Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791): “Il Sogno di Scipione” K126 (1772) -“Apollo et Hyacinthus” K38 (1767)

Serenata drammatica in un atto su libretto di Pietro Metastasio. Stuart Jackson (Scipione), Klara Ek (Costanza), Soraya Mafi (Fortuna), Krystian Adam (Publio), Robert Murray (Emilio), Chiara Skerath (Licenza). The Choir and Orchestra of Classical Opera, Ian Page (direttore). Registrazione 2017. 2 CD Signum Classics SIGCD499.

E’ un Mozart poco più che adolescente quello che nel 1772 – o forse più probabilmente nel 1771 – riceve l’incarico di comporre una serenata teatrale per il principe vescovo di Salisburgo. Sull’anno di composizione a lungo si è data per certa la data al 1772 e l’occasione dell’incarico l’istallazione sulla cattedra arcivescovile di Geronimo Colloredo apertamente citato nella Licenza conclusiva. Studi recenti hanno scoperto non solo l’esistenza di una precedente versione dell’aria della Licenza ma una correzione con abrasione del nome Sigismondo e la sua sostituzione con Geronimo. Appare quindi verosimile datare la committenza almeno all’anno precedente e prima della morte di Sigismund von Schrattenbach e una variazione della dedica con l’arrivo del nuovo arcivescovo. Il lavoro su libretto di Metastasio riprende con notevole libertà il dialogo filosofico di matrice stoica e neo-platonica inserito quasi come corpo autonomo nel “De re pubblica” di Cicerone, testo che proprio per la sua compiutezza ha potuto vivere a lungo in proprio anche per l’interesse che certe tematiche vicine alla dottrina cristiana hanno suscitato a partire dalla tarda antichità. Riferimento quindi che per il suo carattere mistico e morale ben si adattava a essere usato come spunto per un lavoro di nomina arcivescovile. Pur geniale Mozart era all’epoca ancora lungi da una propria maturità espressiva e lo stile è quello in voga all’epoca con successioni di arie da opera seria alternate a recitativi secchi con qualche concessione al recitativo accompagnato che negli ultimi interventi di Costanza e Scipione assume le forme di un declamato quasi gluckiano.
Storicamente è poco verosimile che la composizione sia stata eseguita per cui di prassi si considera come prima esecuzione quella salisburgese del 1979 diretta da Leopold Hager con Peter Schreier, Lucia Popp ed Edita Gruberova. Da quel momento non molte sono state le esecuzioni della partitura che ancora manca di un’incisione di sicuro riferimento. Allo scarno catalogo si aggiunge ora questa nuova proposta della Signum Classics la cui esecuzione affidata a un gruppo di giovani promettenti ottiene un esito decisamente apprezzabile. Alla guida della Classical Opera Orchestra il direttore Ian Page fornisce una lettura di classico equilibrio, elegante e rigorosa. Il direttore dosa con maestria tempi – brillanti ma mai eccessivi – e spessori orchestrali evidenziando la cura che già mostra in molti punti la scrittura mozartiana ed evitando di farsi travolgere dalla ricchezza di sonorità fin eccessiva da cui spesso il giovane Mozart sembra lasciarsi a tratti trascinare.
I cantanti non sono certamente stelle di prima grandezza ma si tratta di giovani di qualità e particolarmente motivati. Abbiamo tre soprani abbastanza simili e con richieste vocali più o meno analoghe – risulta difficile trovare voci in grado di distinguersi a sufficienza pur alle prese con scritture similari – per le personificazioni divine. Tre tenori di importanza crescente per Scipione e le ombre degli antenati. Tutti i personaggi sono destinatari di arie solistiche alquanto impegnative.
Come spesso accade in questi tempi nel complesso migliore la prestazione della parte femminile del cast. Con la sua voce non grande ma cristallina Soraya Mafi gorgeggia sicura nelle alte tessiture del canto di Fortuna ma sa anche rendere il carattere falsamente lusinghiero di “A chi serena io miro”. Meno pirotecnica ma non meno sicura nel canto di bravura – fatta salva qualche durezza nei picchettati – Klara Ek con il suo timbro più morbido e vellutato rende bene il carattere austero della Costanza. La dizione è buona e l’accento curato, Mozart affida al ruolo un momento non trascurabile con la grande aria di tempesta “Biancheggia in mar lo scoglio”. La Ek esce ne esce vincitrice nonostante qualche tensione sugli estremi acuti.
La parte della Licenza  si circoscrive a un’unica aria “Ah perché dovrei cercare” ma ampia e impegnativa. Clara Skerath si muove agile e precisa nei rapidi passaggi di coloratura e fonde in modo suggestivo il suo timbro luminoso con la sonorità dei fiati che caratterizza l’aria.
