Modena, Teatro Comunale Luciano Pavarotti, “La Traviata”

Modena, Teatro Comunale Luciano Pavarotti, Stagione d’Opera 2020/2021
LA TRAVIATA”
Opera in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave dal dramma La dame aux camelias di Alexandre Dumas figlio
Musica di Giuseppe Verdi
Violetta Valéry MARIA MUDRYAK
Flora Bervoix ANA VICTORIA PITTS
Annina LUCIA PAFFI
Alfredo Germont MATTEO LIPPI
Giorgio Germont ERNESTO PETTI
Gastone, visconte di Letorières ANTONIO MANDRILLO
Barone Douphol DANIEL KIM
Marchese d’Obigny ALEX MARTINI
Dottor Grenvil FRANCESCO LEONE
Giuseppe ALESSANDRO VANNUCCI
Un commissionario/Un domestico di Flora PAOLO MARCHINI
Orchestra Filarmonica Italiana
Coro Lirico di Modena
Direttore Alessandro D’Agostini
Regia, scene e costumi Stefano Monti
Maestro del Coro Stefano Colò
Assistente alla regia Monique Arnaud
Assistente alle scene Lamberto Azzariti
Coreografie Tony Contartese in collaborazione con STED
Luci Marcello Marchi
Nuovo impianto scenico
Modena, 18 ottobre 2020
Alla vigilia di un nuovo temutissimo lockdown, sarebbe terribilmente cinico e riduttivo fare dell’ironia dicendo che “ha fatto anche cose buone” (la pandemia, si intende). Ovunque no, ma a teatro ci si è ingegnati in tantissime città italiane a trovare o addirittura creare nuovi modi di fare teatro per convivere con le restrizioni necessarie contro il contagio: numeri limitatissimi, distanze minime garantite e molto altro …ma soprattutto creatività. Il Teatro Comunale di Modena, dopo l’ultima alzata di sipario a febbraio (un Falstaff lineare e scorrevole affidato al giovane Leonardo Lidi e costruito con ottimo cast intorno a Luca Salsi), ha messo in piedi in poco tempo questa nuova produzione de La Traviata, curata da Stefano Monti, che di fatto si svolge nella platea del Comunale liberata dalla poltrone e che, cosa più importante, costringe tutti a recitare a 360 gradi. Il pubblico ovviamente contingentato occupa palchi e loggione e, con l’orchestra sul palcoscenico, diventa parte dello spettacolo così come il teatro, la cui architettura (senza troppi rovelli meta-teatrali) segna i confini del mondo e della storia di Violetta e i cui costumi ci portano all’epoca d’oro del Teatro d’opera, inizio XX secolo. Dietro l’Orchestra “capovolta” con il Direttore a dominare la sala, due cornici scarlatte vuote svelano dettagli, colori, camelie, personaggi: un espediente suggestivo (grazie anche alle belle luci di Marcello Marchi, virtuosistiche nel gestire tanto spazio con pochi materiali senza accecare nessuno e valorizzando ulteriormente l’interno del Comunale) ma che sa un po’ di superfluo horror vacui non di per sé ma perché distrae dall’ottima prova di vero teatro che si consuma sulla scena, al centro della platea e degli sguardi del pubblico/borghesia/masnada di guardoni tutti intorno quali siamo. Ne risulta che l’opera, titolo per eccellenza del teatro in musica, è risultata più vicina, letteralmente tangibile, quasi rinnovata nella sua fedeltà a se stessa, e per questo più vera, intensa e toccante. Il plauso va equamente ripartito con una buona compagnia musicale di giovani interessanti, governati dalla bacchetta sensata di Alessandro D’Agostini, equilibrata, “tradizionale” nel miglior senso del termine, anzi invero sapiente di fronte all’inedita (ma efficacissima) dislocazione delle masse: vale la pena ricordare che in questa forma, sul boccascena si allineavano timpani e percussioni senza recare alcun danno all’equilibrio sonoro dell’insieme, e che coro e cantanti si muovevano liberamente in platea ad oltre una dozzina di metri di distanza dal podio, (se non addirittura nel ridotto o fuori dall’edificio, con utili riporti) dandogli le spalle, e il tutto senza una sbavatura. Merito dell’acustica, merito dei monitor, ma merito anche di un’attentissima Orchestra Filarmonica Italiana e di un impegnato Coro Lirico di Modena. Violetta è Maria Mudryak, indubbiamente avvenente e disinvolta in scena, si fa perdonare qualche lieve oscillamento di intonazione di fronte ad un ruolo monstre e se la cava anche musicalmente fino alla fine: denota una provenienza più “leggera” grazie alla coloratura del primo atto e un patetismo forse un po’ generico negli atti restanti, complice l’impossibilità di contatto fisico (limite che viene ottimamente sfruttato a fini drammaturgici). Più corretto e lievemente più compassato è l’Alfredo di Matteo Lippi, fresco tenore lirico con spessore te qualità tali da lasciar sperare ottimi allargamenti di repertorio. Più controverso di tutti è il caso del baritono Ernesto Petti: i mezzi vocali sono cospicui e ben controllati e indubbiamente affascinante è la presenza scenica; tuttavia il suo Germont padre risulta spesso troppo ruvido ed impetuoso, spesso dominato da un’aggressività giovanile più adatta ad un rivale amoroso di Alfredo che ad un padre. Una simile interpretazione (lontana mille miglia dalla mia personale concezione di Germont) ha comunque una sua coerenza: atteggiamenti e gesti di questo Germont trasudano una sorta di altero disprezzo per i personaggi smidollati che incontra, pur accettandone le regole di base della società. Il duetto (ben cantato) con Violetta e la filippica al figlio sembrano quasi delle seccature necessarie per quest’uomo di Provenza tutto d’un pezzo, tanto che non ci saremmo stupiti se, al vedere Alfredo prostrato dalla lettera di lei, gli avesse mollato due ceffoni per tergere il pianto e farlo ritornare orgoglio e vanto di papà. Applauditissimo come e più di tutta la compagnia e il team artistico. Ci sono ottime notizie anche per le parti di fianco: Ana Vitoria Pitts è un’eccellente Flora, e il Gastone di Antonio Mandrillo è ottimo da sentire e da vedere, così come il limpido Dottor Grenvil di Francesco Leone e l’umano Giuseppe di Alessandro Vannucci. Corrette le interpretazioni di Daniel Kim, Lucia Paffi, Alex Martini e Paolo Marchini. Oltre alle coreografie funzionali di zingarelle e mattadori, curate da Tony Contartese, va segnalata una volta di più la mirabile gestione delle masse, finalmente una moltitudine fatta di singoli, che sente, agisce e fa Teatro anche nelle scene d’assieme. Ed è Verdi, il Verdi della Traviata, quindi Teatro della migliore qualità. Per chi se lo fosse perso o fosse solo curioso, la recita è stata ripresa da Opera Streaming, dove si condividono da alcuni anni le produzioni modenesi e, in questo anomalo 2020, anche altre produzioni emiliane: non è come essere a teatro (opzione insostituibile) ma è comunque uno strumento lodevole. Foto Gianluca Camporesi / Naphtalina. 

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