Verona, il Settembre dell’Accademia 2019: Ion Marin & Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo, con la partecipazione del pianista Olli Mustonen

Verona, Teatro Filarmonico, XXVIII Settembre dell’Accademia 2019
Orchestra Filarmonica di San Pietroburo
Direttore Ion Marin
Pianoforte Olli Mustonen
Pëtr Il’ič Čajkovskij: Concerto per pianoforte e orchestra n.1 in si bemolle minore op. 23
Antonin Dvořàk: Sinfonia n. 9 in mi minore op. 95 “dal Nuovo Mondo”
Verona, 11 settembre 2019
Il Teatro Filarmonico di Verona, completamente gremito, attendeva con ansia il ritorno del grande maestro russo Yuri Temirkanov alla testa dell’ormai “sua” Filarmonica di San Pietroburgo. Purtroppo motivi di salute l’hanno costretto a cancellare tutti gli impegni italiani della tournée e forse altri, costringendo l’orchestra a contattare uno dei suoi storici collaboratori, ossia il valido Ion Marin. Diciamo subito che la serata fila liscia comunque, anche con grandi applausi, ma rimane un po’ al di sotto di quello che avrebbe potuto essere. Non sappiamo infatti quanto abbiano potuto provare insieme i pietroburghesi e il pianista Olli Mustonen, solista del primo concerto di Čajkovskij. Ne è sortito un risultato decisamente originale, anche se dalle scelte piuttosto discutibili. Valga la pena parlare subito del pianismo del finlandese, anche direttore e compositore, che toglie ogni possibile patetismo o melodramma dalla celebre pagina solitamente iper-romanticizzata. Il suo approccio è generalmente muscolare, magari le ottave non sono tutte precise e le agilità sono qua e là faticose (né potrebbero non esserlo, costringendo Marin, sensibilissimo a correggere il tiro laddove la forza non permetta la velocità) ma sono nette e potenti come non mai, a costo di mettere a repentaglio la salute di quel (suo) povero Fazioli gran coda, la cui terza ottava suona forse un po’ metallica proprio per le sollecitazioni vigorose di Mustonen. Il fraseggio non è mai grossolano, sa essere addolcito, il suono schiarito e alleggerito ove necessario, ma vengono privilegiati gli accenti forti, le dissonanze, la frammentazione delle cellule musicale in favore di ciò che risulta più insolito e “moderno” per la fine dell’Ottocento, anziché sottolineare quello che già tutti sappiamo del Concerto, e a cui -spaesati- un po’ siamo affezionati. Una lettura simile suona doppiamente provocatoria, se si pensa all’Orchestra che “accompagna”, ossia a quel concentrato di idiomaticità che viene quasi sommersa dalla personalità, condivisibile o meno, del solista: il legato degli archi, la naturale aura di calore che spandono in un tremolo, nelle mezze tinte, nei pianissimo, sono pochi momenti (illuminanti) di ristoro e familiarità per lo spettatore medio, in mezzo a tanta e tale decostruzione del russo. Fiati eccellenti, soprattutto le prime parti (impossibile non citare il flauto del secondo movimento), e grande successo al termine dell’ampia pagina. Mustonen concede presto un bis (non meglio identificato). Il coinvolgimento emotivo, almeno di chi ascolta, è però un’altra cosa. La seconda parte vedeva il direttore Ion Marin come principale responsabile di una pagina che ha sicuramente diretto decine, se non centinaia di volte: la nona sinfonia “dal Nuovo Mondo” di Dvořàk. L’intesa con l’orchestra, magistralmente diretta prima proprio perché tenuta in equilibrio in una pagina complessa letta in modo non convenzionale, è messa a nudo, anche spingendosi a qualche sollecitazione e azzardo in più. I tempi di Marin sono generalmente stringati, con un uso sempre misurato del rubato, le sonorità sono sempre piene e quasi mai costrette al minimo della dinamica, lasciando i musicisti effettivamente liberi di suonare e “scaricare” un po’ della tensione che sicuramente una sostituzione dell’ultimo minuto ha comportato. Di conseguenza i movimenti estremi, il primo e il furiant finale, suonano più “urgenti” e drammatici del solito, con una carica teatrale più intima che ricercata. Allo stesso modo, il delicato Largo non appare melanconico e languoroso ma più compostamente elegiaco, sempre tenendo a bada i meravigliosi solisti all’interno di uno schema ritmico flessibile ma mai estenuato: il rigore e il controllo del parco rubato è anche la forza dello scherzo, la cui tenuta ritmica è parsa omogenea come non mai, senza sfilacciare il tema e i trii, come invece un po’ accaduto nella prima parte del concerto con Mustonen. L’escursione agogica e dinamica misurata è emblematica anche nel decrescendo finale, con lo spegnersi della lunga nota dei fiati, non spettacolare ed esteriore ma funzionale, rapido e intenso all’interno di quelle scelte interpretative impresse da Marin. Non si esclude che in future repliche l’interpretazione possa mutare e di molto: nella serata dell’11 settembre è stata indicata una terza via, diversa da quella dell’esasperazione drammatica e narrativa cui molte grande bacchette ci hanno abituato, soprattutto del nuovo mondo, e anche da quella idiomatica e misurata di vari maestri boemi e balcanici, di solito pervasa dai ritmi interni di danze ben note nel vecchio mondo. Bis a tema, con le ultime de danze ungheresi di Brahms, originariamente scritte per due pianoforti, orchestrate proprio da Dvořàk, magari non proprio dionisiache ma accolte con grandissimo favore di pubblico. Foto Brenzoni

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