non originali ma avvincenti (tutti i duetti), melodie azzeccate (ovunque, specie nel terzetto), lievi sperimentazioni formali e timbriche (tutta la scena della prigione) ed un finale toccante (comprendente il ritorno a casa di Corrado, cioè il ricongiungimento tra amanti più bello di tutto Verdi, musicalmente prevedibile quanto si vuole ma di sicuro effetto). Per l’inaugurazione della stagione lirica 2018/2019, il Teatro Comunale di Modena ha riesumato, di concerto con il Teatro di Piacenza che lo ha già fatto circuitare, un allestimento firmato dal compianto Lamberto Puggelli nato per Parma nel 2004 e qua e là ripreso anche in tempi recenti. Si tratta infatti di uno spettacolo tradizionale ma funzionalissimo, visivamente elegante se non geniale: tutti gli ambienti sono incorniciati, suggeriti, illuminati od ombreggiati da sipari che si aprono e chiudono in vari modi e che di fatto sono vele, funi e reti di varie fogge, misure e colori, quasi si fosse sempre sulla chiglia di una nave. Le scene, di Marco Capuana, offrono controluce interessanti su cieli diversi e perfettamente naturali, ben illuminate da Andrea Borelli; gli appropriatissimi costumi di Vera Marzot, oscillanti tra bianco e rosso, collocano definitivamente il melodramma nei tempi e luoghi immaginati dal libretto di Piave. Note più dolenti andrebbero appuntate per la regia, l’unica parte dello spettacolo che più di altre è invecchiata, ripresa fedelmente da Grazia Pulvirenti: per rimanere nel buonsenso va dal didascalico al goffo, dato che gli sforzi scenici di mimi e figuranti spesso stridono con quelli esclusivamente musicali e ben poco teatrali di coro e solisti; a ciò si aggiungano i “movimenti ad orologeria” per cui entrate uscite e spostamenti cadono esattamente, prevedibilmente, sulle prime note di ogni numero musicale, accentuando la già evidentissima frammentazione della drammaturgia in compartimenti stagni. L’Orchestra Regionale dell’Emilia-Romagna e il Coro del Teatro Municipale di Piacenza si sono destreggiati decorosamente nella partitura verdiana, sotto la direzione senza guizzi di Matteo Beltrami, altrove concertatore più interessante. A dirla tutta, non si sa bene di chi sia la colpa: il Teatro è luogo metafisico e fisico dove tutto può succedere e dove la piena riuscita dello spettacolo dipende da una combinazione di infiniti elementi grandi e piccoli. La prima dello scorso venerdì, in gergo, non “era serata” insomma, tra le distrazioni di un pubblico folto ma non tale da riempire la platea, un clima incerto dentro e fuori il teatro, una protagonista indisposta e una sostituta, un altro colpito da malore, un intervallo dilatato da 20 a 50 minuti… a ripensarci, aver concluso l’opera sembra già un piccolo miracolo. Beltrami appunto, per seguire un’aurea medietas, sceglie di non scatenare il ’48 nelle cabalette (nel Corsaro è un po’ come togliere il pomodoro dalla pizza) né di rendere più grandiosa di quel che è la scrittura verdiana dei pezzi d’assieme: qua e là si capisce la cura del particolare (ad esempio il preludio della scena nella prigione) ma in generale la direzione non è memorabile, nemmeno nell’accompagnamento del canto (vistosi gli scollamenti di tempo e di intenti nella sortita di Medora). Persino i comprimari, solitamente affidabili, non erano all’apice della forma: le brevi prove di Matteo Mezzaro, Raffaele Feo e Cristian Saitta sono state perlomeno corrette. Medora doveva essere Serena Gamberoni ma da qualche giorno era stata annunciata la sua sostituzione con Adriana Iozzia, a cui il ruolo sta piuttosto largo ma in suo favore giochi il beneficio del dubbio per i tempi di preparazione e di prova: il personaggio è già di per sé relegato ad un patetismo monocorde ma nulla, dico nulla, ha fatto la Iozzia per renderlo minimamente interessante, purtroppo appiattendo il canto ad un mero solfeggio noiosissimo, con una vocalità dalle ampie possibilità ma inficiata da un timbro vagamente senile. Interpretazione rimane quindi una definizione lontanissima e non applicabile alla recita dello scorso venerdì. Le cose vanno un po’ meglio per il Corrado del tenore Ivàn Ayòn Rivas, che ha una vocalità sicura e baldanzosa, a dire il vero al limite della sfacciata superficialità preoccupata del volume (considerevole) ma poco di tutto il resto (sfumature, recitazione, credibilità): come spesso accade in caso di malori e indisposizioni, dopo l’intervallo ha cantato meglio, con maggiore misura e attenzione alle sfumature. Generico (anche per colpa del personaggio in sé) ma decisamente più corretto e ordinato è il Seid del baritono Marco Caria, che di questo piccolo studio per il futuro Conte di Luna non regala troppi palpiti ma qualche bell’acuto sì ed anche un’interpretazione partecipe nel suo ultimo fatale duetto. Trionfatrice della serata è la Gulnara di Roberta Mantegna, annunciata indisposta prima della recita. E pur indisposta ha cantato meglio di tutti, dando dimostrazione pratica di cosa vuol dire cantare con bella voce, grande gusto ed estrema proprietà della parola scenica verdiana, pur in ruolo che non è certo Violetta o Amelia. Certo, un po’ di fatica dovuta alla salute si sente, come negli acuti della cavatina o nella scrittura decisamente più grande dell’ultimo atto, ma con l’interpretazione intelligente e partecipe Mantegna riesce a supplire a tutto (comunque rose e fiori rispetto ai compagni di ventura). Le variazioni della cabaletta, con da capo, sono state una vera e propria lezione di belcanto. Ovazioni per lei e il titolare, caldi applausi per tutti, con estrema indulgenza. Foto Rolando Paolo Guerzoni

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