Niccolò Paganini (1782 – 1840): “Concerti per violino e orchestra”

A 180 anni dalla morte
Concerto n. 1 in re maggiore per violino e orchestra op. 6
Allegro maestoso-
Adagio espressivo-Rondò, Allegretto spiritoso

“Questo Paganini è un uomo strano. È l’enigma più inspiegabile che si sia offerto agli uomini che si sono riuniti per divertirsi. Non c’è nulla di umano nella sua persona. La sua lunga testa ossuta e ricoperta di capelli in disordine può appena contenere il fuoco prolungato di quel suo sguardo cupo che nessuno sguardo umano sarebbe in grado di sostenere. Non si sa, a vederlo così, se sia un risorto che cammina, tanto assomiglia al Lazzaro di Rembrandt libero dal suo lenzuolo. Le sue due braccia pendono a terra e solo a vedere queste sue mani ossute fasciate da questi tendini d’acciaio si può indovinare attraverso quali orribili lotte quest’uomo è giunto a dominare il suo violino, quell’anima in pena racchiusa tra quattro pezzi di legno. Da parte mia ho sempre paura di quest’uomo, sia che egli venga a salutare la platea con quel sorriso di marmo freddo e pesante, sia che egli rompa le tre corde del suo violino suonando un capriccio fantastico del quale non ha mai dato conto, sia infine che si abbandoni liberamente e fieramente proprio a quella ispirazione galvanica che ci trovava muti e trasportati”.
In questo articolo, intitolato Paganini e Berlioz e pubblicato su «Le Journal des Débats»  a firma di Jules Jamin il 24 dicembre 1838, è contenuta una delle descrizioni più comuni di Niccolò Paganini, grandissimo virtuoso del violino, ma al tempo stesso figura leggendaria che sembrava non avere nulla di umano e tale da incutere paura. A creare questa immagine misteriosa, quasi demoniaca, dell’uomo aveva contribuito non solo la sua vita avventurosa, ma anche il suo abito da concerto nero dalla testa ai piedi. Come musicista Paganini fu una delle figure più importanti del panorama musicale europeo della prima metà dell’Ottocento; la sua arte fu apprezzata da eminenti colleghi come: Berlioz che lo definì un genio, un Titano fra i giganti; Schubert che paragonò il suo modo di suonare al canto degli angeli e, infine, Liszt, che, chiamato lui stesso dai contemporanei il Paganini del pianoforte, si espresse a proposito del virtuosismo del musicista italiano come di un miracolo che il regno dell’arte ha visto una sola volta.
Composto tra il 1815 e il 1816, ma pubblicato postumo nel 1851, il Primo concerto per violino e orchestra  di Paganini si segnala per una difficoltà tecnica quasi proibitiva che ci permette, in un certo quale modo, di ascriverlo all’interno delle composizioni scritte nello stile Bidermeier, nome che, tratto da un personaggio immaginario uscito dalla penna Adolf Kussmaul e Ludwig Eichrodt, fu utilizzato per indicare un’epoca i cui limiti temporali sono rappresentati dal 1815, anno in cui si celebrò la fine degli ideali rivoluzionari, e dal 1830, anno che vide l’affermazione della società borghese. In musica con questo termine furono identificati tutti quei compositori che cercarono il successo tramite il virtuosismo. Il primo movimento, Allegro maestoso, presenta due temi contrastanti esposti dall’orchestra nell’introduzione, dei quali il primo ha l’andamento marziale tipico dei concerti di quest’epoca, mentre il secondo è caratterizzato da un accentuato lirismo di matrice operistica che, non a caso, costituisce una delle influenze più importanti nei concerti scritti nello stile Biedermeier. Di ascendenza operistica è anche il secondo movimento, Adagio espressivo, la cui struttura formale ricorda quella della scena ed aria, mentre il Rondò conclusivo, Allegretto spiritoso, presenta un carattere popolareggiante tipico di questo stile.
Concerto n. 2 (“La Campanella”) in si minore per violino e orchestra op. 7
Allegro maestoso- Adagio- Rondò, Andantino

Composto nel 1826, ma pubblicato postumo nel 1851, il Secondo concerto, nonostante i dieci anni che lo separano dal Primo, scritto nel 1816, presenta una struttura formale analoga al precedente. Il primo movimento, Allegro maestoso, presenta un’introduzione orchestrale di carattere marziale tipica dello stile Biedermeier. In questo movimento, che pur presenta, oltre al carattere marziale dell’introduzione, una scrittura virtuosistica, tipica anche questa del suddetto stile, è presente, tuttavia, una contrapposizione tematica che anticipa già la dialettica romantica tra i due temi, dei quali il primo, nonostante accenti nostalgici, si segnala per un ritmo marcato, mentre il secondo, in re maggiore, è intriso di una dolce cantabilità melodica di vaga ascendenza rossiniana soprattutto nell’incipit. Ispirato al movimento lento del Concerto n. 24 di Giovan Battista Viotti, composto tra il 1795 e il 1798, e con il quale condivide l’attacco iniziale dei corni, il secondo movimento, Adagio, si segnala per gli accenti appassionati e romantici che pervadono la parte del solista. Il concerto si conclude con il celeberrimo Rondò della Campanella, chiamato così per la presenza di una campanella che contrappunta il tema principale e che è imitata onomatopeicamente ora dal solista con l’uso di armonici artificiali ora dall’orchestra. Pagina di garbato umorismo, che ha ispirato Franz Liszt nel famoso Étude S. 140 intitolato La campanella e Johannes Strauss Padre nel Walzer à la Paganini op. 11, il movimento racchiude, al suo interno, un ironico Trio, caratterizzato da un tema di ninna-nanna in doppie corde anche questo di ascendenza operistica.

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