Georg Friedrich Handel 260: “Rinaldo” (versione, Leonardo Leo, Napoli 1718)

Dramma in musica su libretto di Aaron Hill, Giacomo Rossi ed altri. Carmela Remigio (Armida), Francisco Fernández-Rueda (Goffredo), Loriana Castellano (Almirena), Teresa Iervolino (Rinaldo), Francesca Ascioti (Argante), Dara Savinova (Eustazio), Valentina Cardinali (Lesbina), Simone Tangolo (Nesso), Dielli Hoxha (L’araldo di Argante), Kim-Lillian Strebel (uno spirito in forma di donna), Ana Victória Pitts (un mago cristiano). La scintilla, Fabio Luisi (direttore), Giorgio Sangati (regia), Alberto Nonnato (scene), Gianluca Sbicca (costumi). Registrazione: 44 Festival della Valle d’Itria, Martina Franca, Palazzo Ducale, luglio-agosto 2018. 2 DVD / Bluray Dynamic
Nicola Grimaldi, castrato contralto napoletano, trionfatore della prima londinese di Rinaldo nel 1711, torna a Napoli nel 1718. L’occasione di celebrare il ritorno dell’illustre figlio spinge all’idea di mettere in scena anche nella città italiana l’opera di Händel in cui Grimaldi aveva trionfato a Londra; inoltre il soggetto ispirato alle crociate si prestava bene anche ai festeggiamenti per il genetliaco di Carlo VI d’Asburgo che poche settimane prima dell’andata in scena dell’opera aveva firmato con i turchi la pace di Passarowitz vista dall’opinione pubblica come una trionfale vittoria della cristianità.
La prassi esecutiva del tempo non prevedeva però la riproposizione fedele di un’opera altrove allestita ma un riadattamento al gusto locale e alle caratteristiche dei cantanti a disposizione; Leonardo Leo, incaricato di questa revisione, realizzò un lavoro che ben poco aveva in comune con l’originale. I librettisti collaboratori di Leo intervennero in modo significativo sul testo. Le modifiche più evidenti riguardano l’aggiunta di un prologo celebrativa, di due personaggi buffi – Lesbina e Nesso rispettivamente servitori di Armida e Almirena – in ossequio alla prassi partenopea che prevedeva gli intermezzi buffi eseguiti all’interno delle opere serie e integrati con esse e non come titoli autonomi da rappresentare fra un atto e l’altro. Altrettanto evidente è il drastico cambiamento di tono del finale che qui si fa più duro aspro e termina con le condanne di Argante e Armida in loco dell’originario lieto fine inglese che per i musulmani prevedeva la spontanea conversione. È il segno di una diversa e contrapposta sensibilità fra un mondo mediterraneo che vede il pericolo turco come realtà quotidiana e un mondo anglosassone che guarda all’Oriente come terra di espansione secondo un’ottica già colonialista che ritroviamo in altri titoli esotici di Händel.
Considerata a lungo totalmente persa, questa versione è stata in parte recuperata in un manoscritto della biblioteca del castello di Longleat in Inghilterra.  Partendo da questa testimonianza è stato possibile ricostruire una buona percentuale della partitura; essa forniva la musica di 15 pezzi chiusi su 32 inoltre partendo dalla scansione ritmica delle altre arie e conoscendone gli interpreti è stato possibile identificarle come “arie da baule” scelte dagli stessi. Al termine del lavoro filologico rimaneva quindi non identificata la musica di 5 arie oltre a quella del prologo e degli intermezzi. In occasione del presente allestimento le arie mancanti sono state sostituite con brani di abituale repertorio dei primi interpreti mentre prologo e intermezzi sono stati eseguiti in prosa.
Rispetto all’originale inglese risultano modificate alcune tessiture. Almirena passa da soprano a contralto così come contralto diventa Argante da basso che era, mentre Goffredo passa da contralto a tenore. Nella scelta delle arie il più fedele alla scrittura originale è come prevedibile il Grimaldi il quale però evita i pericoli di “Venti turbini” e fa propria la grande scena di Almirena “Lascia ch’io pianga” che diventa “Ch’io resti” nel nuovo adattamento mentre negli altri ruoli troviamo musiche di autori vari con brani di Gasparini, Orlandini, Vivaldi, Bononcini, Porta, Sarro al fianco delle nuove musiche composte per l’occasione da Leo.
