Verona, il Settembre dell’Accademia 2019: Juanio Mena & Orquesta Nacional de España, con la partecipazione del chitarrista Pablo Sàinz Villegas

Verona, Teatro Fialrmonico, Accademia Filarmonica di Verona, XXVIII Settembre dell’Accademia
Orchestra Naziona di Spagna
Direttore Juanjo Mena
Chitarra Pablo Sàinz Villegas
Maurice Ravel: “”Alborada del gracioso” ; “Bolero”
Joaquìn Rodrigo: Concierto de Aranjuez per chitarra e orchestra
Manuel de Falla: ” Il cappello a tre punte” (Suites 1 e 2)
Verona, 15 settembre 2019
Dopo le due compagini mature e blasonate di Rotterdam e San Pietroburgo, il terzo concerto del Settembre dell’Accademia 2019 ha visto debuttare la Orquesta Nacional de España, nata negli anni Trenta e stabilizzata solo dopo le iberiche traversie del Novecento. Come fortunatamente accade per molti, se non tutti, gli appuntamenti della prestigiosa rassegna veronese, il pubblico è accorso numerosissimo al Teatro Filarmonico, gremito anche per questa data. Il programma era completamente a tema, di fatto proponendo musica spagnola sia di compositori autoctoni sia di Ravel, che ha contribuito fortemente a creare un immaginario musicale “spagnolo” per ritmi e colori prima ancora che lo facessero i colleghi di inizio Novecento. L’Alborada del gracioso iniziale è stata sotto questo aspetto magistrale: pagina raffinata che scompone e moltiplica l’originale pianistico attraverso una tavolozza ricchissima di timbri. L’orchestra spagnola risponde benissimo, potente quando serve nel tutti di straordinaria compattezza e precisa in ogni particolare: sorprende la naturalezza di un suono caldo (si perdonino le sinestesie) che emana una luce speciale proprio per non essere cupa né folgorante ma meravigliosamente tiepida, umana. Il biglietto da visita raveliano è stato quindi non un’esplosione orgiastica ma un’esplorazione pacata eppure viva di suoni, come un salotto invaso all’improvviso da gentiluomini e gentildonne in abiti chiari e diurni, variopinti ed estroversi sì, ma mai volgari nell’aspetto né nel modo di parlare. Ed è una conversazione stupenda quella che intavolano con un altro gentiluomo, il quarantenne Pablo Sàinz Villegas, che definire star mondiale della chitarra è un po’ pleonastico e superficiale ma abbastanza calzante al merito e alla visibilità di un musicista maturo e schivo, nonostante la benedizione di colleghi come Placido Domingo e la pubblicazione di album da solista. Il Concerto di Aranjuez (1939) è pagina piuttosto famosa nonché quella che segna la massima vicinanza di repertorio tra chitarra classica e musica sinfonica, insieme a certo Paganini di oltre un secolo prima: il dialogo tra l’orchestra e il solista è stato mirabile, proprio nella ricerca di sonorità contenuta, piano, pianissimo, trasparenti eppure calde, forse più nei movimenti estremi che nel celeberrimo adagio centrale (con un ottimo corno inglese). Con discrezione, misura, chiarezza il concerto inizia e finisce: non essendo variata la discutibile acustica del Filarmonico, per una volta il plauso va anche al pubblico attentissimo e silenzioso, che è scoppiato in ovazioni interminabili. L’uditorio sembra non voler lasciare più Villegas, che concede due bis in perfetto stile: un appassionato Recuerdos de la Alhambra (Tarrega) e un virtuosistico tema con variazioni (Gran Jota) in cui il solista ha tratto sonorità inaudite dalla propria chitarra.
 Il maestro Juanjo Mena si scatena davvero nella seconda parte del concerto: con le due suite dal Sombrero de tres picos, dalla narrazione serrata e sorvegliatissime e precise come tutto il resto, il direttore si permette di spronare la compagine con sonori passi di danza, come a ricordare il fine ultimo della cantabilità e dell’invenzione ritmica del capolavoro di De Falla. Il risultato è trascinante e crea molte attese per il Bolero finale, esercizio tecnico che mette alla prova la solidità di nervi di tutti gli esecutori, a cominciare dal rullante che per un quarto d’ora ha la responsabilità della pagina quanto il direttore. Un’altra volta ancora, l’Orchestra si dimostra all’altezza e la calibrazione di Mena impeccabile, nel creare e gestire un crescendo avvincente e pieno di suono, senza eccedere nel virtuosismo estetico del pianissimo inudibile né nel fortissimo fragoroso e cacofonico: eppure l’effetto c’è tutto e gli spagnoli portano a casa un trionfo di sostanza generatrice di forma. Due bis a grande richiesta: tralasciando il kitsch del secondo brano, il primo sarebbe valso da solo il biglietto del concerto, per le medesime qualità positive (anzi, entusiasmanti) riscontrate finora, l’Intermezzo da Goyescas. In definitiva, una serata divertente nel senso più nobile del termine, e una meravigliosa scoperta tra le orchestre sinfoniche del festival dell’Accademia. Foto Brenzoni

 

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