Parma, Festival Verdi 2019: “Nabucco”

Parma, Teatro Regio, Festival Verdi 2019
NABUCCO”
Dramma lirico in quattro parti su libretto di Temistocle Solera, dal dramma Nabuchodonosr di Auguste Anicet-Bourgeois e Francis Cornu e dal ballo Nabuccodonosor di Antonio Cortesi
Musica di Giuseppe Verdi
Nabucco AMARTUVSHIN ENKHBAT
Ismaele IVAN MAGRì
Zaccaria RUBÉN AMORETTI
Abigaille SAIOA HERNÁNDEZ
Fenena ANNALISA STROPPA
il Gran Sacerdote di Belo GIANLUCA BREDA
Abdallo MANUEL PIERATTELLI
Anna ELISABETTA ZIZZO
Filarmonica Arturo Toscanini, Orchestra Giovanile della Via Emilia
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del Coro Martino Faggiani
Progetto creativo Ricci/Forte
Regia Stefano Ricci
Scene Nicolas Bovey
Costumi Gianluca Sbicca
Luci Alessandro Carletti
Coreografie Marta Bevilacqua
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma in coproduzione con Teatro nazionale croato di Zagabria
Parma, 3 ottobre 2019
Forse Nabucco è “lo” spettacolo del Festival Verdi 2019: la prima del titolo firmato Ricci/Forte è stata campo di battaglia rumoroso e aspro tra i tradizionalisti (perlopiù locali, appassionati melomani e buatori scandalizzati) e i difensori del teatro di regia, con qualche anima che ha rivolto mezzo stampa un’accorata preghiera a poche ore dall’inizio perché i supposti “verdiani doc” non impedissero lo svolgimento della recita (tanta e tale era la paura). Quindi, nonostante il chiasso, alla fine Nabucco andò in porto (è proprio il caso di dirlo) con la glorificazione della critica nazionale e le proteste del pubblico in sala. Si badi, una divisione così netta riguardava la parte visiva, giacché non si può non concordare che oggi sia difficile mettere insieme un cast e una direzione migliore di questi per la terza opera di Verdi nonché sua consacrazione storica. Francesco Ivan Ciampa guida infatti un Nabucco elettrizzante, con tempi generalmente mossi se non spediti ma mai frettolosi né fracassoni: il controllo della Filarmonica Toscanini con le giovani forze della via Emilia è magistrale per cura del dettaglio concertato e della dinamica; mai prima d’ora -forse complice l’ottima acustica- mi ero accorto della rilevanza dei corni in quest’opera, giusto per fare un esempio, ma sugli scudi andrebbero portate tutte le prime parti (violoncello e oboe su tutti), sollecitate al canto, tanto da sole quanto con il palcoscenico. È proprio il canto la grande vocazione di questo maestro e di questa produzione: se l’impennata di Cadran, cadranno i perfidi ricorda l’impeto quarantottesco del primo Muti scaligero (ve lo ricordate, “Chi è con noi, è con noi”?) è solo per l’agogica, giacché ovunque è l’attenzione alla cantabilità e alle esigenze del palcoscenico, sia alla capacità di attaccare subito di fronte al gelo perplesso del pubblico pur dopo un numero ben eseguito, salvando i nervi dei solisti e la temperatura dell’azione scenica, sia al coinvolgimento della compagine orchestrale nel canto verdiano. A tal proposito il Va’ pensiero (sull’ale dorate), per chi scrive, è il migliore mai udito a teatro e in disco, grazie alla varietà di colori e alla compattezza tecnica e d’ispirazione del celebre Coro del Teatro Regio preparato dall’inossidabile Martino Faggiani: il respiro con cui gli archi approdano al canto con le voci al verso O mia patria, sì bella e perduta, avrebbe commosso pure i sassi, e l’interminabile corona sull’ultima “ù”, eseguita morendo in un silenzio religiosa, carico di attesa e tensione (e passione, anche quella) sono cose che non si dimenticano. Bis d’obbligo. Si diceva che il cast è tra i migliori possibili oggi, ed è vero a cominciare da Amartuvshin Enkhbat, finalmente protagonista nel tempio emiliano, voce di bronzo e velluto insieme, dizione perfetta, cantabilità indiscutibile, timbro e fraseggio nobilmente “brusoniani”, tonante quando serve ma anche sensibile al canto a fior di labbro (in tal senso, eccellente nel duetto del terz’atto ancor più che nell’aria del quarto). Al suo fianco, nonostante l’indisposizione, Saioa Hernández è una forza della natura, per fiati, volume e lucentezza del suono: anche se questa scelta sacrifica un po’ alcune agilità, ne esce trionfante