Teatro Comunale di Bologna: “Fidelio”

Teatro Comunale di Bologna, Stagione d’Opera 2019
FIDELIO”
Opera in due atti. Libretto di Joseph Sonnleithner e Georg Friedrich Treitschke
Musica di Ludwig van Beethoven
Don Fernando NICOLÒ DONINI
Don Pizarro LUCIO GALLO
Florestan ERIN CAVES
Leonore, sua moglie, sotto il nome di Fidelio SIMONE SCHNEIDER
Rocco PETRI LINDROOS
Marzelline CHRISTINA GANSCH
Jaquino SASCHA EMANUEL KRAMER
Due prigionieri ANDREA TABOGA, TOMMASO NORELLI
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Ascher Fisch
Maestro del Coro Alberto Malazzi
Regia Georges Delnon
Scene Kaspar Zwimpfer
Costumi MarLydia Kirchleitner
Luci Michael Bauer
Video fettFilm
in collaborazione con la Scuola di Teatro di Bologna Alessandra Galante Garrone
Nuova produzione del Teatro Comunale di Bologna con Staatsoper Hamburg
Bologna, 10 novembre 2019
1770-2020: 250 anni di Beethoven. Prima della scorpacciata (indigesta, probabilmente) delle nove sinfonie in tutte le salse che vedremo in tutti i teatri e auditorium di tutta Italia (compresa Bologna), il Comunale felsineo ha programmato con discreta lungimiranza questo Fidelio, coprodotto con Amburgo (dove è andato in scena l’anno scorso) con la data significativa del 10 novembre, ossia a trent’anni esatti dal primo giorno della “nuova” Europa dopo la caduta del muro di Berlino. L’ode alla libertà intrinseca all’unico titolo operistico del titano di Bonn (dalla tormentata genesi) si presterebbe idealmente a celebrare la ricorrenza, se non fosse che il regista Georges Delnon ne ha fatto colonna sonora per una personalissima (e piuttosto confusa) rilettura della storia tedesca dell’ultimo secolo, con profitto scarso per la recitazione dei cantanti, minimo per l’opera in sé, e quasi nullo per il pubblico italiano. Il solitamente freddino pubblico della prima si è confermato tale nel corso della recita e alla fine piuttosto magnanimo, con un “applausometro” chiarissimo e condivisibile e fin troppo lievi contestazioni per la parte visiva dello spettacolo. Il quale scorre per meriti anzitutto del podio: Ascher Fisch gestisce ordinatamente l’Orchestra del Comunale (compagine che incontrerà più volte nell’immediato futuro e con cui ha appena affrontato il triplo concerto beethoveniano). Il maestro israeliano sceglie generalmente un suono corposo, pieno e levigato, rifuggendo tanto le asciuttezze filologiche quanto gli estetismi della vecchia scuola. Talvolta il bel suono degli orchestrali bolognesi (in gran forma) copre le voci in palcoscenico (ma parrebbe più un problema dei singoli pesi vocali), altrove, specie nei fiati, si esalta nei virtuosismi dell’accompagnamento obbligato, staccati e mantenuti con tempi davvero incalzanti. Allo stesso modo va elogiato il Coro diretto da Alberto Malazzi, davvero esemplare per compattezza e bellezza di suono nella condotta di una parte non immensa ma di scrittura molto impervia. Col passo di Fisch, insomma, ne guadagna una narrazione musicale fluida, laddove il meccanismo drammaturgico non lo è. Delnon infatti mischia liberamente elementi della Germania nazista con quelli della DDR, dalla propaganda anni ’30 e ’40 (come l’utilizzo di annunci radiofonici o il taglio delle divise viola del carcere) all’esasperazione del controllo e della burocrazia degli anni ’80 (l’ingresso di Pizarro con sgherri è in effetti un colpo d’occhio da brivido che rimanda a Le vite degli altri) con vari altri elementi anche più contemporanei e, purtroppo, qua e là il tocco lezioso ed inutile del Regie-Theater più teutonico: il nudo in scena, la ragazza al pianoforte (usato per poche battuta di für Elise e poi abbandonato a sè), le proiezioni di citazioni di Heiner Müller (bisognava scomodare proprio lui per giustificare l’ennesimo espediente onirico?) e di Buchner (i cui riferimenti a Danton non hanno trovato riscontro visuale in Florestan, che