Napoli, Teatro di San Carlo: “La Traviata”

Napoli, Teatro di San Carlo, Stagione d’opera e danza 2018/19
“LA TRAVIATA”
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave dal dramma La dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio
Musica di Giuseppe Verdi
Violetta Valéry MARIA MUDRYAK
Flora Bervoix, sua amica MARIANGELA MARINI
Annina, cameriera di Violetta MA FEI
Alfredo Germont ALESSANDRO SCOTTO DI LUZIO
Giorgio Germont ROBERTO DE CANDIA
Gastone, visconte de Letorières LORENZO IZZO
Il barone Douphol ROBERTO ACCURSO
Il marchese d’Obigny LIN CHENYANG
Il dottor Grenvil FRANCESCO MUSINU
Giuseppe, servo di Violetta MARIO THOMAS
Un domestico di Flora ALESSANDRO LERRO
Un commissionario BRUNO IACULLO
Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore 
Stefano Ranzani
Maestro del Coro Gea Garatti Ansini
Regia Lorenzo Amato
Scene Ezio Frigerio
Costumi  Franca Squarciapino
Luci Marco Giusti
Coreografia Giancarlo Stiscia
Napoli, 3 ottobre 2019
Quando va in scena La Traviata, si sa, la “tranvata” è sempre dietro l’angolo. Con regia curata da Lorenzo Amato e scene progettate da Ezio Frigerio, questa Traviata napoletana c’appare come dequalificata in un teatro di fantocci blateranti, tanti tentativi di colmare l’abisso del vuoto d’una museificata gestualità, idealizzata e sublimata a pathos stilizzato. Le figure, recitano la loro parte, divenendo proiezioni di sé, meccaniche imitazioni di sé. Intrappolate come topi, dunque, nell’usuale scatola vuota. Sarebbe dovuto accadere altro: la verità teatrale di Violetta si sarebbe dovuta riverberare su Alfredo e Germont padre che, invece, aprono bocca senza parlare, fanno senza agire. Incombe, sulla funerea esposizione d’una società provinciale, una fitta pioggia, reale e simbolica, che filtra l’osservazione delle grandi tele pittoriche, riproducenti saloni bardati a festa. Una parete d’acqua, emblema d’una Parigi, fredda, piovosa, ma anche della fisica concretizzazione d’una latente alienazione che, inevitabilmente, adombra e smorza anche le relazioni tra le figure, sfiorate dalle fievoli luci di Marco Giusti ed avvolte in abiti raffinati e prevalentemente tardo ottocenteschi, ideati da Franca Squarciapino. Smuovono un po’ le eccentriche piroette dei ballerini, preparati da Giancarlo Stiscia, che danno palesemente a vedere di voler strizzare l’occhio al pubblico durante i cori delle zingarelle e dei mattadori (Atto II); siparietti che, per effetto di contrasto, sembrano ancora più finti.Sul podio napoletano, Stefano Ranzani. La fabbricazione progettata a tavolino d’una atmosfera smorta e depressa, determinata dall’uso poco espressivo degli archi, c’impone d’aguzzare l’orecchio non senza fatica. Tutto è centellinato, contato col contagocce; Ranzani fa economia di tutto, favorendo una non completa attuazione della costruzione dell’azione teatrale da parte del suono, impedendone così la partecipazione creativa all’evento teatrale che, difatti, non accade. Sonorità calde cedono il passo a tinte malinconiche, che si coloriscono di ombre presaghe della fine. Forse, si tratta d’una svolta verso l’intimità, verso sfumature impercettibili, ma l’elemento della poca espressività affossa agitazione, pathos, falsa quiete, amore e morte. “Sanza ‘nfamia e sanza lodo” la compagnia di canto, eccezion fatta per il soprano Maria Mudryak. Ella mostra una sagace padronanza del ruolo, passando, senza difficoltà, dalla scintillante coloratura dell’Atto I, affrontando  con buona tecnica le fioriture del “Sempre libera”, all’agitazione drammatica degli atti seguenti, con voce adatta a dominare l’orchestra dell’ “Amami Alfredo” (Atto II), con dovuto volume e buona tenuta nel grave. Una toccante sincerità ed una trascinante afflizione emotiva, con voce calda, animatasi di passione e d’umana rassegnazione per il tempo che fugge. Il tenore Alessandro Scotto Di Luzio, incatenato ad una paralizzante “non-azione”, mostra non poche difficoltà nel prestare al suo Alfredo un temperamento teatrale degno del ruolo, marchiato da un fragile impeto lirico, più adatto ad un ragazzetto impacciato che ad un irruento “cugino” di Ernani o di Manrico: la loro ricchezza melodica è radicata nella parola e non è fine a se stessa, come lo è stata, invece, la cabaletta “Oh mio rimorso” dell’Atto II, affrontata con evidente insicurezza. Il baritono Roberto De Candia risolve teatralmente la parte con correttezza, donando a Germont padre una voce chiara, però ricca d’accenti toccanti e paterna benevolenza, traendo vantaggi dalla caratteristica efficacia dell’aria dell’Atto II “Di Provenza il mare, il suol”, appropriatamente affrontata tanto da permettergli di sfoggiare senza difficoltà e con verità musicale la tessitura acuta. Complessivamente accettabili  le prove vocali e teatrali di Mariangela Marini (Flora Bervoix), Ma Fei (Annina), Lorenzo Izzo (Gastone, visconte de Letorières), Roberto Accurso (il barone Douphol), Lin Chenyang (il marchese d’Obigny), Francesco Musinu (il dottor Grenvil), Mario Thomas (Giuseppe, servo di Violetta), Alessandro Lerro (un domestico di Flora), Bruno Iacullo (un commissionario). Notevole appare anche l’apporto del coro, preparato da Gea Garatti Ansini, vocalmente colto e teatralmente efficace. In conclusione, un pubblico pressoché d’occasione ha tiepidamente accolto questa Traviata, senza eccessivo coinvolgimento emotivo.

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