Bari, Teatro Piccinni. Il Balletto di Roma in “Io, Don Chisciotte”

Bari, Teatro Piccinni, Stagione Di Danza 2020
“IO,  DON CHISCIOTTE”
Coreografia, regia e scene Fabrizio Monteverde
Musiche Ludwig Minkus e Aa.Vv.
Costumi Santi Rinciari
Balletto di Roma
Assistenti alle coreografie Anna Manes, Sarah Taylor

Light designer Emanuele De Maria
Bari, 8 gennaio 2020
In occasione della riapertura del Teatro Piccinni di Bari, dopo un periodo dedicato al restauro, si è inaugurata la XIV Edizione di DAB20_DanzaABari 2020, con l’esibizione del Balletto di Roma in “Io,  Don Chisciotte”, con le coreografie di Fabrizio Monteverde. Il balletto è stato introdotto da una chiara ed esaustiva spiegazione tenuta dal critico e giornalista esperto di Storia della Danza Carmelo Antonio Zapparrata, che ha abilmente introdotto il lavoro del Balletto di Roma, che in questa stagione festeggia i sessanta anni di attività, oggi sotto la direzione artistica di Francesca Magnini.
>Nel corso della storia molte opere hanno subito evidenti cambiamenti e sviluppi, infatti quest’ultima impeccabile interpretazione è una fresca e riflessiva rielaborazione del romanzo spagnolo di Miguel de Cervantes, immerso in una ambientazione contemporanea in cui Io, Don Chisciotte rappresenta per il coreografo “la lotta contro i mulini a vento che diventa metafora della ricerca di un’identità”. Una sobria danza di corpo e mente nitida, accuratamente evidenziata da un giovane Corpo di ballo, che fornisce un elaborato percorso coreografico, dallo stile contemporaneo che sicuramente è proprio del coreografo Monteverde,  ma che d’altra parte riporta alla mente immediatamente quello kylianiano,  in cui preponderante è l’uso delle braccia e del busto,  cosa che dà un senso di circolarità al movimento, e un lavoro di coppia esibito con vigorose prese. Energici momenti d’insieme trasmettono un appassionato clima spagnoleggiante, scandito dalle battute di mani e piedi, che riecheggiano nel ritmo interiore dello spettatore, innescando un caldo animato sentimento di piacere pertinente all’animo danzante, capace di attivare un vortice di emozioni, un alto grado di empatia diviso tra la spiritualità e materialità della performance. Tuttavia il tempo di esecuzione dello spettacolo non dà modo allo spettatore di immergersi nell’atmosfera e assorbirne il significato a causa della fugacità dell’opera. L’atmosfera della serata ruota intorno a una musica decisamente esotica, vivace e leggera del compositore austriaco Ludwig Minkus. Quest’ultimo, noto compositore di musica di balletto dell’Ottocento, creò il “Don Chisciotte”, in scena nel 1869 presso il teatro Bol’šoj di Mosca, per il coreografo Marius Petipa, alla corte dei Teatri Imperiali di San Pietroburgo, per quel tempo una composizione musicale innovativa dal gusto folklorico e affascinante, con ritmo incalzante e passionale, che seduceva l’animo sensibile di tanti ballettomani, grandi fanatici osservatori. Poiché fuori dagli schemi del tradizionale balletto classico, fu subito gradito dal pubblico per l’innovazione nei costumi e nelle scene. Legato a forti ragioni di attualità il giovane Don Chisciotte in canottiera e mutandine bianche, a differenza del corpo di ballo che indossa attillati abiti scuri, incarna il moderno cavaliere errante, non a cavallo ma con una usurata macchina, potrebbe essere un “io” qualunque; si fa carico della ricerca di una verità definita dal coreografo “come ‘con-fusione’ degli opposti”. È un poeta, un folle, un mendicante che toglie non il mantello ma un logorato cappotto per impugnare un bastone e una bacinella per cappello, colui che, alla fine di un percorso legato a innumerevoli mutevoli esperienze che la vita gli ha donato, arriva alla conclusiva ricerca del “proprio io bambino, al desiderio infinito di amare”.
Si profila una riscoperta del corpo e della corporeità che evidenzia le linee pulite del movimento e le strategie coreografiche che declinano la staticità, per far posto invece a una ben più consapevole condizione di inconsuete possibilità di movimento, dense di alternanze tra assoli e momenti corali ben amalgamati da una messa in scena che si avvale di una innovativa esperienza dell’arte del movimento. Un personale stile quello del coreografo Fabrizio Monteverde, che “usa” il corpo come medium consapevole, sempre più innovativo e legato a una composizione oltremodo  ricercata, con un slancio contemporaneo ma solidamente ancorato alla tecnica, alla parte meccanica del corpo. A tutto questo si aggiunge una lodevole scelta e performance dei ballerini, a cui è meritatamente andato  tutto calore del pubblico.

 

 

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