Ravello, Belvedere di Villa Rufolo: “Dido and Aeneas”

Ravello, Belvedere di Villa Rufolo
“Dido and Aeneas”
Opera in tre atti su libretto di Nahum Tate.
Musica di
Henry Purcell
Didone VÉRONIQUE GENS
Belinda MARIA GRAZIA SCHIAVO
Enea MAURO BORGIONI
Sorceress RAFFAELE PE
Prima donna – Prima strega – Spririto VALERIA LA GROTTA
Seconda donna  LESLIE VISCO
Seconda strega AURELIO SCHIAVONI
Un marinaio ROBERTO ZANGARI
Cappella Neapolitana
Coro Mysterium Vocis
Direttore Antonio Florio
Maestro del Coro Rosario Totaro
Maestri al cembalo Patrizia Varone, Angelo Trancone       Ravello, 1 agosto 2020
Unico evento operistico della LXVIII edizione del Ravello Festival, Dido and Aeneas di Henry Purcell ha emozionato il pubblico fino alla commozione, seppur cantato in forma di concerto nella splendida cornice del Belvedere di Vila Rufolo. La musica di questo melodramma compatto e conciso si colloca, infatti, tra i massimi capolavori dell’Occidente, ovvero tra quelle creazioni che possono staccarsi dal contesto storico di origine per innescare una fascinazione atemporale. In questa possibilità di attualizzazione il rischio è quello di mistificarne lo stile, il “sound”, la poetica; ma con Antonio Florio sul podio, alla guida della sua Cappella Neapolitana, esso è scongiurato in partenza. Il rispetto assoluto delle dinamiche, del fraseggio, degli equilibri sonori della partitura di Purcell è stato l’atteggiamento interpretativo dominante. Perfetta la resa della gestualità ritmica purcelliana, imbevuta sia della musica francese di Lully, sia della tradizione inglese del Masque. Florio – cui si deve la riscoperta, lungo vari decenni di carriera, d’un intero patrimonio musicale napoletano del Sei e Settecento – sta vivendo in questi anni una sorta di seconda giovinezza che si traduce in pura verve e in energia del gesto direttoriale, sempre abbinata all’attenzione quasi maniacale per le nuances e i dettagli timbrici (squisita la scelta delle percussioni affidate a Gabriele Miracle) comunicata all’orchestra. La Cappella Neapolitana è un insieme di individualità spiccate – eccellenti Marco Piantoni, Paolo Cantamessa e Giuseppe Guida, violini primi – che si muovono come un unico corpo con tante teste, ottenendo un raro binomio tra precisione e calorosità affettiva, tra ragione e sentimento. Non è un caso che questa recita del Dido and Aeneas sia stata preceduta da una scelta di musiche dei balletti tratti dalla semi-opera King Arthur, quasi a voler ambientare il pubblico con un affresco solo strumentale. Florio nel 2016, sempre al Ravello Festival, aveva diretto The Fairy Queen e con Dido and Aeneas si conferma uno degli interpreti più raffinati anche per Purcell. Da notare in particolare la cura esecutiva dei tanti pezzi corali, le cui polifonie son state sviscerate nei minimi dettagli con la stessa ottica altrove impiegata per i brani a più voci dei grandi maestri italiani del XVII secolo, da Caresana a Ricchezza, da Veneziano a Provenzale.
Il Coro Mysterium Vocis guidato dal tenore Rosario Totaro funziona allo stesso modo dell’orchestra: quattrodici cantanti preparati alla stregua di solisti, ciascuno dei quali si è distinto nelle proprie peculiarità pur amalgamandosi in modo impeccabile con l’insieme. Dal coro si staccavano, per interpretare i ruoli di fianco, le bellissime voci di Valeria La Grotta (prima donna, prima strega, spirito), Aurelio Schiavoni (seconda strega), Leslie Visco (seconda donna) e Roberto Zangari (un marinaio).
Ottimi i quattro interpreti principali: Véronique Gens, tra le più applaudite specialiste della vocalità di Lully e Rameau, si è confermata un soprano dagli impasti preziosi e sempre calibrati sulle sonorità dell’orchestra. Negli ultimi anni la sua voce si è scurita e dunque ha dato il giusto corpo sonoro a Didone, regina e donna matura, un personaggio che esige un declamato drammatico e grande espansività lirica, specie nel vertice espressivo dell’opera, il lamento finale che precede il suicidio, momento mozzafiato che nel plenilunio d’inizio agosto è risultato a dir poco struggente. Gradito il ritorno di Maria Grazia Schiavo nel mondo del repertorio barocco che l’ha vista, ai suoi esordi, tra le interpreti più brillanti. Intatta la freschezza e la naturalezza di una voce duttile e corposa, simbolo di una raggiunta maturità anche nel repertorio ottocentesco. Sontuoso l’Enea di Mauro Borgioni, baritono dal volume ampio e robusto che in quest’occasione ha saputo attribuire all’eroe troiano una profondissima (e inedita) malinconia, in particolare nel momento in cui confessa all’amata l’intento di abbandonarla, reso da un pianissimo straordinario. Ogni volta che si ascolta Raffaele Pe vengono meno tutte le diatribe relative all’impiego delle postmoderne voci dei falsettisti, poiché la sua voce è morbida, rotonda, sonora e uniforme nei passaggi tra registri; la sua azione, anche in questo allestimento senza scene e costumi, è coinvolgente e a tratti finanche divertente. Ad arricchire il fascino di questo spettacolo è giunta l’umidità, tanto insidiosa per gli strumenti antichi quanto funzionale a una sorta di “effetto scenico” derivante dalla nebbiolina illuminata dai riflettori che ben rendeva ora l’ambientazione ultraterrena dell’episodio delle streghe – memorabile per precisione ritmica ed equilibrio volumetrico il breve duetto tra La Grotta e Schiavoni – sia la scena conclusiva del rogo di Cartagine che accompagnava il tragico epilogo.Il pubblico, numeroso, ha richiamato più volte sul palco cantanti e direttore. Dispiace che simili perle non approdino, almeno per il momento, a un’incisione discografica. Foto Pino Izzo


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