Parma, Festival Verdi 2019: “Luisa Miller”

Parma, Chiesa di San Francesco del Prato, Festival Verdi 2019
LUISA MILLER”
Melodramma tragico in tre atti su libretto di Salvadore Cammarano, dal dramma Kabale und Liebe di Friedrich Schiller.
Musica di Giuseppe Verdi
Il conte di Walter RICCARDO ZANELLATO
Rodolfo AMADI LAGHA
Federica MARTINA BELLI
Wurm GABRIELE SAGONA
Miller FRANCO VASSALLO
Luisa FRANCESCA DOTTO
Laura VETA PILIPENKO
Un contadino FEDERICO VELTRI    
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Roberto Abbado
Maestro del Coro Alberto Malazzi
Regia Lev Dodin
Scene e Costumi Aleksandr Borovskij
Luci Damir Ismagilov
Drammaturgia Dina Dodina
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma in coproduzione con Teatro Comunale di Bologna
Parma, 5 ottobre 2019
Negli ultimi anni a Parma, un titolo del Festival ha avuto come luogo privilegiato di rappresentazione un palcoscenico alternativo (era lo storico capolavoro ligneo del Teatro Farnese); il 2019 ha collocato invece uno spettacolo nuovo con un’operazione originale e coraggiosa nella chiesa gotica di San Francesco del Prato, in collaborazione con la diocesi di Parma, per due secoli carcere cittadino ed ora in fase di imponente restauro. Alle impalcature dei lavori pluriennali in corso si sono aggiunte quelle per la realizzazione della scena, all’altezza di presbiterio e abside, coperto da tre piani di praticabili spogli su cui il Coro del Teatro Comunale di Bologna, preparato da Aberto Malazzi, ha sostato immobile per quasi tutta la durata dell’opera (con, si immagina, non poche difficoltà di comunicazione visiva e uditiva con la direzione). La scena spoglia immaginata da Aleksandr Borovskij si è arricchita qua e là di cavalletti e tavole lignee, fino a comporne una unica e lunga (il banchetto nuziale) nell’atto finale, perpendicolare al pubblico. Sono luoghi minimali e simbolici, scanditi da impressioni di colore piuttosto nette nelle luci di Damir Ismagilov (su sfumature dei colori primari, con l’aggiunta del bianco, ed il riverbero ambientale ripetuto nelle navate laterali di tutta la chiesa). I colori dei costumi, vagamente storicizzati, dello stesso scenografo sono volti ad evidenziare la drammaturgia manichea di Dina Dodina, con il bianco e l’ocra per il Bene ed il rosso e il nero per il Male: con tale semplificazione netta e una recitazione statica pensata da Lev Dodin, regista firmatario dell’operazione, si è assistito di fatto ad un rito sacro, un oratorio lento se non immobile in cui ribollono le passioni del dramma verdiano e schilleriano. L’impressione è straniante, poiché di passioni, incontri, scontri, azione insomma, ce ne sarebbero non pochi nel libretto di Cammarano, e qui è ridotta ad entrate, uscite, pochi e semplici gesti fortemente simbolici (qualcuno, come lo sbattere i pugni sul tavolo nei momenti d’ira, stona persino per quanto sia realistico e convenzionale in mezzo ad un teatro molto più asciutto e misurato). Qualche esempio: Luisa è collocata per tutto il primo atto sul tavolo in fondo, quasi fosse una madonna immacolata sotto gli occhi di tutti eppure chiusa e conclusa in sé e nel suo amore; alle insidie del nero Wurm -già minaccioso al solo ingresso- fanno da contraltare le entrate e uscite parallele di Laura, angelo custode della protagonista; l’arrivo del potere e dell’ordine sociale precostituito è anche l’entrata in scena di cavalletti e tavole che cominciano a delimitare lo spazio; gli eventi significativi come il principio e la fine, da una situazione positiva a una conclusione negativa, sono contrassegnati rispettivamente da piogge di coriandoli bianchi prima e rossi poi. Si potrebbe andare avanti ancora a lungo, con svariati dettagli (non sempre felici e non sempre in sintonia con ciò che avviene in musica) che comunque contribuiscono alla rappresentazione del martirio di un’infelice, con vittime collaterali. Come accennato, il senso del teatro di Dodin, pur essendo davvero “teatro” e non arredamento, è piuttosto a-musicale, con diversi gesti significativi lontani da punti significativi della partitura: anche se non offende o contrasta la drammaturgia musicale, sembra a tratti di poterne fare a meno e questo è un peccato, se si fa regia d’opera. L’alto valore dell’operazione in sé è dato dalla proposta originale e coraggiosa che unisce per questo titolo un team creativo e artistico, un palcoscenico