Bayreuther Festspiele 2019: Un “Lohengrin” portatore di energia e con Elsa alla ricerca della sua libertà individuale

Bayreuther Festspiele 2019
LOHENGRIN”
Opera romantica tre atti, musica e libretto di Richard Wagner
Heinrich der Vogler GEORG ZEPPENFELD
Lohengrin PIOTR BECZAŁA
Elsa von Brabant ANNETTE DASCH
Friedrich von Telramund THOMASZ KONIECZNY
Ortrud ELENA PANKRATOVA
L’araldo EGILS SILINS
Orchestra e Coro del Bayreuther Festspiele
Direttore Christian Thielemann
Maestro del Coro Eberhard Friedrich
Regia Yuval Sharon
Scene e costumi Neo Rauch, Rosa Loy
Luci Reinhard Traub
Bayreuth 14, agosto 2019
Negli ultimi anni, come noto, più precisamente dalla scomparsa di Wolfgang, il Festspielhaus di Bayreuth ha sentito urgente il bisogno di rinnovamento che ha tradotto secondo una vera e propria ricorsa alla avanguardia. Talvolta, è giusto dirlo, portando alle estreme conseguenze il motto wagneriano “Kinder, schafft Neues!”, con la proposta di soluzioni di concept ( sia registico sia scenico) al limite del comprensibile. Perciò, se la regia del Lohengrin di Yuval Sharon costituiva il consueto (e prevedibile) elemento di interesse, è altrettanto vero che quest’anno l’attenzione era tutta focalizzata dalla annunciata presenza di Anna Netrebko nel ruolo di Elsa, attesa a Bayreuth dopo il recente trionfale debutto all’Arena di Verona con il Trovatore verdiano.
Ebbene, la regia di Sharon – già vista nella precedente edizione – si confermava un atto di ‘eterodossìa’ preventivata: il romanticismo di Lohengrin viene letto (e scomposto) attraverso la prospettiva ‘rivoluzionaria’ del femminismo di Elsa, una ero(s)-ina che innesca da per sé il processo paradigmatico di affrancamento dal maschio. E’ ricerca di libertà individuale di un personaggio simbolo o spaiamento registico? Una ‘poetica’ del divenire o invece un occhieggiare alla retorica del “me-too” immerso nella staticità scenica dei personaggi più convinta e pervicace? L’idea di un Lohengrin portatore di energia, che atterra con un ‘cigno gentile’ che sembra uscito Star Wars in una centrale elettrica della quale riattiva la corrente è però piaciuta al pubblico. Nel momento del suo arrivo si illuminano i tralicci dell’alta tensione. E’ questo Lohengrin un nobile non combatte con la spada, ma con un fulmine congelato preso in prestito dallo zio di Pollon. Guai poi a mettere in scena l’amore tra Elsa e Lohengrin, piuttosto è utile ai fini registi sottolineare la loro reciproca avversione. Quando Elsa canta, “Mein Held! Nimm mich hin! Dir geb ich Alles, was ich bin“, non sfiora mai il suo Ritter-soccorritore: Elsa si sposa come una prigioniera. Più interessante l’apporto scenico della coppia di Lipsia, ossia Neo Rauch e Rosa Loy che hanno ‘curvato’ la prospettiva del fondale a forma di semicerchio- cavea in maniera tale da abbraccia la Bühne e agevolare massimamente il canto degli interpreti. Proustianamente ispirati per i costumi alle piastrelle di Delft, colori tenui, prevalenza degli ocra di memoria olandese, atmosfera domestica, preparano il terreno per le grandi ‘trovate’ registiche. Il blu è il colore che domina il livore di Ortrud, illumina Elsa, l’arancio l’isola di pace il duetto Elsa/Lohengrin che si svolge nella camera da letto fino al gran finale con omino verde – a simboleggiare l’ energia eco-sostenibile!- Un finale simile a quello di Neuenfels? Macchè: i Brabanti vengono uccisi – al Weh!- da una scossa elettrica. Fortunatamente anche per questo titolo è stato pienamente soddisfacente il contributo musicale. A cominciare dalla direzione di Christian Thielemann – vero signore del podio – che crea un ordito sonoro poderoso, ma mai soverchiante sul quale i cantanti forti di una concertazione esaltante si muovono nel pieno agio. Ottima l’ orchestra, ottimo il Coro guidato da Eberhard Friedrich, il direttore del Coro dell’ Opera di Amburgo. E’ piaciuto molto Piotr Beczała nei panni di Lohengrin, fulgore di vocalità, ha offerto una interpretazione vocale immacolata, regalando al pubblico tutte le sfumature musicali e interpretative che questo ruolo può offrire. Eccelle in fraseggio e accento e, perché no, in un legato debitore di una frequentazione assidua con repertorio italiano e francese. Prova superata a pienissimi voti. E’ palpabile, l’attenzione rivolta a Annette Dasch, che aveva già dato prova di sé nella precedente produzione di Neuenfels a Bayreuth, soprano lirico brillante è piaciuta sopratutto nel terzo atto, nel duetto con il Ritter. Tutti ricorderemo la Dash arrivata in piena notte a Milano alla vigilia della inaugurazione scaligera nel 2012 a sostituire la Anja Harteros a sua volta sostituita da Ann Petersen anche lei malata. Ebbene, anche in questo caso è stata lei a prendere il posto di una indisposta Anna Netrebko, riscuotendo un partecipe successo di pubblico. Ottima la prova, eccezionale il temperamento vocale e scenico. Il baritono polacco Thomasz Konieczny nei panni di Telramund, ha voce potente, virile e un timbro fantastico, domina il ruolo. Il basso Georg Zeppenfeld, Heinrich der Vogler è un cantante eccellente in termini di intensità e precisione ed ha offerto una performance impeccabile. Quando entra in scena Elena Pankratova con lei entra l’energia. Canta l’Ortrud in modo più lirico ( è un soprano), ha voce agile e squillo da pelle d’oca. Elsa/Ortrud come Norma/Adalgisa. Avrebbe tutte le risorse tecniche per dominare questo ruolo impegnativo, ma sembra non crederci del tutto e si sottrae – vocalmente parlando- alla pienezza del personaggio. Il quintetto dei solisti (Telramund, König, Lohengrin, Elsa, Ortrud) che chiude il primo atto è l’ apice di una serata per più di un aspetto non del tutto a fuoco. Foto Enrico Nawrath

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