Quello che colpisce è però la capacità di fondere un materiale tanto eterogeneo in uno schema unitario senza che si percepiscano fratture fastidiose; il “pasticcio” mostra la propria piena legittimità artistica e apre un’interessante finestra sulla prassi esecutiva del tempo, rivalutando un genere troppo spesso disprezzato in conseguenza del mito ottocentesco e romantico dell’autografia, elemento totalmente assente nell’estetica barocca.
Il Festival di Martina Franca con questo allestimento conferma il proprio ruolo nella riscoperta e valorizzazione del repertorio barocco e soprattutto della scuola napoletana. L’esecuzione musicale si mostra infatti pienamente all’altezza dell’importanza storica dell’evento. La parte orchestrale è affidata a una compagine strumentale specializzata in questo repertorio come La Scintilla ma guidata per l’occasione da un direttore ecclettico e di grande mestiere come Fabio Luisi. Il maestro genovese opta per una lettura di raffinata eleganza che stempera in un senso di melodica cantabilità molto partenopea e mediterranea i contrasti dello stile händeliano. Una lettura di grande cura ma forse un po’ carente sul versante della fantasia interpretativa e della vivacità teatrale.
Molto buona – con un’unica eccezione – la compagnia di canto. Conviene subito toglierci l’unico sassolino e lasciarsi alle spalle la voce piccola e il timbro grigiastro di Francisco Fernández-Rueda cui non basta una generica correttezza per rendere l’autorevolezza del comandante cristiano Goffredo.
Splendida protagonista Teresa Iervolino; oggi è forse impossibile immaginare Rinaldo migliore. La voce è molto bella, ricca, morbida, la caratura tecnica quella di una grande belcantista – si ascolti con quale facilità sono svolte le colorature di “Or la tromba” – l’accento sempre pertinente e curato. Ma quello che conquista è la capacità di essere sempre morbida, musicale, eroica senza forzare alla ricerca di una più esibita virilità. Ritroviamo in lei i tratti della miglior scuola barocca italiana, tanto che in lei ritorna il ricordo della mai troppo compianta Lucia Valentini Terrani che di questi elementi aveva tratto il più alto partito e che ora ritroviamo con gioia nel canto della Iervolino.  Brilla al suo fianco l’Armida di Carmela Remigio, al pieno della propria maturità di interprete e di cantante; con alle spalle un repertorio quanto mai ecclettico la cantante abruzzese torna ad Händel e incanta per la sontuosità della voce e per la forza espressiva dell’interprete. Sicurissima su tutta la gamma, splendido timbro, facile nel canto fiorito ma anche fraseggiatrice dal calor bianco e attrice sontuosa nei panni di una principessa più seduttrice che maga – la versione taglia gran parte delle scene di magia – dal fascino inquietante e misterioso.
Ottima Almirena, Loriana Castellano, mezzosoprano dal timbro chiaro e quasi sopranile, linea vocale raffinata e musicalissima, accento vivo e partecipe che coglie perfettamente il carattere decisamene più forte e reattivo che il personaggio presenta in questa versione, mai bamboleggiante nonostante il vaporoso costume di trine e tulle bianco e rosa con cui viene vestita.
Voce robusta e registro grave sicuro e sonoro permettono a Francesca Ascioti di affrontare con ottimi risultati la parte di Argante. Ottima linea di canto e recitazione molto curata per l’Eustazio di Dara Savinova e pienamente centrate le parti di fianco.
Partendo dall’idea che i grandi castrati siano stati le rock star del XVIII secolo, il regista Giorgio Sangati ci trasporta nel pieno di un concerto rock fra palco e retropalco con in scena l’inconciliabile scontro fra l’universo rock-pop dei cristiani e quello dark-metal dei turchi. I costumi reinterpretano in chiave settecentesca alcune delle figure più iconiche del genere – persino per un profano del genere come lo scrivente risultavano facilmente identificabili Freddy Mercury (Rinaldo), David Bowie (Eustazio) ed Elton John (Goffredo), quest’ultimo poco riuscito per l’eccessiva differenza fisica fra il modello e il cantante in scena. Lo spettacolo è godibile, di piacevole visione, non privo di un’apprezzabile ironia di fondo che giustifica anche i momenti più volutamente kitch come l’enorme cigno da giostra di paese che trasporta lo spirito del II atto. Quello che manca è la capacità di raccontare fino in fondo una storia, quel senso autenticamente teatrale che abbiamo trovato pur nella diversità delle soluzioni negli allestimenti händeliani precedentemente analizzati di Cencic, Carsen, Kosky e che invece ancora a fatica si ritrova nelle messe in scena dell’opera barocca in Italia. Rinaldo audio

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