insolito ma efficace ed un cast interessante. Non si può negare che sia il luogo ad aggiungere molta sacralità al dramma iper-romantico, beneficiando anche di una concertazione sublime che tiene conto dell’acustica con riverbero della chiesa, sorprendentemente buona. Il cast, interessante ma forse poco più, dimostra quanto questo titolo sia difficile, nonostante l’intrinseca bellezza di Luisa Miller: la nuova produzione scaligera del giugno 2012 (con nomi di primo piano) non andò male ma neanche troppo bene e non lasciò il segno. A detta di alcuni, gli interpreti di Parma hanno giocato di rimessa rispetto alla generosità della première: non potendo giudicare, va segnalato che la naturale estroversione di Amadi Lagha ha tratto sicuro beneficio dal ricorso a mezzevoci di grande interesse, magari non troppo cercate per finezza di interpretazione ma funzionalissime al personaggio e al canto di un lirico schietto, impiegato solitamente in ruoli molto più spinti (successone per l’aria più celebre dell’opera); non troppo in forma, se non semplicemente cauti, i due bassi Riccardo Zanellato e Gabriele Sagona, professionisti che in altre occasioni hanno regalato performance vocali migliori, per ricchezza di timbro e ortodossia d’emissione, e per cui si auspica sinceramente una ripresa rapida: il duetto Walter-Wurm, rarità nella produzione di Verdi, passa purtroppo quasi inosservato. Seducente per voce e figura, Martina Belli disegna una Federica quasi ideale, che a teatro avrebbe reso di più che in un contesto tanto castigato, mentre sono ottime le prove delle parti di fianco, seppur limitate per tempo e ruolo, di Veta Pilipenko e Federico Veltri (Laura e contadino). L’unico pezzo da novanta, senza offesa per nessuno, sarebbe il Miller di Franco Vassallo, che non risparmia voce né fraseggio, con bel timbro, grande volume, fiati lunghissimi e ottimamente controllati: con cotanti mezzi, sembra però per buona parte anche il meno interessato a sfumare e addolcire un personaggio altrimenti granitico, cui rimedia fortunatamente nell’ultimo atto, con un duetto magnifico. La protagonista riassume in sé molte caratteristiche attribuibili al cast: Francesca Dotto ha bel timbro e buona presenza scenica, esegue correttamente una parte misconosciuta e difficilissima, eppure, complice un volume di suono decisamente ridotto, lascia l’impressione di una prova volenterosa e un po’ calligrafica, con un ruolo da protagonista che è un abito ancora troppo largo per l’interprete. Ovviamente, se le cose stanno come “si dice” se ne può riparlare; la regia, che accorpa i primi due atti per quasi due ore di musica ininterrotta (in cui Luisa non esce mai di scena), di certo non la aiuta. Chi sembra avere maggiore cura in assoluto per salvare la sventurata Luisa è Roberto Abbado, ormai a suo agio anche in situazioni tetral-musicali insolite anche acusticamente e, grazie anche a questo, ottimo concertatore: i tempi sono sensatamente comodi ma la tensione del dramma non cala mai, con cura per il canto, mai soverchiato nonostante il ricorso allo stile “grandioso” di Verdi (non è poi solo un melodramma intimo) e la ricchezza di mezzi dell’Orchestra del teatro Comunale di Bologna (una prova maiuscola). L’abilità narrativa, ottenuta attraverso un suono morbido e trasparente anche nel tutti, è anzi enfatizzata anzi da momenti di apparente stasi: basti, uno su tutti, il tremolo degli archi dopo l’assolo d’organo nell’ultima scena, con cui entrano Luisa prima e Rodolfo poi. La felicità melodica di Verdi (presente in tutta l’opera) qui anticipa scene cruciali a venire come Otello e Forza (la preghiera di Leonora e la candela spenta dal Moro) e
raggiunge una vetta di umana comprensione e compassione. Meglio ancora se poco o nulla avviene in scena in quel momento, e ci si dimentica persino delle voci (purtroppo), tanta e tale è la tenerezza e insieme la tristezza per la tragedia imminente, quando insomma si comprende la fine di ogni possibile speranza prima che la tragedia si compia. Per come è stata eseguita lo scorso sabato, rimane vertice della serata, grandioso eppure intimo e straziante, momento commovente e indelebile nella memoria. Applausi prolungati dopo quelli non troppo convinti di tutta la serata, con punte di approvazione per Dotto, Lagha, Vassallo, Abbado, Orchestra e Coro. Foto Roberto Ricci

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