Parma, Festival Verdi 2019: “I due Foscari”

Parma, Teatro Regio, Festival Verdi 2019
I DUE FOSCARI”
Tragedia lirica in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave, da Byron
Musica di Giuseppe Verdi
Francesco Foscari VLADIMIR STOYANOV
Jacopo Foscari STEFAN POP
Lucrezia Contarini MARIA KATZARAVA
Jacopo Loredano GIACOMO PRESTIA
Barbarigo FRANCESCO MARSIGLIA
Pisana ERICA WENMENG GU
Fante VASYL SOLODKYY
Servo GIANNI DE ANGELIS
Filarmonica Arturo Toscanini, Orchestra Giovanile della Via Emilia
Coro del Teatro Regio di Parma
D
irettore Paolo Arrivabeni
Maestro del Coro Martino Faggiani
Regia Leo Muscato
Scene Andrea Belli
Costumi Silvia Aymonino
Luci Alessandro Verazzi
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma in coproduzione con Teatro Comunale di Bologna
Parma, 6 ottobre 2019
È noto come Verdi avesse particolare cura per I due Foscari, sua sesta opera decisamente sperimentale, e ne sperasse più volte una sorte migliore di quella che ha auto. Così è stato nei suoi “anni di galera”, di cui l’opera è figlia, ed è altrettanto noto come, con la maturità, lo stesso autore ne prendesse le distanze, per la tinta “bigia e uniforme” (parafrasandolo) che la percorre tutta. Insomma, anche con qualche ritocco, va detto, questo titolo rimane tra i più ostici di tutta la produzione verdiana e allo stesso tempo tra i meno riusciti e godibili. I due Foscari, perdonate, e mi perdoni il Bepìn, detto da un verdiano appassionato, anche alla prova del palcoscenico, pur essendo più breve di tanti altri titoli, risulta un polpettone indigesto, immobile e un po’ deprimente per il pubblico nonché un banco di prova mostruoso ma spesso ingrato per gli interpreti. Anche salvando la bellezza grandiosa di alcune pagine (i finali d’atto, la resa musicale del Doge, gli sperimentalismi formali nella costruzione drammaturgica della scena e i “nuovi” interludi orchestrali), rimaniamo lungi dalla bellezza e dall’efficacia che Verdi ha azzeccato in quasi tutta la sua carriera: è un peccato, il soggetto è forte ma statico (sin dall’inizio i personaggi, granitici, non hanno speranza né sviluppo, né “più lagrime”), il patetismo come un tossico infetta senza via d’uscita la trama prima ancora che la musica, le parole di Piave sono sintetiche e funzionali ma impari ai disegni di Verdi, che indovina le “situazioni” e le pagine clou, vuole innovare le “forme” e abbozzare nuovi personaggi, ma che altrove non riesce a staccarsi per sua stessa ispirazione da una convenzionalità spiccia, orecchiabile ma spesso banale anche quando la scrittura è ricercata. Tutte le cabalette e tutte le pagine corali cadono sotto il peso di queste constatazioni ed è facile immaginare come già poco dopo il 1844 il pubblico viennese accogliesse con maliziose e ciniche risatine alcune pagine in ritmo ternario, ideali per metro alle onde veneziane della vicenda ma troppo brillanti nello spirito per connotarle davvero come tali. Il dubbio viene: anche dopo una più che decorosa rappresentazione come quella della scorsa domenica, il problema di quest’opera rimane l’opera. Meritevole è in ogni caso il Festival Verdi (se non loro, chi?) a riesumare il titolo in coproduzione con Bologna e a proporlo in una veste scenica interessante e inedita: Leo Muscato sceglie di non stravolgere la vicenda né di sovrapporvi particolari quesiti o drammaturgie aggiuntive. La regia narra, realisticamente ed efficacemente, la vicenda, con un buon lavoro su tutti gli interpreti, che colgono lo stato dei loro personaggi, recitano sapendo ciò che dicono e soprattutto non si “spengono” al di fuori della propria parte cantata ma al contrario (finalmente) ascoltano, interagiscono e reagiscono alle parole, alle notizie e ai gesti della scena. Anche il Coro del Teatro Regio, autore di un’ottima prova guidata da Martino Faggiani, si disimpegna abbastanza bene nella recitazione, e ottimo è anche l’intervento dei mimi-acrobati nelle feste del terzo atto (molto garbato e ben riuscito) è l’unica schiarita nei cupi nuvoloni del dramma. Forse proprio per questa scelta interpretativa, nonostante la collocazione temporale al tempo della composizione (un Ottocento risorgimentale, dato più dai costumi azzeccatissimi ed eleganti di Silvia Aymonino) e la bella scena astratta e mutevole di Andrea Belli (su di una pedana circolare inclinata, un’esedra sospesa che a seconda dell’altezza diventa muro o fregio, affresco o prigione, con un bellissimo controluce, ottimo come le altre luci di Alessandro Verazzi), mette a nudo la “debolezza” del dramma in sé. Con tale lettura che non disturba ma accompagna lo spettatore, l’opera cammina sulle gambe degli interpreti: efficaci tutti i comprimari, Erica Wnmeng Du, Gianni De Angelis, Francesco Marsiglia e Vasyl Solodkyy, tonante per voce e minaccioso per figura, con ovazioni finali del pubblico, il Loredano di Giacomo Prestia, (nonostante il personaggio -primo abbozzo lontano di uno Jago- non sia minimamente sviluppato), ideale per vocalità piena e buona dizione (anche se in difficoltà nel passaggio della prima cavatina) il giovane e sventurato Jacopo di Stefan Pop, personaggio completo il padre Foscari di Vladimir Stoyanov (trionfatore della serata), ben cantato e ben recitato, con vocalità limpida, cura del legato e dell’accento e misura nel gesto; più problematica la Lucrezia di Maria Katzarava, alle prese col personaggio dalla vocalità più massacrante della locandina: qualche contestazione isolata alla ribalta era prevedibile, nonostante i buoni mezzi, per l’emissione personale, la semplificazione della pesante coloratura e l’accento un po’ generico; onore al merito per i nervi saldi, anche a fronte di un pubblico foltissimo ma freddo e incerto che si è scaldato decisamente tardi. Il maestro Paolo Arrivabeni, che ben conosce il titolo e con esso debutta nell’amata Parma, guida la Filarmonica Toscanini unita ai giovani dell’Orchestra della via Emilia con il piglio degli anni di galera, con un colore netto al limite dell’asciutto e tempi abbastanza mossi, cercando di incrementare il ritmo dell’opera anche se ritmo non c’è (e purtroppo i vari cambi scena a sipario chiuso non aiutano per nulla in tal senso). Viene ulteriormente da chiedersi se, per rendere più efficace o avvincente il titolo, la chiave di lettura possibile non sia l’opposta, quella cioè di una ricerca dell’effetto iper-romantico e, laddove possibile, sinfonico, un po’ alla Gavazzeni. Si tratta di una speculazione fuori da ogni filologia, cui il Festival è invece votato anche per l’utilizzo se non la presentazione in prima assoluta di alcune edizioni critiche, ma forse potrebbe essere una via alternativa per trasformare in pregi quelli che alla prova della scena sono parsi i difetti dell’opera. (Mi si perdoni l’eresia). Foto Roberto Ricci

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