Fryderyk Chopin (1810 – 1849) 170 – 3: Liriche da camera

A 170 anni dalla morte.
Fryderyk Chopin
(Zelazowa Wola, Varsavia 1 marzo 1810 – Parigi, 17 ottobre 1849)
«Ho scritto solo per il pianoforte. Questo è il mio terreno, quello su cui mi sento più sicuro».
Chopin, come dichiarato in questa sua confidenza alla sua cara amica, la contessa Delfina Potock, fu certamente il poeta del pianoforte, ma il lirismo, che caratterizza le sue melodie, trovò anche espressione in un piccolo gruppo di liriche da camera, costituito da 20 brani composti tra il 1829 e il 1840 di cui diciassette furono pubblicati postumi, nel 1857, nella raccolta intitolata Canzoni polacche e catalogata con il numero d’opera 74 mentre altri tre, Jakiez kwiaty, jakie wianki (Quali fiori, quali ghirlande, 1829), Czary (Incantesimo, 1830) e Dumka (1840), furono inseriti nel catalogo curato da Krystyna Kobylańska. Come recita il titolo, questi brani sono effettivamente delle canzoni composte sull’onda di sentimenti ed emozioni di vario tipo dall’amore alla nostalgia della patria o in occasione di particolari eventi. Sono pagine brevi, che, destinate a una piccola cerchia di amici, si diffusero rapidamente sia grazie alle persone a cui erano dedicate sia grazie agli stessi amici del compositore tra cui Liszt che eseguì spesso una sua trascrizione esclusivamente pianistica di Zycenie (Desiderio), la prima canzone composta in ordine cronologico. Se il sentimento amoroso
informa questa prima canzone, composta nel 1829 per Costanza Gladkowska, una giovane cantante della quale Chopin s’innamorò, una vena ludica, quasi scherzosa, invece, caratterizza una pagina come Hulanka (Allegria), un gaio brindisi. Il lirismo di Chopin trova accenti di intensa malinconia in Smutna rzeka (Fiume triste), in Precz z moich oczu (Fuggi dai miei occhi), in Posel (Il messaggero), in Dwojaki koniec (I due destini) dalla struggente linea del canto, in Melodia, che si presenta come uno straziante canto per patrioti morti i quali, come recita il testo, alla fine forse saranno dimenticati, e in Nie ma czergo trzeba (La mia nebbia), una fine meditazione sulla condizione di chi vorrebbe cantare o amare, ma non può farlo perché la sua vista interiore è offuscata dalla nebbia. Il ritmo del valzer, forma musicale che egli curò anche nella sua produzione pianistica, caratterizza con le sue eleganti movenze brani quali il già citato Zycenie (Desiderio) Sliczny chlopiec (Il bellissimo ragazzo), Moja pieszczotka (La mia diletta), pagina di delicata malinconia. In queste canzoni, in cui trovano sfogo sentimenti così diversi e a volte contrastanti, la scrittura di Chopin, che non disdegna anche accenti guerreschi in Wojak (Il guerriero) o momenti di descrittivismo musicale, di cui un esempio è l’infuriare del vento a cui si fa riferimento nel primo verso della canzone Narzeczony (La fidanzata) e che è evocato da rapide scale, si nutre di un lirismo che esalta al massimo grado la musicalità e le caratteristiche della lingua polacca, nei confronti della quale questi brevi ma raffinatissimi brani sembrano un vera e propria dichiarazione d’amore configurandosi anche come l’espressione di un ritorno alle proprie origini. In queste canzoni si afferma un linguaggio semplice che può quasi apparire ingenuo, aggettivo, qui usato non in senso dispregiativo, ma nel significato di naturale spontaneità che Friedrich Schiller ad esso attribuì nel suo saggio, Über naive und sentimentalische Dichtung (Sulla poesia ingenua e sentimentale). In effetti queste canzoni sono intrise di questa spontaneità naturale che le rende così romantiche e al tempo stesso così affascinanti.
Nell’edizione in ascolto manca solo Jakiez kwiaty, jakie wianki (Quali fiori, quali ghirlande).

 

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