Genova, Teatro Carlo Felice: “Marco Polo”

Genova, Teatro Carlo Felice – Stagione d’Opera 2018-19
MARCO POLO
Opera in tre atti di Jin Wei
Musica di Enjott Schneider, con tre arie composte da Shaosheng Li
Marco Polo GIUSEPPE TALAMO
Chuan Yun XIAOTONG CAO
Wen Tianxiang YUNPENG WANG
Liu Niang YING LIU
Kublai Khan HAOJIANG TIAN
Sully/ Boatmam/ Jia Sidao KEJIA XIONG
Jingim/ Arghun SHUAI XU
Matteo Polo/ Rustichello DAVIDE BARTOLUCCI
Niccolò Polo/ Warden ENRICO RINALDO
Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice di Genova
Direttore 
Muhai Tang
Maestro del Coro Francesco Aliberti
Regia Jingfu Shi
Scene e video Luke Halls
Costumi Emma Ryott
Luci Bruno Poet
Coreografie Hongxia Yan, Luisa Baldinetti
Allestimento Guangzhou Opera House
Genova, 29 settembre 2019
Commissionato dal governo cinese all’Opera House di Guangzhou, il “Marco Polo” di Enjott Schneider può entrare di diritto nel novero delle nuove opere da promuovere, per ragioni molto diverse: la prima è la superba, ricchissima partitura che il compositore tedesco ha approntato, in grado di mantenersi pienamente nel solco del neo-romanticismo in voga negli ultimi anni, pur dando larghissimo spazio a contaminazioni dal patrimonio musicale cinese. Il sapore di questa musica presenta fortissimi rimandi pucciniani (la prevedibile “Turandot”, ma anche molta “Tosca”), ma attinge anche al mondo del musical e del cinema. Gli archi sono i veri, indiscussi protagonisti dell’orchestrazione, ma i momenti più suggestivi sono affidati ai legni (amatissimi dalla tradizione orientale) e alle percussioni, componendo spesso passaggi di grande espressività. C’è un ampio uso del  leitmotiv  e dell’utilizzo di tradizionali “numero chiusi” (arie, ecc) che aumentano il coinvolgimento del pubblico, mantenendo appieno la cantabilità della composizione – ed è in questo contesto che si inseriscono le pagine del giovane compositore Shaosheng Li Il direttore Muhai Tang, che ha seguito l’intera gestazione dell’opera in Cina, e l’ha accompagnata anche qui in Italia, è pienamente consapevole delle parti d’orchestra, tanto quanto degli interventi più folkloristici, e con grande disinvoltura passa da un ensemble all’altro, o li concerta con precisione millimetrica. Il palco e la buca sono un tutt’uno, e certamente l’ampio respiro della drammaturgia musicale e lo studio approfondito condotto dai cantanti contribuiscono ad annullare pressoché qualsiasi possibile discrasia. La seconda chiara ragione del successo dell’opera sta senz’altro nel libretto di Jin Wei: confidando nella correttezza della traduzione usata per i sovratitoli, si rimane profondamente colpiti dall’originalità delle immagini poetiche utilizzate, così come dall’ottimo equilibrio tra parola-in-azione e parola cantata; l’opera non manca di ritmo (nonostante le tre ore della sua durata) e la vicenda è stata chiaramente costruita in parte sulla tradizione dei viaggi di Marco Polo, in parte sulla librettistica europea a cavallo tra XIX e XX secolo, mescolando come da manuale un amore impossibile con lo scontro tra le civiltà, slanci guerreschi e sensuali danze, i valori più nobili (la libertà dei popoli, l’amore filiale) con le più laceranti passioni individuali (il rimpianto del passato, i conflitti tra  pubblico e privato). L’uso della lingua mandarina – che, lo ammettiamo, aveva originato più di un pregiudizio sulla riuscita dell’opera – non intacca minimamente la fruizione della dimensione emotiva, tutt’altro: nelle interpolazioni dalla tradizione orientale non può che essere la scelta più naturale, ma anche nei momenti più lirici sa stagliarsi con credibilità e morbidezza, spogliandosi delle spigolosità che presenta nel parlato. Per questo, il merito va anche al compositore, che lenisce, cesella la dizione, modellandola sull’eufonia della linea melodica, e non basando la propria costruzione musicale sul suono della parola. La vicenda è semplice: siamo di fronte infatti a un Marco Polo prigioniero dei genovesi, che detta al suo compagno di cella Rustichello da Pisa le cronache dei suoi viaggi in Oriente. La ragione è presto detta: in Cina, Polo ha conosciuto il grande amore della sua vita, la principessa dei Song Chuan Yun, che, se da una parte lo amava, dall’altra gli era avversa per ragioni politiche. Il background storico è infatti quello dello scontro tra mongoli Yuan – guidati da Kublai Khan, per i quali Marco Polo lavora – e antichi cinesi della dinastia Song, guidati dallo spietato Jia Sidao, ma anche dal saggio generale Wen, depositario dei valori patrii e legatissimo alla figlia Liu Niang, impavida guerriera. La narrazione di questo lungo flashback segue il filo della storia: i mongoli vincono la battaglia, il pavido Jia si dà alla macchia e Kublai manda a morte il sapiente Wen, malgrado l’annichilita disperazione della figlia Liu Niang. Chuan Yun si salva, e dopo l’instaurazione del regno