Teatro del Maggio Musicale Fiorentino: “La Clemenza di Tito”

Teatro del Maggio Musicale FiorentinoStagione 2018-2019
“LA CLEMENZA DI TITO”
Dramma serio in due atti K. 621
di Caterino Mazzolà da Pietro Metastasio
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Tito Vespasiano ANTONIO POLI
Vitellia ROBERTA MAMELI
Servilia SILVIA FRIGATO
Sesto GIUSEPPINA BRIDELLI
Annio LORIANA CASTELLANO
Publio ADRIANO GRAMIGNI
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Federico Maria Sardelli
Coro del maggio Musicale Fiorentino
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Willy Decker
ripresa da Rebekka Stanzel
Scene e costumi John Macfarlane
Luci Hans Toelstede

Firenze, 27 marzo 2019

Grande affluenza e deciso consenso di pubblico ha riscosso l’edizione dell’opera frutto del travagliato ma fertilissimo ultimo anno di vita di Mozart.
“La Clemenza di Tito” fu scritta in tutta velocità nel 1791, sottraendo una manciata di giorni alla composizione di Zauberflöte e Requiem, sulla base del dramma metastasiano ormai vecchio di sessant’anni e già messo in musica da una quarantina di autori, tra i quali Hasse, Gluck, Jommelli, Scarlatti.
Caterino Tommaso Mazzolà, succeduto a Lorenzo da Ponte come poeta di corte dell’imperatore Leopoldo II, si occupò di adattare il testo di Metastasio per renderlo più consono alle mutate esigenze drammatiche e musicali, sfrondando il numero di arie, riducendo i tre atti a due e inserendo brani corali e concertati; ne risultò un libretto ‘moderno’ che al tempo non riscosse gran successo, ma che non manca di fascino e di efficacia teatrale.Gli essenziali recitativi, secchi e accompagnati, più che far avanzare l’azione, giacché di azione quasi non ce n’è, esplicitano il carattere dei personaggi, la trama dei loro rapporti, le intenzioni e gli affetti che poi saranno sviluppati nelle arie e nei brani d’insieme.
Il primo grande merito di Federico Maria Sardelli e della sua compagnia è quello di rendere i recitativi plastici ed espressivi, vibranti di emozione e nitidi nell’articolazione musicale e nella dizione.
Nitidezza e leggibilità, insieme ad un passo teatrale spedito caratterizzano tutta l’impeccabile esecuzione musicale, ma da un’impostazione che poteva apparire lucida e ‘secca’, sbocciano via via estasi e languori, una cantabilità suadente, tempesta e quiete, sempre filtrate dalla disciplina e dal gusto che conferiscono l’adeguata forma alla scrittura di questo lavoro enigmatico, in cui un classicismo marmoreo mostra in trasparenza la mano dell’autore delle “Nozze” e del “Don Giovanni”. L’Orchestra del Maggio trova una perfetta sintonia con il gesto elegante del direttore, un suono vivido e asciutto insieme alla assoluta pulizia e precisione, condivisi dal Coro diretto da Lorenzo Fratini, con interventi solistici tutti da godere, del fagotto, del flauto e dei fondamentali legni della famiglia dei clarinetti ai quali Mozart ha dato qui tanto risalto.
Antonio Poli è un ottimo protagonista, che infonde al suo Tito nobiltà e calore grazie alla figura scenica imponente, alla bravura di interprete e al fraseggio mai generico o inerte; vocalmente ha i vantaggi e i limiti di non essere uno ‘specialista’; più vantaggi che limiti in realtà, perché la voce brunita e di buon volume dal registro acuto luminoso, seppure un po’ stretto e il declamato ampio e incisivo fanno passare in secondo piano qualche agilità sorvolata e qualche abbellimento non precisissimo. La magnanimità iperbolica del suo personaggio viene così temperata e umanizzata dalla vulnerabilità e dal senso di smarrimento in una interpretazione vocale e scenica molto equilibrata.
Del tutto convincente è Roberta Mameli come Vitellia dal notevole pregio scenico, valorizzato da bellissimi costumi e acconciature; la sua voce è caratterizzata da un vibrato rapido che rende fosforescenti i passaggi di agilità, traducendo efficacemente in suono l’animo di un personaggio dominato dall’ira e dalla vendetta. La scrittura della sua parte è decisamente ardua e le discese al grave la mettono talvolta in difficoltà; il registro acuto è perlopiù efficace, e notevole è anche la capacità di addolcirlo e smorzarlo, tranne qualche occasionale pianissimo che suona improvvisamente fisso e non troppo centrato d’intonazione. Giuseppina Bridelli dà al suo Sesto una voce non grandissima, ma che corre senza fatica, dotata al centro di colore e calore mediosopranile, capace di agilità legate limpidissime e sgranate e di pianissimi perfettamente a fuoco; il registro grave non è così solido come quello centrale, ma il canto è sempre morbido ed espressivo.
Corretta e gradevole è la Servilia di Silvia Frigato, soprano dalla voce chiarissima ed esile, fluida nelle colorature; più incisivo l’Annio di Loriana Castellano, che con un timbro morbido e rotondo, disegna un personaggio vivo e credibile.
Altrettanto corretto, sebbene non troppo personale e caratterizzato, è il Publio di Adriano Gramigni, dotato di una voce di basso sufficientemente sonora e ben emessa.
Della messa in scena, nata a Parigi nel 1997, per la regia di Willy Decker, ora ripresa da Rebekka Stanzel con scene e costumi di John Macfarlane, si apprezzano innanzitutto l’eleganza visiva e la pulizia: la scena, sgombra, è racchiusa da un semicilindro marmoreo, e al centro troneggia un gigantesco blocco di marmo, che nel corso della recita apparirà progressivamente sbozzato fino a raffigurare la testa dell’imperatore classicamente scolpita. Sul blocco di marmo Tito sale in momenti di particolare intensità drammatica, si direbbe quando il peso dell’autorità imperiale si fa più gravoso da sostenere, come quando deve accettare a malincuore l’allontanamento della regina Berenice, affidata ad una figurante in costume rosso fiammante – Berenicem, invitus, invitam, dimisit – o come quando vi si rifugia per riflettere sul suo destino che non gli permette di concedere completa fiducia ad alcuno e quindi sull’impossibilità di un imperatore di avere un vero amico.
Due sipari dipinti, che raffigurano sinteticamente il potere e il tradimento, scendono talvolta ad isolare i personaggi in un vuoto metafisico. I bei costumi settecenteschi, curati nei particolari, fino alle acconciature, caratterizzano ciascun personaggio con un colore, all’infuori di Vitellia, che appare nel primo atto vestita di un colore livido e alla fine in bianco, come l’imperatore.
La personalità dei singoli interpreti, tutti notevoli attori, sembra lasciata libera di plasmare il personaggio da una regia certo non invadente.
Il pubblico, numerosissimo e in media anche notevolmente giovane, mostra di apprezzare con entusiasmo le prestazioni dei solisti, con applausi anche a scena aperta, e al termine dell’opera, festeggia tutti; sonore e lunghe ovazioni ricevono Antonio Poli e Roberta Mameli, un piccolo trionfo spetta al direttore Federico Maria Sardelli.

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