Venezia, Teatro Malibran: Beethoven secondo Federico Maria Sardelli

Venezia, Teatro Malibran, Stagione Sinfonica 2019-2020
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Federico Maria Sardelli
Ludwig van Beethoven: “Coriolano” ouverture in do minore op. 62; da” Le creature di Prometeo” op. 43, Ouverture Introduzione e nn. 1, 2 , 3, 5, 8, 9, 10, 16; Sinfonia n. 1 in do maggiore op. 21

Venezia 18 ottobre 2019
Il tema portante dell’attuale stagione sinfonica del Teatro La Fenice è rappresentato dalla figura di Ludwig van Beethoven con la proposta di buona parte delle sinfonie, di concerti e quant’altro. In questo secondo appuntamento – tutto beethoveniano come il precedente – erano in programma l’ouverture del Coriolano, una selezione da Le creature di Prometeo e la Prima sinfonia. Sul podio uno specialista del repertorio settecentesco e barocco, instancabile promotore della musica di Vivaldi: il poliedrico Federico Maria Sardelli, oltre che musicista, pittore, scrittore di romanzi e saggi critici, commentatore satirico, ecc. Beethoven scrive l’ouverture del Coriolano agli inizi del 1807, quale intermezzo per l’omonima tragedia del poeta austriaco Heinrich Joseph von Collin, incentrata sulla figura di Gaio Marcio, detto Coriolano per aver espugnato Corìoli, l’antichissima città dei Volsci. Il protagonista, dopo essere stato esiliato per ragioni politiche, decide di volgersi contro i propri concittadini, ma la moglie Volumnia e la madre Veturia lo supplicano di non tradire Roma. Incapace di scegliere tra fedeltà alla patria e desiderio di vendetta, il condottiero si toglie la vita. Il lavoro, concepito come pezzo musicale autonomo, non fu eseguito per la prima rappresentazione del dramma, il 24 aprile 1807 a Vienna, ma successivamente, nel dicembre del 1807, dopo una prima esecuzione privata, a casa del principe Lobkowitz nel marzo precedente. Tra le pagine più rilevanti della cosiddetta fase epico-eroica di Beethoven, l’ouverture del Coriolano – che, secondo Wagner, evoca la scena, più decisiva: quella in cui Coriolano, di fronte alla moglie e alla madre, si infligge il colpo mortale – si basa su una logica rigorosissima, in cui l’elemento ritmico è di assoluta rilevanza, oltre che sulla sessa efficace concisione della contemporanea Quinta sinfonia. Il maestro livornese ha offerto una lettura di questo brano – come peraltro delle altre composizioni eseguite – tesa a mettere in rilievo l’eredità classica del Maestro di Bonn – adoratore di Cherubini e di Haydn –, piuttosto che le inquietudini romantiche, già ravvisabili anche in talune sue opere giovanili. In altre parole, ci sembra sia prevalso nella sua concezione direttoriale un diffuso ricorso al labor limae, per smussare tensioni e contrasti, in favore di un olimpico, winckelmanniano controllo delle passioni, caro all’estetica neoclassica. Di conseguenza gli accordi d’apertura non erano decisi, forti e incisivi, né separati da pause prolungate, come si avverte in altre esecuzioni, mentre la leggerezza dominava nel successivo tema concitato e una languida espressività caratterizzava il secondo tema implorante, e così di seguito – ancora senza marcati contrasti dinamici o agogici – fino all’impercettibile conclusivo pianissimo.
Seguiva una selezione da uno dei lavori orchestrali di Beethoven meno conosciuti: Le creature di Prometeo. Dopo l’incontro con il celebre coreografo napoletano Salvatore Viganò – tra l’altro, nipote di Luigi Boccherini –, che era allora il direttore del balletto di corte a Vienna, il quasi trentenne Beethoven ebbe, nel 1800, l’incarico da parte del Teatro Imperiale di Vienna di musicare un soggetto coreografico ideato dallo stesso Viganò e intitolato originariamente Gli uomini di Prometeo: un “ballo eroico allegorico” in due atti e vari quadri. Nel primo atto, il titano Prometeo, dopo aver plasmato con le proprie mani due statue, cui infonde la vita corporale e spirituale, le conduce sul Parnaso, per donarle ad Apollo e alle Muse, che riveleranno ai due esseri la luce dell’arte e della bellezza, sottraendoli allo stato di bruti. Nel secondo atto, in una successione di quadri, le creature di Prometeo vengono istruite nella musica da Anfione, Arione e Orfeo, nella tragedia e nella commedia da Melpomene e Talia, nella danza rituale e pastorale da Tersicore e Pan e in quella orgiastica da Dionisio. Beethoven allinea i sedici numeri, che compongono la musica per il balletto, costruendo una partitura dalla strumentazione piena di sensuale raffinatezza, il cui ultimo numero (Danza generale) racchiude l’idea melodica – peraltro, già anticipata nella settima delle Contraddanze –, che verrà in seguito utilizzata per una serie di Variazioni pianistiche (op. 35) e per il Finale dell’Eroica. La musica di Beethoven corrisponde con levigata eleganza al neoclassicismo canoviano delle coreografie di Viganò. Il che si è colto pienamente nell’interpretazione di Sardelli che, analogamente a quanto notato prima, riconduceva tensioni, contrasti, scatti drammatici, pur presenti, a una visione classicamente improntata alla compostezza: così anche nell’introduzione – che anticipa la tempesta della Pastorale –, preceduta dalla solenne e festosa ouverture.
Tale impostazione si è pienamente confermata nella lettura della Prima sinfonia. Presentata in prima esecuzione il 2 aprile 1800 nel Teatro di Porta Carinzia, è l’unica sinfonia del Beethoven “prima maniera”, in cui si riconosce un diretto rapporto con l’ultimo Haydn, in particolare nella costruzione del primo tempo e nell’estrosa leggerezza del Finale. Nondimeno gli elementi mutuati dal classicismo viennese coesistono con soluzioni originali di Beethoven. Per la maggio parte beethoveniano è il terzo movimento, formalmente un Minuetto, che – ben lontano dall’essere una danza leziosa e manierata – ha l’impeto e lo slancio di uno Scherzo scapigliato, oltre tutto segnato da improvvise modulazioni a toni lontani, mentre lo stesso Trio, di carattere più distensivo, si conclude in modo energico. Anche il Finale non è del tutto conforme al modello classico: è in forma-sonata, ma il suo tema, brillante e incisivo, le cui ripetute apparizioni sono preparate da un clima di attesa, ha tutte le caratteristiche di un tema di Rondò; una scelta originale di Beethoven è anche la breve introduzione, che apre questo movimento, in cui si succedono lentamente – prima alcune e poi, con effetto parodistico, progressivamente tutte, nel corso di reiterati tentativi – le note della scala ascendente, che costituiranno l’inizio del tema principale. Ma nella lettura di Sardelli il piglio beethoveniano – pur già presente, come si è visto, in questa sinfonia – ci è parso non aver avuto adeguato rilievo. Successo comunque molto caloroso.

 

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