Franz Liszt (1811 – 1886): “Dante-Symphonie” (1857)

Dante-Symphonie, ovvero Eine Symphonie zu Dante “Divina Commedia” per soprano, coro femminile e orchestra S 109
Inferno: Lento, Allegro frenetico, Quasi andante ma sempre un poco mosso, Andante amoroso, Tempo I, Più moderato
Purgatorio: Andante con moto quasi Allegretto, Tranquillo assai, “Magnificat”
“Lasciami, o migliore degli amici, anzitutto esprimere la mia meraviglia per la tua enorme produttività! Dunque hai in testa una sinfonia Dante? e speri darmela già finita quest’autunno? Non avertene a male di questo mio stupore! Quando ripenso a tutto ciò che hai fatto in questi ultimi anni, mi sembri un essere soprannaturale”.
Un essere soprannaturale appariva a Wagner, in questa lettera del 6 giugno 1855, Franz Liszt che nei magnifici anni trascorsi a Weimar, dove si era stabilito nel 1847 in qualità di direttore della cappella di corte, era riuscito a trovare il tempo di scrivere la maggior parte della sua produzione sinfonica nonostante gli impegni derivati dalla sua carica. Tra questi lavori un posto di primo piano va assegnato alla Dante-symphonie, la cui composizione è, tuttavia, il frutto di una lunga e meditata maturazione; Liszt aveva letto infatti la Divina Commedia più di vent’anni prima insieme a Marie d’Agoult, allora sua compagna di vita, rimanendone affascinato al punto tale da decidere di scrivere una composizione. Nacque così Après une lecture du Dante, sottotitolo della Fantasia quasi sonata in un movimento S161/7, che, composta tra il 1837 e il 1849, sarebbe stata pubblicata soltanto nel 1858 negli Annèes de pèlerinage. La Dante-Symphonie deriva, insieme ad alcuni abbozzi tematici composti tra il 1847 e il 1848, da questo nucleo originario, che nelle intenzioni di Liszt doveva essere ampliato fino a comprendere ben tre movimenti corrispondenti alle tre cantiche del poema dantesco: l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Liszt, però, abbandonò questo progetto componendo soltanto l’Inferno e il Purgatorio sia perché da cattolico era convinto che Dio non può diventare oggetto dell’arte, sia perché dissuaso da Wagner che in una lettera del 7 giugno 1855 scrisse:
“Non dubito un istante che l’Inferno e il Purgatorio riescano bene; ma ho i miei dubbi sul Paradiso, e tu me li confermi volendomi introdurre dei cori. Nella Nona sinfonia (come opera d’arte) l’ultimo periodo con i cori è la parte più debole, non è importante che nel senso storico-artistico, poiché ci rivela con molta ingenuità l’impaccio di un compositore vero, che non sa rappresentare il Paradiso (dopo l’Inferno e il Purgatorio). E, caro Franz, questo paradiso è per verità un intoppo da dar pensiero, e ciò trova conferma in Dante stesso, il cantore del Paradiso, parte decisamente più debole della Divina commedia […] Per essere giusto con Dante (come con Beethoven) devo contemplarlo dal punto di vista storico”.
Le argomentazioni e i giudizi estetici di Wagner, a cui la Sinfonia è dedicata, soprattutto quelli sull’ultimo movimento della Nona di Beethoven e sul Paradiso dantesco, non certamente condivisibili, contribuirono molto probabilmente a dissuadere Liszt che rinunciò anche al progetto di commissionare a Bonaventura Gemelli dei dipinti da proiettare in diorama durante l’esecuzione che ebbe luogo  sotto la direzione dell’autore a Dresda il 7 novembre 1857.

Questo lavoro, che dal punto di vista formale si richiama più al poema sinfonico cha alla sinfonia a programma, essendo state introdotte da Liszt delle citazioni dantesche in corrispondenza dei temi principali, si apre con la rappresentazione dell’Inferno che spalanca la sua porta con un rumore sinistro reso da un breve motto affidato agli ottoni. Il dramma dei dannati trova la sua più alta rappresentazione nella bufera infernale che incornicia l’episodio lirico dell’infelice amore di Paolo e Francesca.
Il Purgatorio, introdotto da un episodio lento in cui dalle sonorità gravi si passa alle acute in un’ideale ascesi dall’imbuto infernale alla spiaggia del secondo mondo ultraterreno, descrive le anime penitenti in un crescendo che culmina nel Magnificat, la cui conclusione presenta due versioni, della quali la prima con accordi dolci e legati e la seconda con accordi patetici e più serrati.

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