Jean-Jacques Rousseau (1712-1778): “Le devin du village” (1752)

Intérmede in un atto, libretto e musica di Jean Jacques Rousseau. Prima rappresentazione: Fontainbleu, Teatro di Corte, 18 ottobre 1752.
Qualche mese prima che Jean Jacques Rousseau scrivesse il suo “Devin du  Village”, Il critico del Mercure de France, molto poco informato su questo argomento, come lo saranno molti altri critici  del XIX e XX secolo, scriveva, a proposito di una sinfonia eseguita al Concert Spirituel, che la partitura era “di un filosofo che ha come unico passatempo la musica “. Una definizione  frettolosa ed ingiusta, alla luce del fatto che Rousseau era diventato filosofo quasi per caso, partecipando nel 1750 al Concorso indetto dall’ Accademia di Digione, e che fino a quel momento aveva considerato come sua vera professione quella del musicista. Non disdegnando neppure di fare il semplice copista di musica. La passione di Rousseau per la musica risaliva all’infanzia, quando il padre, maestro di danza a riposo, gli suonava qualche Minuetto sul violino o sulla “pochette” ( una specie di piccolo violino, proprio ingombrante adatto per andare a dare lezioni in giro) “quando la sua  gli cantava delle piccole arie alla moda; o quando veniva portato in chiesa a Ginevra e ascoltava i  salmi di Goudimel  e Loys Bourgeois. La vocazione di musicista viene più tardi, all’epoca in cui era alloggiato presso M.me Warens. Era entrato per suonare il flauto a becco nella scuola di canto annessa alla cattedrale di Annency, dove un  maestro gli insegnava i rudimenti musicali. Rigoroso  autodidatta esemplare, è però essenzialmente sui libri che Rousseau ha compiuto i suoi veri studi, che non che non abbandonò praticamente mai e che lo condussero ad assemblare il suo ” Dictionnaire de Musique” (finito nel 1767), molte definizione del quale sono ancora oggi riprese pari pari. A  20 anni, quando ancora risiedeva presso Chambéry,  provò  a scrivere delle opere nello stile lullysta componendone, ovviamente, versi e musica. Sono rimasti dei frammenti allo stato di libretto di un “Iphis”  e di una “Découverte du nouveau monde”.
Rousseau compositore scrisse anche numerose romanze, canzoni e composizioni vocali su testi in francese e in italiano, un’opera incompiuta (“Daphnis et Chloe”, scritta negli ultimi anni di vita) e cinque  motetti, alcune dei quali contengono pagine non prive di interesse. La produzione strumentale si riduce a quattro  brani per due clarinetti,  due arie per carillon, alla citata sinfonia e una marcia militare.
Nell’intento di riformare e modernizzare il teatro lirico, Rousseau si buttò in modo forse eccessivo nella famosa “Querelles des bouffons” che a Parigi opponeva i sostenitori della musica francese a quelli della maniera italiana. Tutta la sua produzione di musicografo è contraddistinta da una smisurata passione filo- italiana, ma i suoi eccessi di linguaggio non devono far dimenticare la positività  di molte sue idee in materia di prosodia francese e di recitativo, che lo fecero apparire come un “Debussysta anzitempo”.

A dispetto di quanto si è scritto, “Le devin du village” non appartiene assolutamente al genere dell’Opéra comique, ma piuttosto all’Opera, della quale possiede tutte le caratteristiche: nessun testo parlato, recitativo rilevante, vocalità in bella evidenza. L’intenzione dichiarata da Rousseau era quella di scrivere un Intermezzo alla maniera della “Serva padron”a di Pergolesi, ma l’Académie Royale de Musique si rifiutò di accettarla così e pregò l’autore di scrivere un Ouverture e un divertimento danzato, per farne uno spettacolo più completo e più conforme al gusto del pubblico parigino del tempo.
L’Ouverture è, chiaramente, di taglio italiano (vivace, adagio, vivace) ed è lecito chiedersi se non sia più semplicemente un rimaneggiamento di quella “Sinfonia per corni da caccia” data da Rousseau nel maggio 1751 ai  Concert Spirituel. Le parti dei Corni, che non compaiono nell’edizione ufficiale, sono state ritrovate fra il materiale d’orchestra conservato nella biblioteca dell’Opéra, così come la parte per flauti nell’Adagio. Per la realizzazione della strumentazione in genere si seguono le prescrizioni date dallo stesso Rousseau alla  voce, “Copista” del suo Dizionario.
Le arie, sono notevoli per il carattere spontaneo e allegro che le ha fatte accogliere nel repertorio della musica popolare del tempo. I recitativi, forma alla quale musicista ha dedicato il meglio di sé, a paragone di quelli di Lully, la cui tradizione interpretativa si era purtroppo alterata e di quelli forse un po’ troppo accademici alla Rameau, sorpresero e conquistarono gli ascoltatori del tempo per la vivacità e la naturalezza della declamazione. Ancora nel 1814,  se ne scriveva giudicandoli  superiori a quelli dell’opera italiana che tanto piaceva a Napoleone. Il divertimento finale, con la presenza del coro,  era di concezione nuovissima: i danzatori mimavano per la prima volta in teatro un azione drammatica completa, intervallata dall’intervento dei cantanti. 

 

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