Parma, Festival Verdi 2020: “Macbeth”

 

Parma, Festival Verdi 2020
“MACBETH”
Melodramma in quattro parti su libretto di Francesco Maria Piave, da William Shakespeare (Versione 1865, Revisione a cura di Candida Mantica sull’Edizione critica a cura di David Lawton). Versione francese del libretto di Charles Louis Étienne Nuitter e Alexandre Beaumont.
Musica di
Giuseppe Verdi
Macebth LUDOVIC TÉZIER
Lady Macbeth SILVIA DALLA BENETTA
Banquo RICCARDO ZANELLATO
Macduff GIORGIO BERRUGI
Malcolm DAVID ASTORGA
Un médecin FRANCESCO LEONE
La Comtesse NATALIA GAVRILAN
Un serviteur/Un sicaire/Premiere fantôme JACOBO OCHOA
Seconde fantôme PIETRO BOLOGNINI
Troisième fantôme PILAR MEZZADRI CORONA
Filarmonica Arturo Toscanini
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore
Roberto Abbado
Maestro del Coro Martino Faggiani
Parma, 11 settembre 2020
In questo 2020 nefasto per il mondo in generale e per lo spettacolo dal vivo in particolare, è già una gioia poter godere di un’opera seppur in forma di concerto; diventa addirittura commovente se si tratta di una performance di ottima qualità in una cornice tanto inedita quanto azzeccata come il parco ducale di Parma. Scelta ed esito non erano scontati, giacché il Festival Verdi si svolge al coperto in varie sedi della città emiliana, ma non in quest’anno di limitazioni per i protocolli di sicurezza sanitaria. Le circa 2000 sedie ordinatamente disposte davanti all’enorme palcoscenico, con lo sfondo di Palazzo Ducale, hanno quindi ospitato un migliaio di spettatori opportunamente distanziati, con un’ottima gestione di entrate e uscite in platea e nel parco, per il debutto a cielo aperto (fortunatamente propizio, nonostante l’umidità) del Festival che doveva incoronare la capitale della cultura 2020 (titolo esteso al 2021). Merito dell’organizzazione è anche quello di aver salvato in gran parte il programma, salvo la parte scenica ed il terzo titolo operistico, riservando quindi l’apertura all’annunciato Macbeth in francese, inedito ai nostri giorni, e che in sostanza è quello definitivo che si conosce dal 1865 ma nella lingua in cui debuttò. Verdi lavorò alla revisione della sua opera del 1847 sul libretto italiano, commissionando versi nuovi al Piave, e non conobbe la traduzione francese che in breve fu realizzata per la nuova première (anzi, il Bepìn se ne disinteressò totalmente) che non riscontrò troppo favore nel pubblico parigino. Come in tutte le traduzioni, qualcosa funziona, qualcosa meno, qualche accento slitta eccentrico, qualcosa funziona a calco, qualcos’altro crea nuovi contenuti. Vince la musica di Giuseppe Verdi, ovviamente, grazie all’alta concentrazione riservata tutta all’esito musicale, trattandosi di esecuzione in forma di concerto. La necessaria amplificazione sembra schiacciare molto il suono, appiattendo in un’unica massa i diversi piani sonori, ma -sarà l’orecchio che si abitua, sarà l’assestamento tecnico- le cose migliorano in corso d’opera. Ludovic Tézier nei panni del protagonista parrebbe perfetto: ci sono voce, timbro, accento, anche qualche interessante sforzo interpretativo che nasconde qua e là qualche indurimento nell’emissione. Accanto a lui Silvia Dalla Benetta, in abiti decisamente da Lady Macbeth, con timbro scuro e senza paura degli acuti, merita un plauso già solo per essersi imparata la parte in pochi giorni per sostituire in corsa la prevista collega (per lei e Tézier, lavorare insieme sulla scena avrebbe certamente prodotto risultati interessanti). Molto buona tutta la compagnia: Riccardo Zanellato disegna un dolente ma ben cantato Banquo, cui la lingua francese dona persino più sfumature. Che Macduff fosse un personaggio decisamente più generico lo sapeva anche l’autore: senza enormi sforzi espressivi lo rende bene nel canto Giorgio Berrugi, cui si affianca il Malcolm baldanzoso e ben timbrato di David Astorga. Ottime notizie anche per le parti di fianco come il medico di Francesco Leone, la Dama/Contessa di Natalia Gavrilan, i molti ruoli di Jacobo Ochoa. Voci bianche carucce ma dimenticabili. Superba la performance del Coro del Teatro Regio di Parma preparato da Martino Faggiani, forse la più penalizzata tanto nella produzione del suono quanto nella sua resa amplificata, relegata al fondo del palcoscenico e ampiamente distanziata, ma capace di rendere sia il fantastico che il grandioso della musica di Verdi pure in queste condizioni e in francese. Rimane il podio, dal quale un ispirato Roberto Abbado governa la Filarmonica Toscanini: un’interpretazione davvero maiuscola e, nel suo equilibrio formale, anche viscerale (il termine di paragone è il ricordo di una ripresa bolognese di un lustro fa, che pareva un po’ superficiale e a tratti persino fracassona). Venerdì sera è emersa tutta la potenza dello sperimentalismo verdiano, in primis gli impasti inconsueti e volutamente sinistri di legni e archi, che non generano mai un suono bello fine a se stesso, quanto piuttosto un suono nuovo, che illustri la lugubre, tesa e soprannaturale vicenda di Shakespeare. La tensione è proprio la chiave di lettura: sempre presente, vigile, teatralissima, culminante nei finali d’atto con soli e coro dove il rischio di “sedersi” sulla bella melodia è più alto. E invece lì, con una zampata da maestro, Abbado inaspettatamente stringe, mantenendo alta fino alla fine la suspense. E senza perdere minimamente il senso del “grandioso”. Magistrale. Il Festival 2020, ribattezzato “Scintille d’Opera”, prosegue con numerosi eventi all’aperto, con il Requiem in questi giorni e con Ernani la settimana prossima: chissà se ci sarà ancora quella civetta (perfettamente adatta all’incipit di Macbeth) e se sarà il caso di assaggiare gli anolini in brodo (chicca disponibile nel servizio bar all’aperto e anch’essa a modo suo commovente). Avanti tutta!
Foto
Roberto Ricci

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