“Tristan und Isolde” inaugura la stagione d’opera al Teatro Comunale di Bologna

Teatro Comunale di Bologna, Stagione d’Opera 2020
“TRISTAN UND ISOLDE”

Dramma musicale in tre atti
Musica e libretto di Richard Wagner
Tristan BRYAN REGISTER
Re Marke ALBERT DOHMEN
Isolde CATHERINE FOSTER
Kurwenal MARTIN GANTNER
Brangaene EKATERINA GUBANOVA
Melot/Un pilota TOMMASO CARAMIA
Un pastore/Un giovane marinaio KLODJAN KACANI
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Juraj Valčuha
Ideazione artistica Ralf Pleger e Alexander Polzin
Regia Ralf Pleger
Maestro del Coro Alberto Malazzi
Scene Alexander Polzin
Costumi Wojciech Dziedzic
Luci John Torres riprese da Kate Bashore
Coreografia Fernando Melo
Nuova Produzione del Teatro Comunale di Bologna in collaborazione con La Monnaie/De Munt
Bologna, 26 gennaio 2020
Un evento giustamente atteso e già tra i più memorabili della scena teatrale italiana di tutto il 2020: certamente si può dire sia stata un successo artistico e di immagine, nonché di botteghino (tutto esaurito per diverse recite), l’inaugurazione della stagione operistica bolognese con Tristan und Isolde, assente dal Comunale da ventiquattro anni (sul podio nel ’96 vi era Christian Thielemann, oggi tra i wagneriani sommi, che all’Italia deve molta della sua gavetta). La sala del Bibiena era gremita e il pubblico, di abbonati e non, ha retto con sorprendente diligenza le cinque ore di spettacolo, pause comprese, salvo qualche lieve intemperanza. Definire meramente “spettacolo” il rito che è di per sé il Tristan è decisamente riduttivo, soprattutto se eseguito alla maniera di domenica 26 gennaio (seconda recita e debutto del cast alternativo nei ruoli principali): simili compagine e direzione farebbero certo invidia persino al tempio di Bayreuth (almeno a sentire le discutibili trasmissioni radiofoniche estive). Tristan era il tenore statunitense, ormai esperto wagneriano, Bryan Register: timbro ed emissione non sono dei più trascinanti ma il personaggio è credibile e abbastanza rifinito, grazie anche alla saggia cautela con cui ha dosato perfettamente le proprie forze sino all’ultimo estenuante atto, un’unica lunga allucinazione in controluce secondo il concetto registico e visuale. Accanto a lui come Isolde debuttava il soprano inglese Catherine Foster, anch’ella wagneriana affermata, dalla ricchezza timbrica intatta e dalle intenzioni espressive decisamente molto buone: una prova maiuscola appena inficiata da qualche passeggero ma evidente segno di stanchezza nella tenuta dell’intonazione al principio del secondo atto e nel Liebestod finale. Entrambi i protagonisti sono eccellenti nel lungo duetto del secondo atto, a maggior ragione per la difficoltà di cantare da una postazione malsicura e apparentemente molto scivolosa quale è l’installazione-groviglio arboreo/umano che occupa la scena. In quella meravigliosa mezzora si raggiunge l’apice dell’estasi (anche per lo spettatore) quando alle due voci citate si aggiunge quella sontuosa ed omogenea di Brangaene (Ekaterina Gubanova) che li avverte “Habet acht!” su di un raffinatissimo e pregnante velluto sonoro quale è quello tessuto da Juraj Valčuha con l’Orchestra del Comunale (straordinaria in ogni sua parte per intensità, tenuta, precisione, come è sempre accaduto col maestro slovacco sul podio). Tessuto variopinto ma sempre trasparente e calibrato, senza essere evanescente, per tutta la durata dello spettacolo, sia nei pochi ma riuscitissimi interventi marziali del Coro maschile istruito da Alberto Malazzi, sia nelle lunghe scene affidate a voci tendenzialmente chiare ma dai timbri significativamente belli, come il preciso e lungamente impegnato Kurwenal di Martin Gantner, ma anche quello in doppio ruolo Tommaso Caramia e, un lusso, pure la doppia parte di Klodjan Kacani. Un caso a sé è il re Marke davvero indimenticabile di Albert Dohmen, profondo, sonoro e autorevole sempre, pur accentando e fraseggiando con partecipazione, intelligenza e sensibilità imparagonabili a quelle di qualsiasi altro collega. Come si diceva, l’altissimo valore musicale dell’operazione era garantito dal maestro Juraj Valčuha, che non si può non adorare, per la lucidità e la sempre sorvegliatissima attenzione alle necessità narrative intrinseche alla musica, con cui riesce a condurre in porto le partiture più dense e complesse passate dal Comunale in questi anni. Già applauditissimo ad ogni ingresso nel golfo mistico, ringrazia con il suo tipico atteggiamento schivo e antidivo come pochi, che non lo fa balzare agli onori della cronaca per dichiarazioni più o meno inopportune ma solo per l’alta professionalità ed ancora più alta arte. Farebbe bene il Comunale ad accaparrarsi l’impegno pluriennale (o magari, meglio ancora, stabile) di questo indiscutibilmente grande maestro, soprattutto nell’ottica di mantenere uno standard elevato per il piano wagneriano quinquennale annunciato dal Sovrintendente: dopo Tristan, ci attendono Lohengrin (2021), Parsifal (2022), Tannhauser (2023) e l’Olandese volante (2024), a rinverdire i fasti della germanofila e avanguardistica Bologna ottocentesca. Il poco spazio necessariamente riservato alla mirabile parte musicale cede il passo per ancor più breve esposizione alla realizzazione scenica, ideata dal regista cinematografico tedesco Ralf Pleger e dal poliedrico artista Alexander Polzin. Di fatto, l’allestimento fa molto expo biennale, con un impianto scenico più o meno fisso, diverso per ogni atto (un grande specchio su cui si raddoppiano colossali ed incombenti stalattiti, una scultura-intrico vagamente arborea di bianche figure umane, una parete forata a più strati che offre inediti giochi di luci e ombre) che nell’insieme non costituirebbero alcunché di speciale se non fossero illuminate, anzi, letteralmente portate in vita e mosse dalle geniali luci di John Torres riprese da Kate Bashore con maestria tecnica strabiliante. Se i movimenti dei solisti sono cristallizzati à la Wilson nell’ennesima riproposizione di una riflessione statica su di un plot non-narrabile (ma è poi davvero così?), alcuni mimi (su coreografie di Fernando Melo) moltiplicano gli amanti prima e l’agonia di Tristano poi, con affascinante esito visivo ma dubbia utilità. Discutibile, per quanto chiara, l’idea drammaturgica di fondo, che eleva il mcGuffin del filtro ad una droga che crea un mondo altro ed un perenne stato psichico allucinatorio (lettura ancora più lampante nelle morti dei protagonisti), il che inoltre spiegherebbe i costumi tra lo psichedelico e lo stilizzato, al confine col bruttarello, di Wojciech Dziedzic. Al termine grande e prolungato successo per tutti, stranamente nessuna contestazione per il team creativo presente, con vere e proprie ovazioni per tutti gli interpreti principali ed un trionfo personale per Valčuha. (Foto: Rocco Casaluci).

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