Verona, Teatro Filarmonico, il Settembre dell’Accademia 2019: Rotterdam Philharmonic orchestra & Vilde Frang

Accademia Filarmonica di Verona, XXVIII Settembre dell’Accademia
Rotterdam Philharmonic Orchestra
Direttore Lahav Shani
Violino Vilde Frang
Igor Stravinskij:  “Petruška
Max Bruch: Concerto per violino e orchestra in sol minore Op.26
Maurice Ravel: La Valse
Verona,  5 settembre 2019
Si è aperta con un’illustre orchestra ospite la XXVIII edizione del Settembre dell’Accademia Filarmonica di Verona, che raccoglie ogni anno nell’arco di un mese il meglio delle compagini in tournée da tutto il mondo. Per il pubblico dell’Accademia si tratta di una grande occasione anche mondana, ed infatti prima di accingersi ad un ascolto attento e approfondito nel buio della sala ha bisogno di parecchio tempo, persino sollecitati dallo sguardo impaziente di un’orchestra di cento elementi già schierata sul palcoscenico. La Rotterdam Philharmonic Orchestra ha compiuto cent’anni di vita giusto nel 2018, accompagnata sempre dalle migliori bacchette del mondo spesso colte in fase di giovanile impeto e gavetta onnivora: lo sono stati Zinman, Conlon, Tate, Gergiev, Nézét-Séguin e lo è l’attuale Lahav Shani, appena trentenne, mostro di bravura già nominato prossimo successore di Zubin Mehta alla guida della Israel Philharmonic, orchestra delle proprie origini. Il giovane maestro appartiene a quella nuova generazione che padroneggia con facilità sorprendente le pagine più complesse del repertorio sinfonico, tutte d’un fiato e a memoria, con un approccio lucido e analitico tale da lasciare il dubbio di una robotica freddezza. Shani, mani libere e busto lievemente inclinato in avanti, quasi piegato a leggere la partitura invisibile della memoria, parte così e si scalda poco a poco, dando una lettura dello stravinskiano Petruška brillante e leggibilissima, marcando però ovunque gli accenti sparsi e irregolari che ci ricordano quanto la pagina sia in realtà nata per il balletto, comunque più vicina all’imminente Sacre che alle iridescenze timbriche e melodiche di Rimskij-Korsakov. Oltre mezzora di tour de force tenuti insieme con tempi generalmente spediti e una tensione narrativa unica: il pubblico esplode in un applauso fragoroso al termine degli ultimi sussulti di Petruška. Dopo l’intervallo Shani entra con l’artista ospite, la violinista Vilde Frang: l’approccio sicuro e razionale del maestro, volto ancora a sottolineare gli accenti presenti e ad utilizzare l’ampia tavolozza dinamica permessa dall’orchestra olandese, si scontra un po’ con la tendenza a richiudersi nelle mezze tinte pastellate della solista norvegese. Di conseguenza il Concerto per violino e orchestra in sol minore, la pagina più celebre di Bruch, pur godendo del suono di un Vuillaume del 1864, risulta un po’ schizofrenico: la lettura del direttore può apparire esuberante al confronto con il fraseggio corretto ma forse anche un po’ troppo castigato della Frang, sicuramente inficiato da una sproporzione notevole nei volumi che mette a repentaglio più volte il canto del violino. Shani sembra accorgersene e, pur non trovando una lettura comune, con cavalleria musicale e rubati allarga e attenua ovunque può per stendere ai piedi della solista se non il tappeto migliore possibile almeno un’aura più delicata e sfumata nei punti di sutura del dialogo/scontro tra orchestra e violino. Successo comunque calorosissimo che porta ad un bis decisamente più intimo: Shani, anche eccellente pianista, si sposta alla tastiera in fondo al palcoscenico e duetta con la Frang in una delicata Estrelita (Gardel). Data la sensibilità accompagnatoria del maestro, viene da chiedersi se Shani non possa essere forse un direttore d’opera più interessante di altri suoi coetanei già lanciati (anche allo sbaraglio) in blasonati e rischiosi golfi mistici. Per il brano finale, i cento olandesi, dall’età media curiosamente alta e dall’espressione generalmente compassata, trovano un compiaciuto sorriso nell’essere guidati in una sorprendentemente lucida e rapidissima Valse raveliana: in poco più di dieci minuti, Shani riesce a respirare con la sua foltissima orchestra dando l’illusione di una tensione incessante e crescente. In disco e in sala da concerto si sono sentite molte esecuzioni di questo brano, belle ma fraintese (Karajan), illuminanti (Pretre), correttissime (Dutoit), ma trascinanti come questa, non se ne ricordano. Pubblico in visibilio e bis raveliano, sempre nell’ordine di una ricchezza timbrica luminosa e inesauribile, ma con un respiro da decompressione post-agonistica: il giardino fatato che conclude con un alone di patinata meraviglia Ma mère l’Oye.  La rassegna comprende altri sette concerti sinfonici in abbonamento e otto appuntamenti ad ingresso libero affidati ad ensemble cameristici o meno noti per incontrare la città di Verona.

 

 

 

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