Teatro Comunale di Bologna, “Cavalleria rusticana” e “Pagliacci”

Teatro Comunale di Bologna, Stagione d’Opera 2019
“CAVALLERIA RUSTICANA”
Melodramma in un atto. Libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci
Musica di Pietro Mascagni
Santuzza VERONICA SIMEONI
Turiddu ROBERTO ARONICA
Lucia AGOSTINA SMIMMERO
Alfio DALIBOR JENIS
Lola ALESSIA NADIN
Attori Mariella Celia, Silvia Giuffrè, Samuel Salamone, Yannick Simons, Sabrina Vicari, Marta Zollet
Regia Emma Dante ripresa da Gianni Marras
Scene Carmine Maringola
Costumi Vanessa Sannino
Luci Cristian Zucaro
Coreografia Manuela Lo Sicco
PAGLIACCI”
Dramma in un prologo e due atti
Musica e libretto di Ruggero Leoncavallo
Nedda/Colombina CARMELA REMIGIO
Canio/Il Pagliaccio STEFANO LA COLLA
Tonio/Taddeo DALIBOR JENIS
Beppe/Arlecchino PAOLO ANTOGNETTI
Silvio VITTORIO PRATO
Mimi PAOLO DE GIUDICI, SARAH GIULIA GIBBON
Orchestra, Coro, Coro di voci bianche  del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Frédéric Chaslin
Maestro del Coro Alberto Malazzi
Maestro del Coro di Voci Bianche Alhambra Superchi
Regia Serena Sinigaglia
Scene Maria Spazzi
Costumi Carla Teti
Luci Claudio De Pace
Bologna, 15 dicembre 2019
La stagione lirica bolognese si chiude con il famigerato dittico verista CAV&PAG, che poi a Bologna tanto frequente non è (lo storico mostra una maggiore fortuna per Mascagni che per Leoncavallo). La produzione di Cavalleria rusticana non è infatti nuova e viene riproposta dopo il debutto nel 2017: inedito è l’accoppiamento con questo nuovo allestimento di Pagliacci, coprodotto con Ginevra, che l’ha messo in scena l’anno scorso. L’esito della serata è nel complesso molto positivo e il foltissimo pubblico della prima (solitamente equo ma freddino) ha tributato un applauso lungo e meritato agli interpreti al termine della recita, alla fine di Pagliacci che, va detto anche tenendo conto dal limite temporale dell’intervallo riservato al primo pannello, è il lato più lucente della medaglia. Emma Dante firmava la regia anti-oleografica di Cavalleria rusticana, con le scene minimali di Carmine Maringola, i costumi (prevalentemente in nero) di Vanessa Sannino e le luci taglienti di Cristian Zuccaro: il balcone e le scale che compongono e scompongono lo spazio nero e vuoto alludono a quella Sicilia novecentesca ben descritta tra gli altri da Brancati, in particolar agli uomini sospiranti sotto i balconi delle dame sventaglianti, di cui Lola è parte. La narrazione è semplice e lineare, ben recitata grazie alla ripresa di Gianni Marras, e tuttavia l’essenzialità della regia, qua e là ravvivata dalle coreografie di Manuela Lo Sicco (per cui i cavalli del carretto di Alfio sono mimi, soluzione interessante ma fugace), lasciano pensare che non si tratti del frutto più ispirato della Dante regista d’opera, specie se confrontato con le sue riuscite produzioni di Prokof’ev e Verdi del 2019: ad eccezione della via crucis che sfila nel preludio e nell’intermezzo e torna repentina con involontariamente comica puntualità sul finale per creare il parallelismo tra Maria privata del figlio e mamma Lucia, anche per colpa di una direzione curiosamente priva di pathos, sembra mancare del tutto l’elemento sacro di questa Pasqua in realtà onnipresente. Frédéric Chaslin stringe in genere i tempi ma, ispirandosi forse all’asciutta essenzialità dell’allestimento, sembra applicare quasi a tavolino lo stesso filtro alla generosa melodia e retorica mascagnana, con esito freddino e straniante, qua e là persino monocromo -e monotono. L’Orchestra del Comunale lo asseconda con dinamiche non troppo varie che, pur in un’acustica privilegiata, a tratti sommerge il canto. Veronica Simeoni, la più apprezzata, affronta Santuzza con sommo gusto tutt’altro che verista ma anche altrettanta cautela in acuto. Turiddu è Roberto Aronica e, pur con qualche disomogeneità vocale attribuibile alla tensione di una prima, interpreta ottimamente (quei calci a Santuzza avrebbero fatto sussultare chiunque). La Lola di Alessia Nadin è molto ben cantata e molto buona è la scura Lucia di Agostina Smimmero. Dalibor Jenis, che dopo Alfio torna come Tonio in Pagliacci, è in quest’ultima opera un interprete ben più interessante (merito anche del libretto in sé) ma in entrambi i titoli mostra un’emissione molto personale, solida e sonora ma vagamente nasale, che rischia di far esprimere i suoi personaggi in modo perennemente arcigno. Leoncavallo secondo Serena Sinigaglia è immediato e avvincente: parte in modo meta-tateatrale, a mezzasala col pubblico ancora distratto, e nel prologo mostra ironicamente (anche troppo, visti i ritmi serrati da opera buffa) il disallestimento di Cavalleria mentre tecnici e macchinisti preparano le nuove scene di Maria Spiazzi: è tutto a vista e tutto finto, ma alla fine vediamo un campo di grano ed un palco ligneo improvvisato in questa ruralità arida e concreta e, con la luce giusta di Claudio De Pace, diventa tutto terribilmente reale. I costumi di Carla Teti collocano la vicenda negli anni del Neorealismo cinematografico italiano: tale scelta non viene più abbandonata e, anzi, compie la sua narrazione affidando a Canio la battuta finale e rinunciando ad un possibile e quasi atteso ritorno al meta-metateatro del principio. La direzione del maestro Chaslin pare qui più varia ed ispirata, con un ottimo allineamento buca-palcoscenico: un esempio per tutti è la riuscitissima tensione che si accumula e pare intollerabile nel lungo silenzio tra le invettive di Canio-Pagliaccio e Nedda che risistema la parrucca di Colombina. La quale è Carmela Remigio, chicca per questo repertorio, ben timbrata ma anche di volume piuttosto esiguo; è credibilissima, anzi iconica, nel duetto con l’aitante Silvio di Vittorio Prato (corretto ma, parrebbe, un po’ meno coinvolto come interprete vocale). Sorprendentemente buono è il comparto tenorile: è più unico che raro sentire un Beppe/Arlecchino ben cantato come quello di Paolo Antognetti mentre il collega Stefano La Colla come Canio lirico, sonoro e mai eccessivo, è l’autentico trionfatore della serata. Disordinatine le voci bianche (ma anche alle prese con movimenti scenici non facilissimi) e, in entrambe le opere, superba la prova del Coro diretto da Alberto Malazzi. L’appuntamento è a gennaio 2020, con gli amanti wagneriani ad inaugurare una stagione più ricca ed ambiziosa di quella appena conclusa. Foto Andrea Ranzi/Studio Casaluci

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