mongolo, torna alla ricerca di Marco Polo, unicamente per arrendersi al suo impossibile amore per lui e tagliarsi la gola tra le sue braccia. L’epilogo, di nuovo nella prigione genovese, è imprevisto: i prigioni sono liberati grazie a un accordo con Venezia, ma Marco non abbandona il luogo, perché prigioniero del ricordo di Chuan Yun e dell’Oriente, che è il suo stesso cuore. Ad interpretare questa struggente vicenda, un ottimo cast. Certamente le prove migliori di canto – anche grazie ad alcune pagine di bell’impatto musicale – le danno il soprano Xiatong Cao (Chuan Yun), il baritono Yunpeng Wang e il mezzosoprano Ying Liu (Liu Niang). La prima è la vera star della serata,  scenicamente seducente quanto capace vocalmente: il ruolo di Chuan Yun è quello di un soprano che potremmo definire drammatico d’agilità, in grado di arditi passaggi d’agilità, come di sicuri slanci drammatici. Xiaotong Cao è cantante  dotata di un mezzo ragguardevole e la tecnica sicura le consente di mostrare omogeneità in tutti i registri. L’intonazione è solida e il fraseggio (punto debole delle scuole di canto orientali) sufficientemente vario da ben delineare le non poche sfaccettature del personaggio. Yunpeng Wang, baritono dall’avviata carriera internazionale, ha dalla sua un ruolo senz’altro accattivante per il pubblico: il generale “buono” agli ordini del re “cattivo”, fedele ai suoi ideali sino alla fine e riscaldato dall’inattaccabile devozione della figlia. Occorre, tuttavia, riconoscere che la linea di canto e il fraseggio dell’interprete sono le più affini al nostro gusto, sostenute, peraltro, da una vocalità morbidissima e omogenea. La sua romanza, dedicata alla figlia, commuove, sia per il testo accoratissimo, che per la bravura dell’interprete, sinceramente partecipe nel suo lirismo adamantino e misurato. E proprio lei, la vergine guerriera Liu Niang, è protagonista del momento più suggestivo dell’opera: il racconto di un terribile incubo, premonitore della morte del genitore (e se state pensando all’aria di Marfa nel II atto di “Chovanščina”, state pensando al giusto riferimento). Ying Liu conquista il pubblico – supportata da una riuscitissima regia – con una vocalità ricca e potente, ma soprattutto con delle ragguardevoli doti d’attrice, che sfodera in questa scena e in quella della morte del padre. Anche il Marco Polo di Giuseppe Talamo si distingue positivamente: voce di bel colore, intonazione precisa, ottima presenza scenica. Gli si può semmai imputare una poca varietà nel fraseggio. Convince anche il resto del cast italiano (Davide Bartolucci, Enrico Rinaldo), ma senz’altro riesce ad emergere meglio qualche ruolo minore della compagnia cinese:  ad esempio il canto scuro e scolpito del basso Haojiang Tiang, (Kublai), o Shuai Xu, baritono chiaro dal canto nobile (Jingim). Ben caratterizzato scenicamente, ma vocalmente meno a fuoco, il tenore Kejia Xiong (Jia Sidao). Ottimo il Coro del Teatro Carlo Felice, che si presta con dedizione all’idioma mandarino, ma si lascia coinvolgere anche dai giochi scenici ben congeniati del regista Jingfu Shi. In effetti, le ultime, non piccole, ragioni per il successo di “Marco Polo” sono la cura per le gestualità e per l’impianto scenico, ideato da Luke Halls: la scena è dominata da un gigantesco elemento rotante, che, a seconda dell’angolo di rotazione, può essere una sala del trono, il muro di una casa, i bastioni di una città, una scalinata, un sotterraneo. La compiutezza della scena viene inoltre garantita da videoproiezioni di intelligente concezione, mai troppo didascaliche, ma sempre ricche di fascino e allusioni all’immaginario orientale. Questi video talvolta accompagnano – giustamente – gli intermezzi musicali tra un atto e l’altro, garantendo un continuum scenico perfettamente combaciante al continuum musicale dell’opera. L’occhio viene letteralmente ubriacato di colori, grazie anche agli appropriati costumi di Emma Ryott, alle puntuali ed espressive luci di Bruno Poet, e soprattutto alle maliose coreografie curate da Hongxia Yan e Luisa Baldinetti, cui viene riservato più di un momento di ballo, soprattutto nei primi due atti. È grazie all’alta qualità di tutti gli elementi qui riportati – oltre che all’attenta promozione dell’evento – che questo spettacolo riempie il teatro, e non solamente grazie ai molti cinesi d’Italia: abbiamo visto tanti giovani, di tutte le nazionalità, melomani come neofiti, tutti attratti dall’insolita proposta di un’opera nuova ed esotica – e non era forse già nell’Ottocento l’esotismo uno dei trend più cavalcati dagli impresari per riempire i piccoli e grandi teatri europei? Gli applausi a scena aperta arrivano puntuali, e gli scrosci finali dimostrano che forse è giunto il tempo che anche i nostri teatri si convincano a scommettere maggiormente sull’opera contemporanea.

 

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