Parma, Teatro Regio, Festival Verdi 2020: “Ernani”

 

Parma, Teatro Regio, Festival Verdi 2020
“ERNANI”
Dramma lirico in quattro parti su libretto di Francesco Maria Piave, dal dramma Hernani di Victor Hugo. Edizione critica a cura di Claudio Gallico.
Musica di
Giuseppe Verdi
Ernani, il bandito PIERO PRETTI
Don Carlo, re di Spagna VLADIMIR STOYANOV
Don Ruy de Silva, grande di Spagna ROBERTO TAGLIAVINI
Elvira, sua nipote e fidanzata ELEONORA BURATTO
Giovanna, sua nutrice CARLOTTA VICHI
Don Riccardo, scudiero del re PAOLO ANTOGNETTI
Jago, scudiero di don Ruy FEDERICO BENETTI
Filarmonica Arturo Toscanini
Coro del Teatro Regio di Parma
Maestro concertatore e Direttore
Michele Mariotti
Maestro del Coro Martino Faggiani
Parma, 25 settembre 2020
Per colpa del (o grazie al) maltempo, il Festival Verdi ha presentato la sua seconda opera prodotta per il 2020 al Teatro Regio: si tratta di Ernani, la cui esecuzione era comunque già prevista in forma di concerto. Una splendida occasione, per tornare in sala (attrezzata dal Regio per 600 spettatori in sicurezza) e per ascoltare un’interpretazione memorabile e inconsueta del quinto titolo verdiano nonché svolta nodale per le scelte drammaturgiche del Cigno di Busseto dopo i grandi drammi corali. Essendo il protagonista il primo ruolo tenorile decisamente importante nel catalogo di Verdi, la tradizione ci ha abituati a imitazioni di Manrico e/o Otello muscolari e tonitruanti, impegnati in una lotta all’ultima ugola con il baritono e, per una volta, pure un basso, lasciando al soprano il suo spazio per sfoggiare la coloratura, se c’è, senza troppi coinvolgimenti emotivi. Un primo grande cambiamento dell’ottica interpretativa si è avuto alla Scala quarant’anni fa con un ancor giovane ed ispirato Muti ed un cast storico, mentre un ulteriore tentativo di “alleggerimento” è documentato dalla Valle d’Itria negli anni ’90, con esiti decisamente alterni (per non parlare della dimenticabile ultima produzione al Regio di tre lustri fa). Il merito è equamente distribuito tra tutti gli artisti schierati (rigorosamente a distanza di sicurezza) ma l’impostazione generale, riconoscibilissima, è sicuramente data dal concertatore Michele Mariotti: forte anche della propria forbitissima gavetta nel repertorio del primo Ottocento, il giovane maestro pesarese mostra tutta la matrice belcantistica del dramma verdiano, alleggerisce il peso specifico della Filarmonica Toscanini (flessibile e attenta ma forse non ancora del tutto “addomesticata” ad una confidenza reciproca assoluta con la bacchetta) senza nulla togliere all’ampio respiro dei “tutti” e dei finali d’atto, che riecheggiano qua e là Rossini, Bellini, Donizetti, e mantenendo una luminosa trasparenza (a scapito della cupezza romantica sedimentatasi sul titolo in 180 anni di tradizione) e soprattutto una sorvegliatissima cantabilità che viene stimolata anche negli accompagnamenti più scarni, senza perdere (quasi) mai di vista le voci, sollecitate al legato, all’accento e alla sfumatura ovunque possibile. Anche le voci appunto si lasciano guidare e rispondono bene, ognuna con le proprie caratteristiche, riscaldando poco a poco una sala inizialmente quasi timorosa e infine generosa di applausi per tutti. Se ci fosse proprio da far le pulci a questo mirabile esito collettivo, sarebbe da rilevare una certa “teatralità ad intermittenza”, che è già di per sé un risultato non scontato in un’esecuzione in forma di concerto: a tratti gli interpreti dialogano come in scena, coinvolti nella “situazione” (gergo verdiano) con accento, gusto e consapevolezza del personaggio; in altri momenti la tensione cala e ci si concentra molto di più sull’esattezza del dettato musicale, con risultati sempre di alta qualità anche se “slegati” dall’azione drammatica. Poco male, a fronte dei cantanti coinvolti: Piero Pretti canta egregiamente il ruolo del titolo, interpretando con gusto più composto che romantico, con nobile distacco, fiati lunghi e senza timore in acuto; accanto a lui Eleonora Buratto allarga il suo repertorio con questa Elvira ben cantata  e sonora in tutti i registri, precisa nelle agilità e in acuto ma veramente forte nelle pagine più patetico/elegiache grazie al timbro ricco e lievemente imperlato di malinconia da Verdi più maturo (il cast tutto sarebbe perfetto forse anche più per i tormentati Masnadieri). Dall’esordio è ben coinvolto il re Carlo chiaro e disinvolto di Vladimir Stoyanov, che inanella diversi momenti memorabili con facilità, al limite dell’esercizio di stile, come nel “Vieni meco” giustamente legato e sussurrato, o nella celebre “Verd’anni” suoi (tanto bella quando moderna, con la sua felicissima coda orchestrale). Grandissimo successo personale arride alla bella prova di Roberto Tagliavini, un Silva per nulla senile né stolido, sempre vigile, partecipe, splendidamente timbrato (e chi se ne importa se due gravi sono appena sfocati a fronte di un canto così bello). Se la cavano onorevolmente anche i comprimari Carlotta Vichi, Paolo Antognetti e Federico Benetti, e al solito eccezionale la prova del Coro preparato da Martino Faggiani: grazie anche all’attenzione di Mariotti, persino l’atteso “Si ridesti il Leon di Castiglia”, solitamente banco di prova di retorica epica/risorgimentale, ha rivelato cura per gli accenti, i contrasti dinamici, la parola scenica… insomma, una lezione di canto verdiano, che, non andrà mai sottolineato abbastanza, fiorisce anche in un contesto difficile come è il Teatro al tempo del CoVid-19, con il Coro distanziato al suo interno e relegato al fondo del palcoscenico. Lunghi applausi, grandi e manifesti consensi per tutti da un Regio che ha finalmente accolto il suo pubblico dopo nove mesi di lontananza. 
Foto
Roberto Ricci

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