Charles Gounod (1818 – 1893): “La Nonne sanglante” (1854)

Opera in cinque atti su libretto di Eugène Scrive e Germain Delavigne. Michael Spyres (Rodolphe), Vannina Santoni (Agnès) Marion Lebègue (La Nonne), Jerôme Boutillier (Le Comte de Luddorf), Jodie Devos (Arthur), Jean Teitgen (Pierre l’Eremite), Luc Bertin-Huguault (Le Baron de Moldaw), Enguerrard De Hys (Fritz/Le Veilleur de nuit), Olivia Doray (Anna), Pierre-Antoine Chaumien (Arnold), Julien Neyer (Norberg), Vincent Eveno (Théobald). Accentus, Christophe Grapperon (maestro del coro), Insula Orchestra, Laurence Equilbey (direttore). David Bobée (regia e scene), Aurélie Lemaignen (scene), Alain Blanchot (costumi), Stéphane Babi Aubert (Luci), José Gherrak (Video Designer). Registrazione: Parigi, Opéra Comique 10-12 giugno 2018. 1 DVD Naxos

I romanzi gotici con le loro atmosfere cupe e il brivido di paura misto a sentori di peccato hanno affascinato generazioni di letture dalla fine del XVIII e per tutto il XIX secolo, inevitabile quindi che anche l’opera non restasse aliena alle seduzioni di un genere così popolare. Se la Germania appare sicuramente il luogo dove il genere attecchisce in modo più stabile e durato è però Francia che vede nascere l’opera più emblematica del genere, quel “Robert le diable” (1831) che sarà uno dei titoli più significativi di tutta la storia musicale dell’Ottocento. Non sorprende quindi che qualche compositore tentasse di mettersi sulle orme di Meyerbeer; l’idea di trarre un’opera dal “Monaco” di Lewis (1796) e in particolar modo sull’episodio molto popolare della Monaca insanguinata aveva solleticato la fantasia di Scribe che ne aveva tratto un libretto presentato senza successo a Berlioz e Verdi. Ad accettare la proposta nel 1854 sarà il giovane Charles Gounod che trovò nel libretto la grande occasione che attendeva per affermarsi definitivamente sui palcoscenici parigini. La precedente “Sapho”  (1851) aveva attirato l’attenzione di Nestor Roqueplan al tempo direttore dell’Opéra che offrì a Gounod l’occasione di un debutto prestigioso con il libretto già pronto. L’opera allestita con tutto lo sfarzo possibile andò in scena con buon successo. Dopo sole undici recite però,  il cambio della direzione del teatro,  con l’avvento di Crosnier,  segnò la cancellazione del titolo,  condannandolo di fatto all’oblio.
Eppure la “Nonne sanglante” è composizione tutt’altro che spregevole. Il limite maggiore è forse nel libretto di Scribe che a tratti risulta  confuso con un groviglio di personaggi le cui relazioni sono tutt’altro che chiare. Sono proprio queste lacune teatrali a pesare sul lavoro più dell’impostazione complessiva, certo Scribe edulcora di molto il lavoro di Lewis, scompare qualunque traccia del corrosivo anticristianesimo dell’originale, ma la figura della monaca – trasformata da criminale libertina a innocente vittima in cerca di giustizia – sostanzialmente funziona nel suo essere presentata come un mostro ma per rivelarsi poi pietra di paragone dell’autentica mostruosità dei viventi.
Musicalmente Gounod è al meglio delle sue possibilità, per nulla inferiore a titoli ben più noti e per molti aspetti più originale e imprevedibile. Ritroviamo la sua maestria di orchestratore come quella peculiare facilità melodica che subito lo distingue nel repertorio francese ma troviamo anche una volontà più marcata che altrove di superare i tradizionali sistemi a pezzi chiusi. Influenzato dalle esperienze tedesche – Weber è presente per molti aspetti come un imprescindibile riferimento – costruisce l’opera per ampi blocchi teatral-musicali che superano la logica della semplice successione di pezzi chiusi ricercando un linguaggio più unitario e compatto. Le situazioni fantastiche sembrano aver particolarmente ispirato Gounod, tutti i momenti della protagonista sono caratterizzati da effetti armonici e timbrici insoliti, dissonanze spiazzanti, echi di dimensioni ultraterrene che trovano il loro apice in una “marcia dei morti” autenticamente raggelante.