Meno sicuro nel canto di bravura Stuart Jackson si mostra però all’altezza dell’impegno richiesto dalla parte di Scipione pur con qualche patteggiamento nei momenti più virtuosistici. La voce, chiara,  ha comunque una sua robustezza. La linea di canto è elegante e musicale. In pagine come “Di che sei l’arbitra” o il grande declamato finale – in cui già si sente palpitare il futuro Idomeneo – non sarebberorichiederebbero altra propensione drammatica ma nell’insieme la prestazione può considerarsi più che convincente. Krystian Adam manca forse un po’ di quell’autorità che l’Africano dovrebbe avere nei recitativi ma supera con sicurezza il banco di prova rappresentato da “Se vuoi che te raccolgano”. Valida e funzionale la prova di Rudolph Murray come Emilio e ottima quella del coro alle prese con pagine pienamente radicate nella tradizione dei corali sacri di matrice post-händeliana.Intermezzo latino in tre parti su libretto di Rufinus Widl. Andrew Kennedy (Oebalus), Klara Ek (Melia), Sophie Bevan (Hyacinthus), Lawrence Zazzo (Apollo), Christopher Ainslie (Zephyrus), Marcus Farnsworth e David Shipley (Due sacerdoti di Apollo). The Mozartists, Ian Page (direttore). 2 CD Signum Records SIGCD577
La stessa collana – nel progetto di una registrazione integrale delle opere giovanili di Mozart – presenta questa nuova esecuzione di “Apollo et Hyacinthus” l’intermezzo latino composto nel 1767 e che rappresentò per l’undicenne Mozart il primo confronto con il teatro musicale. Commissionato dal liceo gesuitico di Salisburgo per essere eseguito come intermezzo fra gli atti di una tragedia latina allestita dagli studenti l’opera risente del contesto di destinazione e del clima del tempo. Il mito di Apollo e Giacinto, carico di suggestioni oviadiane, viene nel libretto radicalmente stravolto in modo da escluderne tutte le connotazioni omoerotiche e concentrando il contrasto sull’immaginario personaggio femminile di Melia.
La parte musicale risente invece dell’età del compositore. Per quanto si tratti di Mozart sarebbe illogico pretendere maturità artistica da un musicista poco più che bambino e probabilmente non secondario fu l’aiuto offerto nell’occasione dal padre Leopold. Desta comunque ammirazione la facilità inventiva del giovane talento che mostra di possedere un’innata vocazione per il teatro musicale oltre che una conoscenza al limite del prodigioso degli schemi formali dell’opera seria contemporanea.  In specie i duetti mostrano già una sensibilità per il raccontare in musica le relazioni umane che sembra aprirsi verso i futuri sviluppi.
Un lavoro quindi il cui ascolto non si presenta come un semplice dovere culturale ma rivela una innegabile piacevolezza nonostante l’ovvia mancanza di una per personalità artistica più formata. Come molti lavori giovanili di Mozart è stato a lungo trascurato dalla discografia e quindi non può che essere ben accolta questa nuova registrazione. A Brillare è soprattutto la direzione di Ian Page sicuramente la migliore fra le registrazioni disponibili. Il maestro inglese affronta quest’opera con convinzione è senza intellettualismi ma con sincero slancio teatrale, sia agli antitesi della impeccabile ma pesante e in fondo noiosa lettura di Leopold Hager – che pure poteva contare su un cast di altissimo livello – qui con molti meno mezzi si respira una vita e una giovinezza che la non si sarebbe neppure immaginata. Sonorità terse, pulite, articolazioni nitide, tempi sempre scelti con gran cura, brillanti ma non eccessivi; grande cura per la dimensione espressiva non solo nel canto ma anche nei recitativi pienamente sentiti nel loro valore teatrale.
Il cast è composta da un tenore e quattro voci femminili affidate per l’occasione a due controtenori e due soprani.  Nella parte del re spartano Oebalus ottima la prova di Andrew Kennedy, tenore di buona presenza vocale e dal canto agile e sicuro anche nei passaggi virtuosistici di cui la parte abbonda (aria di tempesta “Ut navis in aequore luxuriante”). Voce chiara ma non esangue e attento gioco dinamico gli permettono di rendere in modo convincente la prima delle figure paterne del catalogo mozartiano già non priva di umanità specie nel duetto con la figlia. Più o meno equipollenti pur nella loro diversità le prove dei due controtenori. Christopher Ainslie (Zephyrus) canta molto bene, sfoggiando una grande facilità e sicurezza nei passaggi di bravura. Il timbro è molto chiaro, il volume alquanto flebile e l’espressività non si discosta da una manierata eleganza. Lawrence Zazzo (Apollo) non è altrettanto pulito sul terreno prettamente vocale, si ascolta però una voce ben più solida, il colore più suggestivo, ben più convincente il gioco dinamico e accenti  ben più ricco e vario. Decisamente positiva la prova dei due soprani. Klara Ek già apprezzata nel “Sogno di Scipione” è una Melia impeccabile. Molto sicura vocalmente affronta con ammirevole sicurezza le difficoltà vocale non trascurabili della parte; è intensa nei duetti con il padre e Apollo, giustamente leggera nell’aria “Laetari, iocari”. Meno personale – per altro il ruolo stesso è abbastanza inconsistente sul versante interpretativo – ma cantato in modo delizioso lo Hyacinthus di Sophie Bevan.

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