Thomas Adès (n.1971): “The exterminating Angel” (2016)

Opera in quattro parti su libretto di Tom Cairns dall’omonima sceneggiatura di Luis Buñuel e Luis Alcoriza. Joseph Kaiser (Edmundo de Nobile), Amanda Echalaz (Luicia de Nobile), Audrey Luna (Leticia Maynar), Alice Coote (Leonora Palma), Sally Matthews (Silvia de Avila), Iestyn Davis (Francisco de Avila), Christine Rice (Blanca Delgado), Rod Gilfry (Alberto Roc), Sophie Bevan (Beatriz), David Portillo (Eduardo), Frédéric Antoun (Raul Yebenes), David Adam Moore (Colonnello Alvaro Gomez), Kevin Burdette (Señor Russell), John Tomlinson (Doctor Carlos Conde), Christian van Horn (Julio), John Irvin (Lucas), Ian Koziara (Enrique), Paul Corona (Pablo), Mary Dunleavy (Meni), Catherine Cook (Camila), Andrea Coleman, Marc Persing (domestici), Jeff Matsey (Padre Sanson), Lucas Mann (Yoli). The Metropolitan Opera Orchestra and Chorus, Donald Palumbo (maestro del coro), Thomas Adès (direttore), Dimitri Dover (pianista), Cynthia Millar (Ondes Martenot), Tom Cairms (regia), Hildegard Bechtler (scene e costumi), John Clark (luci), Tal Yarden (proiezioni). Registrazione: Metropolitan Opera, New York 17 novembre 2017. 1 DVD Erato

Uno dei più grandi progetti musicali del nostro tempo è alla base della nascita di “The exterminating Angel” la nuova opera del compositore britannico Thomas Adès andata in scena per la prima volta a Salisburgo nel 2016 all’interno di un progetto di coproduzione internazionale che vede il festival austriaco affiancato dal Metropolitan Opera di New York, dalla Royal Opera House di Londra e dalla Royal Danish Opera. Questa registrazione cattura una delle recite  newyorkesi del 2017,  con cast in buona parte analogo a quello della prima pur con qualche differenza di non poco peso.
La scelta di Adès e del librettista Tom Cairns è caduta su un testo alquanto insolito come il film “El ángel exterminador” realizzato nel 1962 da Luis Buñuel estrema testimonianza di una stagione surrealista che ormai aveva fatto il suo tempo e che rifletteva con sguardo cinico e disincantato su se stessa e sull’umanità. Il testo di Buñuel, intriso di suggestioni musicali, racconta di una festa di un gruppo di musicisti e dei loro amici che si trasforma in un incubo quando per tutti risulterà impossibile uscire dalla casa. Bloccati e costretti a confrontarsi con i bisogni fondamentali dell’esistenza – il bere, il cibo – e con l’inesprimibile dialettica tra vita e morte i protagonisti sprofondano in una esasperazione che accompagna la riduzione della vita ai suoi bisogni elementari che, nell’estetica del regista, si caricava di tratti scopertamente surrealisti, con apparizioni insensate di pecore e di un orso all’interno degli spazi abitati.
Il testo ha più di una componente per risultare in sintonia con il mondo espressivo di Adès. In primo luogo la dimensione  claustrofobica, la rappresentazione di una società collassata sono tratti che già si ritrovavano nei precedenti lavori del compositore “Powder Her Face” (1995) e The Tempest” (2003).  La scrittura – di impianto sostanzialmente tonale – è caratterizzata da un caleidoscopico ecclettismo dell’intera storia della musica occidentale: dalla polifonia medioevale a Messiaen (palese il gioco quasi parodistico dell’uso delle Ondes Martenot usata dal Maestro francese per raffigurare la presenza di Dio nel “Saint François d’Assise” che qui evoca il malefico potere dell’Angelo sterminatore),  passando per Mussorgskij e Bartok, Wagner e altri, unificati da un  melodismo declamatorio di matrice britteniana. Il risultato non lascia indifferenti,  ma di certo,  per essere pienamente apprezzato, richiede forse una specifica predisposizione di gusto. Personalmente riconosco il mestiere e la cultura infinite di Adès, senza però coinvolgere, emozionare, rimanendo un  raffinato esercizio di stile. Se Britten è un  modello formale imprescindibile, ad Adès sembra mancare la profonda umanità, il fortissimo senso si sim-patia (nel senso etimologico del termine) che è sempre sotteso al teatro musicale di Britten e di cui ben poche tracce restano in questo moderno erede.
L’esecuzione ha un valore ovviamente di riferimento vedendo impegnati in prima persona gli autori. La regia di Tom Cairns è di essenziale funzionalità alternando stilizzazione e realismo, ad esempio vere e perfettamente guidate sono le pecore che compaiono nella vicenda mentre – opportunamente – l’orso è proiettato o rappresentato da un figurante. La scena definisce l’ambiente della casa lasciando uno spazio in cui si assiste a ciò che avviene all’esterno,  con gli infruttuosi tentativi di entrare da parte di amici e congiunti in aiuto dei reclusi. La recitazione è a tratti caricata ma non guasta inserendosi bene nel carattere grottesco della vicenda. La direzione di Adès fornisce ovviamente la lettura autentica della partitura che per quanto non l’unica possibile è destinata a restare un fondamento imprescindibile per i futuri esecutori anche se in mancanza di termini di confronto è quasi impossibile darne una valutazione oggettiva.
Considerando anche la relativa brevità dell’opera – circa due ore – il numero dei personaggi è decisamente elevato e tutt’altro che facili. Mancano autentici protagonisti a favore di una concezione sostanzialmente corale. Qualitativamente migliore il comparto delle  voci femminili.
Nella parte di Leticia Mayner Audrey Luna , affronta slancio apprezzabile una parte acutissima, costellata di sopracuti volutamente al limite del “fastidioso”. Amanda Echalaz è la padrona di casa, Lucia de Nobile, di cui rende perfettamente il carattere nevrotico, sia vocalmente. che sul piano espressivo. Il mezzosoprano Christine Rice dona alla pianista Blanca Delgado una voce morbida e di bel colore. Alice Coote subentra nel ruolo della vecchia diva ormai sul viale del tramonto Leonora Palma ad Anne Sophie von Otter che l’aveva creata a Salisburgo. La Coote non può certo competere con la cantante svedese, per fascino e personalità, ma canta comunque in modo più che apprezzabile e tratteggia un personaggio complessivamente  riuscito. Sally Matthews (Silvia de Avila) e Sophie Bevan (Beatriz) sono impeccabili nei rispettivi ruoli.
Più alterni  ruoli i  colleghi maschi. Positive le prove di David Portillo, che affronta con bello slancio lirico, la parte del giovane Eduardo. Il suo duetto d’amore con la Beatriz è uno dei momenti musicalmente più ispirati della partitura. Pienamente centrato anche il Francisco de Avila di Iestyn Davies giustamente straniante nel timbro artificioso di controtenore e musicalissimo nel canto.
Un gradino sotto:  Joseph Kaiser un padrone di casa (Edmundo de Nobile) dall’anonima correttezza. Rod Gilfry subentrato a Thomas Allen nei panni del direttore d’orchestra Albertro Roc, è un interprete sempre notevole, ma dalla vocalità che mostra più di un segno di affaticamento. Lo stesso si può dire di John  Tomlinson (Il dottor Carlos Conde): “parlante” più “cantante”, come per altro fa da tempo. Qui almeno senza  meno fastidio, a diffrenza  di alcune sue recenti prove wagneriane.Tutte perfettamente centrate le numerose parti di fianco. Ottimo il coro del Metropolitan.

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