un personaggio ferino, tutto d’un pezzo, scenicamente impeccabile nel suo algido potere (e che gesto, l’affronto a Nabucco col bicchiere in mano all’inizio della terza parte), insomma star della serata anche per gli abiti magnifici da dark lady vagamente anni ’50 (impossibile non pensare a Kim Novak in Vertigo, non foss’altro che per i dominanti verdi e rossi, grazie a Gianluca Sbicca). Al termine della serata le ovazioni sono state rivolte a questi interpreti, a Ciampa e al Coro, con qualche isolato dissenso per il basso Rubén Amoretti (Zaccaria dalle buone intenzioni, scenicamente in parte come “pastore” di anime disperate ma anche vocalmente piuttosto chiaro) e generale plauso alle parti di fianco, invero eccellenti: Ivan Magrì e Annalisa Stroppa sono stati Ismaele e Fenena da manuale, con doti proprie che non si possono ignorare, per la salda emissione l’uno e la seducente bellezza del timbro l’altra (purtroppo le scelte registiche hanno annientato ogni interesse per la loro love-story, già pallida di suo nel libretto). Ma eccezionalmente ben cantati anche il solidissimo Gran Sacerdote di Gianluca Breda, la sonora e puntuale Anna di Elisabetta Zizzo e l’Abdallo umanamente partecipe e indimenticabile di Manuel Pierattelli. Riguardo alla parte visiva, perplessità e malumori serpeggianti sin dall’inizio sono esplosi nel cambio scena tra terza e quarta parte, bersagliando i mimi alle prese con una simbolica ma chiara allusione all’affogamento (unica vera pantomima con audio aggiunta al dramma verdiano), un po’ soggetto di tutta la lettura di Ricci/Forte: la vicenda si svolge in un futuro distopico nell’anno 2046 (riferimento al film di Wong Kar-Wai) in una sorta di nave/arca (spazio scenico multiforme e accattivante di Nicolas Bovey con le luci perfette, “acide” e malate nel futuro tossico di Alessandro Carletti) dove il potere dittatoriale fagocita frotte di disperati, che indossano vesti anni ’40-’50 e gli ultimi beni (come la pelliccia) sotto un attualissimo salvagente arancione. Se è chiaro l’intento generale di mostrare un futuro molto prossimo in cui una forza politica riesce a sopraffare le masse (un dettaglio opportuno è l’idolo, schermo -verticale- con l’onnipresente e orwelliano dittatore, prima Nabucco e poi Abigaille), più pasticciata è la realizzazione nella regia di Stefano Ricci: tralasciando la perfettibilità della direzione delle masse, sono molte quelle che paiono ingenuità o le eccessive libertà che, in nome di una superiore idea di teatro sacrificano la drammaturgia verdiana relegando la musica a mera colonna sonora di una storia altra; geniale è il rito dell’albero di Natale, appropriazione da parte del potere di un simbolo ormai vuoto di significato ma rassicurante per le masse, più discutibile l’affidare il pacco regalo al baritono (perché così almeno ha qualcosa da fare con le braccia, verrebbe da dire), per esempio, ma anche tutti i movimenti di Ismaele e Fenena, quando vi sono, cadono nel vuoto di una nuova drammaturgia che non lascia spazio al privato in favore del messaggio sociale e politico; ecco che S’appressan gli istanti e tutti i solisti si siedono in proscenio, in riga, come ad aspettare un autobus che non arriva mai; Nabucco lancia il suo Andiam! ed esce solo a sinistra mentre il coro maschile va in fondo, sotto il ponte a mezz’aria. Ce ne sono molte altre, a cornice di una generale confusione per il pubblico, che non capisce più chi sia chi nel coro e con quale ruolo: l’uso dei mimi/guardie nella prima parte ne è l’emblema: l’azione scenica perde significato e diventa coreografia (e per questo c’è Marta Bevilacqua) e alterna diversi registri, dal poetico (il librarsi delle pagine in volo, parte II, dietro Zaccaria) al didascalico attuale (le file per i documenti, parte I, sempre ai lati di Zaccaria), senza trovarne mai uno unico e significativo. Quindi, placati i dissensi dei loggionisti reazionari e gli incensi della critica ufficiale, uno spettacolo discutibile e non del tutto riuscito (ad eccezione della parte musicale) proprio perché avrebbe potuto osare di più, in un senso o nell’altro. Foto Roberto Ricci

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