Gioachino Rossini (1792-1868): “Il viaggio a Reims” (1825)

Dramma giocoso in un atto su libretto di Luigi Balocchi. Prima esecuzione: Parigi, Théâtre des Italiens, 19 giugno 1825 (in forma di cantata scenica).
Contessa di Folleville – Laura Cinti-Damoreau
Corinna – Giuditta Pasta
Lord Sydney – Carlo Zucchelli
Madama Cortese – Ester Mombelli
Don Profondo – Felice Pellegrini
Cavalier Belfiore – Domenico Donzelli
Melibea – Adelaide Schiassetti
Conte di Libenskof – Mauro Bordogni
Barone di Trombonok – Francesco Graziani
Don Alvaro – Nicholas-Prosper Levasseur
Don Prudenzio – Luigi Profeti

Rappresentato per la prima volta al Théâtre des Italiens di Parigi la sera del 19 giugno 1825, Il viaggio a Reims, ossia L’albergo del Giglio d’oro segnò il culmine dei festeggiamenti organizzati per l’incoronazione di Carlo X, avvenuta a Reims, tradizionale città “du Sacre”, circa due settimane prima. L’esecuzione fu onorata dalla presenza del re e della famiglia reale.La sala del Louvois fu sfarzosamente illuminata, mazzi di fiori furono distribuiti ai presenti è un silenzio totale prevalse durante l’esecuzione – come voleva l’etichetta quando interveniva il sovrano -ma il pubblico dei “Dilettanti”, notarono le recensioni entusiastiche, stentò ad osservare questa regola e a non applaudire l’opera tanto attesa. Inoltre la platea fu trasformata, mettendo le poltrone per dare ulteriore decoro all’occasione.
Il Viaggio era il primo lavoro scritto da Rossini per la Francia e in ottemperanza al contratto che aveva firmato con la Maison du Roi. L’attesa degli appassionati per una novità rossiniana scritta per Parigi era stata spasmodica ed aveva coinvolto critica ed opinione pubblica in una vera e propria “guerre rossinienne” (…).
La stampa fu unanime, Stendhal e Castil-Blaze in testa, a riconoscere il valore della musica e ad esaltare le pagine più alte della partitura (…)
La storia del Viaggio non finì con le rappresentazioni del 1825. Nel 1848 La cantata, rimaneggiata senza intervento dell’autore, e con il nuovo titolo di Andremo a Parigi?, fu data in onore della Rivoluzione invece che del re, con tutti gli adattamenti del caso. Un secondo “pasticcio”, almeno più consono alla destinazione, e col titolo Il viaggio a Vienna, fu dato nel 1854 nella capitale austriaca in occasione del matrimonio di Francesco Giuseppe con Elisabetta. Questi due “pasticci” e il fatto che Rossini aveva riutilizzato una parte dell’Opera per il successivo Comte Ory aumentarono la dispersione delle fonti musicali e poiché di poche cose discettarono gli storici della musica, tra la fine del secolo scorso e i primi decenni del nostro, più volentieri che di quelle che non conoscevano e non si potevano conoscere, nacque la leggenda che Rossini avesse distrutto la musica del Viaggio essendone insoddisfatto e dopo “averne tolti pezzi migliori”. Ma è  leggenda smentita dai documenti e, finalmente oggi, dalla musica ritrovata.
La vicenda dell’autografo del Viaggio non è dissimile da quella di altri rimasti in possesso dell’autore. Rossini lo conservò gelosamente in casa fino alla morte, ovviamente privo delle parti riutilizzate nell’Ory. Esso sarebbe dunque dovuto passare alla città di Pesaro, secondo le disposizioni testamentarie che tutta via consentivano alla vedova piena disponibilità. Olympie in effetti attinse diverse volte al corpus degli autografi del marito per gratificare amici e medici curanti.Fu cosi’ che l’autografo del Viaggio fu donato Vio Bonato, il medico che aveva assistito il compositore negli ultimi anni e aveva prestato la sua opera anche alla vedova. Come sia poi giunto a Roma, nella biblioteca di Santa Cecilia, dove è rimasto nei fondi non catalogati per decenni, non è noto. La partitura ancora oggi è chiusa nei cartoni originali, sul primo dei quali Rossini pose la scritta “alcuni brani della Cantata il viaggio a Reims / Mio Autografo G.Rossini”. (…)
Vincolato ad un evento come l’incoronazione di Carlo X, destinato a rimanere sul trono pochi anni, il Vaggio dovette sembrare a Rossini troppo legato ad una singolare circostanza. Da ciò derivò il suo desiderio di riutilizzare la musica e il conseguente divieto di rappresentare ancora la cantata. Ma la decisione derivò anche della sua nuova posizione a Parigi, della sua cautela nel proporre opere nuove e da un rapporto sempre più difficile con la creazione artistica che sarebbe sfociato di lì a poco nel ritiro definitivo. Sappiamo oggi – alla luce di recensioni recentissimi studi – di opere iniziate ed abbandonate, di progetti e di impegni intrapresi e non portati a termine nel breve giro di mesi. Ma la riutilizzazione di parte del Viaggio nel Comte Ory non significa affatto una valutazione estetica sui singoli numeri. L’autoparodia, Il Rossini come un Bach e in tanti altri compositori precedenti, risponde ad un criterio eminentemente pratico di maggiore o minore attendibilità. Sono riutilizzati nel Comte Ory quei pezzi che possono avere analoga funzione in un contesto drammaturgico simile. (…)
Tutta l’opera ricostruita ci consente di conoscere un prodotto assolutamente autonomo nel catalogo rossiniano e un rarissimo tentativo di elevare una “pièce de circonstance” teatrale, musicale, letteraria dell’epoca della Restaurazione, ad un significato cosmopolita ed universale. E se Carlo X doveva soccombere di lì a qualche anno al mutamento dei tempi e dei regimi, non sarà un caso che l’opera lui dedicata, e che sembrava sua volta travolta nell’oblio, riappaia alla luce. (…) Con ciò il Viaggio obbedisce forse al un avvicendarsi dei destini che compete sulla le opere d’arte ai loro creatori.
Da un testo a cura della Fondazione Rossini, parzialmente tratto dal saggio di Janet Johnson (A last Rossini recovered, 1983)

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