Parma, Festival Verdi 2019: Roberto Abbado, la Filarmonica “Arturo Toscanini” & Coro del Teatro Regio

Parma, Teatro Regio, Festival Verdi 2019
Orchestra Filarmonica “Arturo Toscanini”
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore Roberto Abbado
Maestro del Coro Martino Faggiani
Solisti Tiziano Rosati, David Astorga, Bum Joo Lee
Giuseppe Verdi: La battaglia di Legnano, Sinfonia; I Lombardi alla prima Crociata, Atto II: Introduzione e coro di Turchi “È dunque vero?…Or che d’Europa il fulmine” (Basso: Tiziano Rosati); Coro nell’Harem “La bella straniera”;Otello, Ballabili; Aida, Sinfonia (1872);Suona la tromba”, Inno per coro maschile;Inno delle Nazioni”, Cantata per tenore, coro e orchestra (Tenore: Bum Joo Lee)
Léo Delibes: Lakmé, Atto II: Entr’act e coro “Allons, avant que midi sonne”
Félicien David: Le Désert, Première partie, Prélude et chœur “Allah! Allah! A toi je rends hommage”; Troisième partie, Le lever du soleil, Chant du muezzin (Tenore: David Astorga)
Georges Bizet: Les pêcheurs de perles, Act I: Prélude et chœur des pêcheurs “Sur la grève en feu”
Jules Massenet: Le Roi de Lahore, Act III: Marche céleste et chœur “Voici le Paradis”
Parma, 4 ottobre 2019
Il Festival Verdi 2019 propone tre nuove produzioni operistiche a Parma e una nobile ripresa nel teatrino di Busseto: di ognuna si parlerà su GBOpera. Il calendario è però arricchito da concerti e recital, sia nel cartellone ufficiale del Festival sia tra le numerose iniziative del Verdi Off, con mostre, incontri, promenade, aperitivi e vari altri eventi che riscaldano e rimpolpano le vie e i palazzi di Parma. Al Teatro Regio, dopo la seconda recita di Nabucco, ha avuto luogo il concerto della Filarmonica Arturo Toscanini e del Coro del Teatro Regio di Parma diretti da Roberto Abbado, che è anche il direttore musicale del Festival e non manca all’appuntamento parmense da anni. Il programma, interessantissimo, offriva al pubblico (numeroso ma non come nelle rappresentazioni liriche che gremiscono il teatro) pagine di raro ascolto e vere proprie chicche accostate seguendo due fili conduttori legati tra loro dalla presenza della Francia, come terra d’ispirazione o confronto, di provenienza o d’occasione dei brani proposti. I temi centrali sono l’ufficialità del Verdi meno noto e l’orientalismo di alcune sue pagine, raffrontate allo stesso ambiente musicale immaginato dai contemporanei francesi. Al primo filone apparteneva il brano di apertura nonché la conclusione della serata: il primo era la Sinfonia de La battaglia di Legnano (1849), l’opera più scopertamente “quarantottesca” e patriottica del Verdi risorgimentale. Qui Abbado prende le misure, l’Orchestra pure si scalda e qualche imperfezione c’è (perdonabile): la pagina non è forse delle più ispirate ma è di squisita fattura, nonché di notevole impegno, soprattutto per i legni. Per ritrovare il Verdi più istituzionale e d’occasione alla fine della seconda parte del concerto si è esibito a cappella il Coro del Teatro Regio, da vent’anni eccezionalmente preparato da Martino Faggiani, in quello che avrebbe potuto essere l’inno degli Italiani, se Verdi l’avesse consegnato in tempo al committente (nientemeno che Mazzini): Suona la tromba ha il suo fascino semplice, ruvido, “virile” (è infatti affidato alle sole voci maschili, quelle che avrebbero dovuto intonarlo tra le barricate del ’48) che ricorda il tema marziale degli ottoni della sinfonia d’apertura. Non è una pagina indimenticabile ma, almeno per un italiano di 170 anni dopo, è commovente sentire il finale di ogni ritornello “finché non sia l’Italia/una dall’Alpe al mar”). Dopo questo inno seguiva il colossale pastiche su versi di Boito (la loro prima collaborazione) per l’esposizione universale di Parigi (1862): orchestra, coro e tenore (il