Ruggero Leoncavallo (1858 – 1919) 100 – 3: “La Bohème” (1897)

A 100 anni dalla morte.
Il 6 maggio 1897
al teatro La Fenice di Venezia fu rappresentata per la prima volta La Bohème, opera in quattro atti ispirata al romanzo di Scènes de vie de bohème di Henry Mürger, stessa fonte dell’omonima opera di Puccini e causa di un dissidio che avrebbe allontanato il compositore dal gruppo della Giovane Scuola. La Bohème, pur avendo ottenuto un successo maggiore rispetto a quella di Puccini grazie anche al cast nel quale figuravano Rosina Storchio (Mimì), Rodolfo Angelini-Fornari (Rodolfo) e Giovanni Beduschi (Marcello) sotto la direzione di Alessandro Pomè, in seguito fu però «eclissata dall’altra». Definita dal critico del «Corriere della Sera» (7/8 maggio 1897) uno «spettacolo eccellente», l’opera, però, non resse sin da subito il confronto con quella di Puccini almeno nel giudizio di Mahler che, il 6 maggio 1897, la vigilia della prima della Bohème di Leoncavallo, aveva assistito a una replica di quella pucciniana al Teatro San Benedetto di Venezia. In una lettera dell’8 maggio 1897 indirizzata al direttore dell’Opera di Corte di Vienna, Wilhelm Jahn, Mahler scrisse, infatti:
“In merito alle impressioni ricevute dalla rappresentazione delle opere di Puccini e Leoncavallo, posso riferirle quanto segue:

Tra le due opere, basate sullo stesso soggetto, La Boheme [sic] di Murger, quella di Puccini è certamente la più degna di raccomandazione per l’I.R.  Teatro dell’Opera”.
Molto più duro e pesante è il giudizio di Mahler in un’altra lettera indirizzata il 31 maggio 1897 all’amico Richard Heuberger:
“Musica e partitura di Leoncavallo in tutto e per tutto come l’autore. Vacue, tronfie, fastidiose, costellate di cadute nella volgarità. Strumentazione superficiale, chiassosa e fastidiosa, per me quasi ripugnante. Una battuta di Puccini vale di più di tutto Leoncavallo”.
Mahler, obtorto collo, fu costretto a mettere in scena La Bohème di Leoncavallo non senza contrasti e polemiche anche con il compositore. Nonostante le polemiche, l’opera andò in scena a Vienna il 23 febbraio 1897 con successo. Anche in Italia, però, non mancò qualche critica simile a quella di Mahler in occasione di altre riprese come si evince da quanto scrisse Lorenzo Parodi il 20 gennaio 1898, sul «Caffaro» di Genova; nel suo articolo il critico, pur esaltando il cast, manifestò qualche perplessità sull’opera che definì «un’orgia di frasi sentimentali, enfatiche, ampollose». Il 14 aprile 1913 al Teatro Massimo Vittorio Emanuele di Palermo ebbe luogo la rappresentazione di una seconda versione col titolo Mimì Pinzon.
Atto primo. È la sera della vigilia di Natale e in un caffè di Parigi quattro giovani artisti senza soldi, Marcello, Schaunard, Rodolfo e Colline, stanno festeggiando allegramente insieme a Mimì, Musette ed Eufemia. Nel momento di pagare il conto essi non hanno soldi e inventano, per distrarre l’oste che non li ha molto in simpatia, un diverbio molto divertente durante il quale citano grandi personaggi della letteratura classica, mandando ancor di più su tutte le furie l’oste. A questo punto interviene il ricco Barbemuche il quale, professandosi amico degli artisti, paga il conto. Di fronte a questo gesto di generosità, Rodolfo, per attuare una forma di giustizia, sfida ad una partita di biliardo il ricco signore dichiarando che avrebbe pagato la cena a tutta la compagnia chi avrebbe perso la sfida. La partita è vinta da Rodolfo e Barbemuche offre la cena all’allegra brigata, mentre Marcello dichiara il suo amore a Musette che accetta di diventare la sua compagna nonostante sia a conoscenza della sua volubilità in amore.
Atto secondo. È primavera e l’amore fra Marcello e Musette è ancora più forte, ma il banchiere che mantiene la giovane, non accettando questa relazione, la caccia via dall’appartamento facendone pignorare i mobili. Musette, che aveva intenzione di orgaizzare una festa a casa sua, trovando la porta chiusa e i mobili in cortile, decide di farla lo stesso nel cortile. Alla festa partecipano letterati, cavalieri e nobili tra cui un giovane che corteggia Mimì promettendole una vita comoda e agiata se lo avesse seguito. Mimì, dopo qualche incertezza, accetta pur sapendo che avrebbe provato nostalgia della vita bohèmienne e parte con il giovane Visconte.
Atto terzo. È la fine dell’estate e Musette scrive una dolorosa lettera a Marcello per informarlo che sta per lasciarlo perché stanca di quella misera vita. Prima di andare via, incontra Mimì la quale, al contrario, vuole ritornare a quella vita ed è pronta a rinunciare agli agi che gli offre il Visconte. Il loro colloquio è ascoltato da Marcello il quale ritiene che sia stata Mimì a convincere Musette a rinunciare all’amore per i soldi e anche Rodolfo, appena giunto, si mostra dello stesso parere, mntre le due giovani si allontanano insieme.
Atto quarto. Nel loro appartamento i quattro amici ricordano con nostalgia l’allegria della vigilia di Natale e Marcello confessa di avere scritto una lettera a Musette chiedendole di tornare da lui almeno per un solo giorno. In quel momento bussa alla porta Mimì in fin di vita a causa dell’aggravamento della tisi. I quattro uomini l’accolgono cercando di riscaldarla con del fuoco e poco dopo arriva Musette che offre i suoi gioielli per pagare il dottore e le medicine, ma tutto è inutile perché la giovane muore fra le braccia di Rodolfo.
In quest’opera, abbandonate le velleità wagneriane che contraddistinguevano i precedenti lavori, Leoncavallo tornò ad esprimere la sua vena lirica in una scrittura maggiormente connotata in senso diatonico come si può notare nel duetto tra Marcello e Musette che conclude l’atto primo. Tra i momenti più ispirati del-l’opera si segnala senza dubbio il terzo atto di grande intensità drammatica.

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