nella produzione originaria giaceva nella vasca come il celebre assassinato nel quadro di David). Oltre a mescolare epoche storiche diverse, la colpa principale di Delnon -tale da rendere poco fruibile il suo spettacolo- sembra la commistione di stili narrativi, con un registro che continuamente slitta dal crudo realismo, al tragico simbolico, alla commedia psicologica, al dramma metafisico: i professionalissimi collaboratori alla parte visiva (Kaspar Zwimpfer alle scene, Lydia Kirchleitner ai costumi e i video artist di fettFilm alle proiezioni) fanno quello che possono con un materiale tanto eterogeneo. La scena fissa rappresenta un interno verandato con triste carta da parati anni ’70 che (non si capisce mai) potrebbe essere tanto un ufficio quanto un appartamento privato (di sicuro non odora di carcere sivigliano ma neanche tedesco); il paesaggio esterno sembrerebbe anche ameno, visti i boschi verdeggianti, che all’occorrenza si mostrano ischeletriti dal gelido inverno; dalla parete sinistra emergono un archivio di scartoffie e di altrettante vite umane (compresi figuranti stipati tra gli scaffali che creano un corto circuito visivo scioccante -ed efficace, va detto- tra le vite spiate ed archiviate della guerra fredda e quelle dei lager destinate alla soluzione finale) e, nel secondo atto, la prigione/cabina tutt’altro che buia di Florestan, costretto ad attendere la fine in una perpetua e fredda luce al neon, compilando il proprio testamento. La discesa nella sua “cisterna” è un momento visivamente memorabile per le luci di Michael Bauer, che contrappongono la luce notturna filtrante all’interno dell’appartamento alla scatola illuminata del prigioniero (dall’amplificazione delle voci recitanti fuori scena, sembrerebbe che Pizarro stia spiando tutto a distanza). In questa insalatona difficilmente comprensibile e tollerabile da un pubblico non tedesco, a giustificabili colpi di scena corrispondono anche più numerose e ingiustificate cadute di stile imputabili alla regia: le proiezioni boschive delle finestre diventano lunghe carrellate che zoommano su neanche troppo metaforici cerbiatti e lupi, Marzelline pare una ninfomane vittima della propria smania di maritarsi, Jaquino da sempliciotto diventa un pericoloso psicopatico stupratore, il coro dei prigionieri intona O welche Lust materializzandosi sul pavimento dello stesso studio/archivio per tornare nel finale irrompendo dall’esterno con tante vesti bianche angelico/simbolico/cheap. Sul fronte musicale le cose vanno un po’ meglio, senza cadute di gusto ma forse anche senza vette d’eccellenza, nonostante la buona accoglienza del pubblico. Nicolò Donini se la cava molto bene nella breve parte di Don Fernando, ridotto a gerarchetto vanitoso di un nuovo ordine, sonoro e corretto come i due prigionieri provenienti dalle fila del coro. Le intenzioni espressive e le doti timbriche dello Jaquino di Sascha Emanuel Kramer sono notevoli, anche se non sempre corrisposte da uguale proiezione, la quale non manca a Petri Lindroos, un Rocco però decisamente più prosaico vocalmente e scenicamente. Calamitosa, purtroppo, la prova di Erin Caves: forse per tensione o stanchezza, tralasciando la pronuncia anglofona dell’interprete, non si sono ravvisate le caratteristiche vocali idonee per non essere sopraffatti da una parte tanto micidiale. Molto ben timbrata e applaudita la Marzelline lirica di Christina Gansch, buon contraltare alla Leonore più tagliente e un po’ monolitica di Simone Schneider, comunque di ottima resistenza e di immediata presa sull’uditorio, che ha tributato a lei i maggiori consensi, insieme alla direzione e a Lucio Gallo, Pizarro memorabile e quasi titanico per voce, figura e interpretazione, villain terribilmente realistico ed efficacemente ritratto. Foto Andrea Ranzi-Studio Casaluci

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