solista Bum Joo Lee, corretto, baldanzoso e fiero ma anche poco vario nelle sfumature di un brano che già di per sé è piuttosto retorico) si lanciano in una serie di temi più o meno pomposi ma accattivanti (lo stile, si sente, è quello mediano tra il Ballo in maschera e la ventura Aida, anche se è più difficile riscontrarvi l’aria che tira nel coevo Don Carlos), mescolano gli inni di Inghilterra, Francia e Italia (quello di Mameli, che non era ufficiale all’epoca) e si ricongiungono in una trionfante melodia originale all’unisono. Il finale è in gloria, come da testo, con applausi calorosissimi e chiamate al proscenio per tutti. A proposito di pastiche, la seconda parte del concerto è stata aperta dalla sinfonia che Verdi scrisse per la prima scaligera della sua nuova Aida (1872): brano eseguito solo di rado e recentemente, che parte dai primi tre minuti del preesistente preludio e sviluppa la dialettica Amenris-Aida in modo più raffinato della convenzionale sinfonia pot-pourri ma con risultato più raffazzonato che convincente (anche l’esecuzione, pur correttissima, è sembrata più frammentata e frammentaria degli altri anche più complessi brani del programma). In mezzo a questi estremi vi è stato un excursus nell’Oriente immaginato dalle musiche di Verdi e più ancora dai suoi colleghi francesi, per cui l’esotismo è stato cifra distintiva in tutto l’Ottocento, coloniale e non. I cori verdiani de I Lombardi (quelli di Acciano e quelli dell’harem) sono bruttarelli e convenzionali ma rendono perfettamente l’idea di quali fossero i cliché impiegati tanto dal cigno delle Roncole quanto da altri musicisti prima di lui (a beneficio d’inventario, pure il successivo Corsaro avrebbe ancora avuto questo linguaggio) ma ad utile confronto c’è il Verdi stesso di cinquant’anni dopo, con i Ballabili che aggiunse al terzo atto di Otello solo per la prima parigina (1894): l’esecuzione di una pagina breve (meno di sei minuti) ma piuttosto varia e complessa valeva da sola la presenza al concerto, per ricchezza di sfumature, colori, elasticità dinamica ed agogica trascinante. Il confronto con i Francesi, prima di questo Otello, li vede trionfare per ricchezza inventiva coloristica e leggerezza melodica, anche a parità di mezzi, prima dell’invenzione del sax: i brandi di Delibes (1883), Bizet (1863) e Massenet (1877) sono egualmente forieri di seducenti atmosfere, tra il lieve intrattenimento e l’esotismo di cartapesta più sfacciato, sempre mirabilmente eseguiti dalle compagini impegnate, con un plauso in particolare per il Coro che ha affrontato questo repertorio, inusuale a Parma, con sicurezza, flessibilità e proprietà stilistica. La vera chicca però è costituita dai due brani estrapolati dalla cantata profana (ode sinfonica in realtà) di Felicien David, Le désert, che l’autore scrisse ed eseguì nel 1844 dopo un viaggio in Egitto, Terra Santa e Medio Oriente: snobbata dalla storiografia musicale come accozzaglia di atmosfere ed effetti kitsch, è in realtà un notevolissimo lavoro oggi da riscoprire per l’abilità della fattura e l’estrema libertà formale, che non poté non ispirare tutti i contemporanei e i successivi. Il secondo dei due brani, proveniente dalla terza e ultima parte, vede il tenore solista librarsi in melismi nuovi: il canto del Muezzin, eseguito mirabilmente dal giovane David Astorga (colore bellissimo e ottima tecnica per una pagina breve ma non facile): momento indimenticabile, funestato purtroppo (la legge di Murphy a teatro è implacabile) da un accesso di tosse nel pubblico. Del resto era proprio del vicino Oriente ispiratore di David che Rubinstein disse: Di solito quando la gente ha la tosse va dal dottore, a Tel Aviv viene ai miei concerti”.  Foto Roberto Ricci

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