Allestita all’Opéra-comique in occasione del bicentenario della nascita del compositore questa produzione ha finalmente tolto quest’opera dall’oblio. La parte strumentale è affidata all’Insula Orchestra su strumenti originali sotto la guida di Laurence Equilbey. Il direttore francese fornisce una prova di grande  rigore. L’equilibrio fra buca e palcoscenico è ottimale, suggestivo  il gioco cromatico che esalta la fantasia della scrittura di Gounod specie nei momenti spettrali. Ottima anche la prova del coro Accentus diretto da Christophe Grapperon. Va però notata la presenza di non pochi tagli, specie per quanto riguarda i ballabili assai ridotti, scelte comprensibili in un’ottica teatrale. Spiace che la prima esecuzione scenica di quest’opera non fornisca l’integralità della partitura.
Soggiogante la prova di Michel Spyres (Rodophe). Alle prese con una parte impegnativa – scritta per Louis Guéymard il primo Henry de “Les vêpres siciliennes” – conferma la sua altissima levatura in questo tipo di repertorio. Colpiscono la qualità della tecnica e il senso dello stile, la capacità di passare da un canto epicheggiante a piena voce ad acuti affrontati con tecnica “mista” nel più puro stile francese dell’epoca. Elegantissimo il fraseggio – “Voice l’heure” è uno di quei grandi squarci melodici di cui Gounod era maestro ed è difficile immaginarla cantata in maniera più affascinante di quella che ci offre qui Spyres – appassionato e intenso nell’accento.
Al suo fianco Vannina Santoni è un’ottima Agnès. Voce emergente della scena francese il soprano sfoggia temperamento da vendere, una voce particolarmente robusta e sicura – autenticamente svettanti gli acuti. La parte è un po’ ingrata – priva di un’aria solistica – e nei duetti deve fare i conti con la classe  Spyres, uscendone però con onore. Qualche problema in più per la Nonne di Marion Labégue mezzosoprano dal timbro piacevole ma un po’ generica nell’accento e con una linea di canto inficiata da qualche imprecisione. Nulla di grave ma il ruolo avrebbe richiesto qualche cosa in più. Jodie Devos canta con la giusta dose di spensieratezza i couplet di Arthur, uniche note gioiose in una vicenda tanto oscura.
Jerôme Boutillier canta molto bene la parte del Conte di Luddorf, anche se il timbro può apparire chiaro per un ruolo paterno, nel contempo però si crea un efficacie contrasto con quello più scuro di Jean Teitgen che da al ruolo di Pietro l’Eremita tutta l’austera sacralità evocata dalla musica di Gounod che in questo ruolo può dar fondo alla sua passione per la musica sacra. Perfettamente integrate nella riuscita complessiva dello spettacolo le numerose parti di fianco.
La regia di David Bobée esalta l’aspetto tenebroso dell’opera. La vicenda è spostata in una realtà atemporale – superando così le discrepanze fra l’ambientazione settecentesca del romanzo e lo spostamento in una immaginaria Boemia medioevale (da Weber luogo deputato a racconti arcani e paurosi) operato dal libretto – tra il dark fantasy e il medioevo prossimo venturo. Domina il nero tinta comune delle scene essenziali – arricchite da proiezioni che richiamano il cinema espressionista – e costumi da cui si distingue il vestito candido ma insanguinato della Nonne. La regia cerca di seguire fedelmente tutti gli snodi della vicenda, anche inserendo controscene per spiegare gli antefatti, anche se non sempre riesce a sbrogliare l’intricata matassa di Scribe; ottimo è il lavoro attoriale su singoli e masse. Il risultato è uno spettacolo un po’ plumbeo – in fondo l’opera stessa lo è – ma molto dinamico e decisamente godibile.

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