Teatro Comunale di Bologna: “L’italiana in Algeri”

Teatro Comunale di Bologna, Stagione d’Opera 2019
L’ITALIANA IN ALGERI”
Dramma giocoso per musica in due atti. Libretto di Angelo Anelli
Musica di Gioachino Rossini
Mustafà MATIAS MONCADA ALBARRAN
Elvira INES LORANS MILLAN
Zulma SOPHIE BURNS
Haly FRANCESCO SAMUELE VENUTI
Lindoro MILOS BULAJIC
Isabella MARIA OSTROUKHOVA
Taddeo GIANNI GIUGA
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Nikolas Naegele
Maestro del Coro Alberto Malazzi
Regia Giorgia Guerra
Scene Monica Bernardi
Costumi Lorena Marin
Luci Giorgia Guerra/José Fernàndez (TXEMA)
Maestro al cembalo Hana Lee – Opera (e)Studio de Tenerife
in collaborazione con la Scuola di Teatro di Bologna Alessandra Galante Garrone
Nuova produzione del Teatro Comunale di Bologna con Auditorio de TenerifeProgetto OPERA NEXT a cura della Scuola dell’Opera del Teatro Comunale di Bologna con Opera (e)Studio de Tenerife
Bologna, 11 luglio 2019
Dopo il debutto all’auditorium canario di Tenerife, la coproduzione per L’italiana in Algeri approda a Bologna, con lo stesso team creativo e artistico, eccezion fatta per orchestra e coro, che per le sei recite di luglio sono quelli felsinei. Si tratta di una tappa del progetto Opera Next, voluto per formare giovani meritevoli su palcoscenici internazionali che si alternano come due cast in poche date compatte: l’esperienza si ripeterà nel 2020 con una nuova produzione de L’elisir d’amore. Ciò spinge comunque a maggiore indulgenza per le performance del cast e per il sicuramente limitato budget dell’allestimento, che si attesta ad un livello molto più che dignitoso, anzi, con tutti i suoi pro e contro (migliore di certe vecchie produzioni tutt’altro che low cost che continuano a girare in Italia), vuoi proprio per la limitatezza dei mezzi, risulta piuttosto ricco di idee (anche troppe).
La vicenda è collocata in un moderno hammam: Monica Bernardi costruisce la scena con la sala principale, dentro e fuori, ed una serie di pannelli, leggeri e agili, che creano diversi ambienti interni ed esterni con una rapidità ammirevole, senza mai interrompere lo scorrere dell’azione. Alla luci della regista con José Fernàndez (volte ad una generica varietà di colori che abbandonano il realismo per un alone da “cartoon”) si uniscono i costumi e i copricapi dalle tinte lussureggianti di Lorena Marin, con numerosi cambi anche a vista (per esempio dei solerti mimi e del coro maschile, che in pochi secondi passano da servi a marinai a cuochi/pizzaioli). Insomma, è il ritmo la forza e la chiave di lettura principale di questa produzione, unito al divertimento sano e leggero: Giorgia Guerra lo chiarisce subito sin dalle note di regia, senza porre troppi rovelli drammaturgici. Perché mai Isabella dovrebbe essere prigioniera di un luogo di relax, sia pure all’estero? Che rapporti vi sono tra Mustafà e i suoi servi/schiavi/dipendenti? Servono dei marinai per accogliere e congedare un’italiana in vespa? L’allestimento è leggerissimo e divertente a patto che non ci si pongano queste ed altre domande: la cornice narrativa in sé è deboluccia e non coerente, in definitiva molto meno importante dei numeri e delle singole trovate. Tutte queste gag sono una commistione di stili, epoche e anche livelli ed esiti di realizzazione: accettato questo codice, si va dal bruttarello (l’elettroshock dell’atto II, il primo numero da Musical con Mustafà e Lindoro, poco convinti e convincenti), al piacevole (l’accennato strip-tease di Isabella, l’uso dei mimi in generale) allo spassoso (il finale primo, che trasforma l’onomatopea nonsense in un concerto rock con tanto di sala illuminata da sfera specchiata… non piacerà a tutti ma perché no? Funziona). La godibilità del prodotto finale è ovviamente nelle mani degli esecutori: il giovane maestro tedesco Nikolas Nägele concerta con una perizia a tratti mozartiana e, quando non calca la mano, unisce un ritmo spedito ma sensato ad un buon controllo delle masse in palcoscenico. Orchestra e Coro del Comunale bolognese rispondono con una prova generalmente molto buona e, si spera, divertita quanto divertente. La prova del cast è decisamente più eterogenea: sono tutti abbastanza disinvolti in scena ad eccezione di talune singole legnosità di fondo; chi non può vantare grande volume e proiezione, spesso rimedia con una interpretazione curata se non brillante. I mezzi vocali di Maria Ostroukhova sono cospicui, pur con qualche sonorità lievemente gutturale soprattutto nell’uso del petto: la sua Isabella è decisa, più maliziosa che affascinante, ma nel complesso rimane nella memoria. Accanto a lei suscita immediata simpatia il Mustafà di Matìas Moncada Albarràn, che mostra qualche difficoltà in acuto e benissimo se la cavano tutti i comprimari, da Inés Lorans Millàn a Sophie Burns (molto affiatate e spiritose in scena) e Francesco Samuele Venuti. Il Lindoro di Milos Bulajic è ben più problematico (forse non era particolarmente in forma alla sua seconda recita): le caratteristiche timbriche e più in generale l’emissione molto personale del giovane non sembrerebbero le più adatte a questo repertorio rossiniano (di certo non il più agevole). Una menzione speciale va infine al Taddeo di Gianni Giuga: voce salda, niente caccole, proprietà di stile sia musicale che in scena; con in più la perfetta padronanza dell’italiano, lingua in cui quasi tutti i colleghi incespicano più o meno goffamente. Applausi sparuti e freddini nella prima metà dell’atto I, con consensi (e sorrisi) gradualmente crescenti nel corso della recita: alla ribalta finale, molto calore per tutti.

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