Venezia, Palazzetto Bru Zane: I quartetti di Saint-Saëns con il Quatuor Tchalik

Venezia, Palazzetto Bru Zane, Festival “Camille Saint-Saëns, l’uomo-orchestra”, 26 settembre-8 novembre 2020
I QUARTETTI DI SAINT-SAËNS”
Quatuor Tchalik
Violini Gabriel Tchalik, Louise Tchalik
Viola Sarah Tchalik
Violoncello Marc Tchalik
Camille Saint-Saëns:  Quatuor à cordes no 1 en mi mineur, op. 112; Quatuor à cordes n° 2 en sol majeur, op. 153
Venezia, 22 ottobre 2020
Si sta rivelando veramente entusiasmante questo ciclo, dedicato a Camille Saint-Saëns, che ci propone opere meno note – in ambito cameristico – del compositore francese: un altro “famoso sconosciuto”, su cui sta facendo un po’ più di luce il Palazzetto Bru Zane, a fronte di un vastissimo catalogo ancora, in buona parte, da scoprire e valorizzare, ben aldilà dei pochi titoli solitamente in repertorio, quali la Sinfonia n. 3, Il carnevale degli animali, il Concerto per violoncello, il Secondo concerto per pianoforte o il Sansone e Dalila. La serie di concerti finora effettuati, integrati da due conferenze, ha cominciato a delineare una figura di musicista poliedrico, che si è cimentato in tanti generi, nell’intento di contribuire alla fondazione di una scuola francese, confrontandosi, senza complessi di inferiorità, con gli esempi più insigni, provenienti dall’area mitteleuropea. Questo obiettivo fu da lui perseguito fino agli ultimi anni della sua esperienza umana ed artistica. Aveva sessant’anni suonati, quando, nel 1899, decide di affrontare il genere relativo al quartetto per archi – offrendo alla Francia un’opera potente e originale, salutata, fin da subito, come un capolavoro genuinamente “nazionale” – e vi si dedica di nuovo al termine della sua vita, nel 1918. Cresciuto, insieme alla sua generazione, nel rispetto dell’esempio di Beethoven, considerava la composizione per questo ensemble un punto d’arrivo, raggiungibile solo con la piena maturità. Peraltro, la doverosa deferenza verso Beethoven e i grandi “classici” non gli impedì di trovare una strada tutta sua, puntando sull’imprevedibilità, la semplicità e la ricchezza armonica.
I due quartetti per archi di Saint-Saëns costituivano il programma del recente appuntamento, nell’ambito del Festival a lui dedicato. Anche in questo caso gli esecutori erano giovani quanto talentuosi: due fratelli e due sorelle di origini franco-russe – cresciuti in una famiglia, in cui la musica occupa per tradizione un ruolo fondamentale – riuniti nel Quatuor Tchalik, vincitore di prestigiosi concorsi a livello internazionale. Ineccepibile la loro prestazione, in cui si evidenziavano un perfetto affiatamento, una notevole lucidità nella conduzione delle parti, un’assoluta padronanza tecnica, al servizio di un’interpretazione raffinata e sensibile. Ne derivava un grande piacere nell’ascolto; il che non stupisce, trattandosi di musicisti abituati a suonare insieme sin dall’infanzia. Così è avvenuto nell’esecuzione del Primo quartetto per archi – dedicato al famoso violinista Eugène Ysaÿe, che l’ha eseguito in prima assoluta il 21 dicembre 1899 ai Concerts Colonne insieme agli altri membri della formazione che portava il suo nome –, di cui colpisce l’imprevedibilità delle forme, la mobilità delle idee (controcorrente – come si è accennato – rispetto alla moda del tema ciclico), il trattamento diffusamente orchestrale dell’insieme, con effetti talora impressionistici, il frequente predominio del primo violino, in opposizione all’uguaglianza tra i quattro strumenti del modello beethoveniano, il linguaggio armonico sempre limpido è ricco di fuggevoli ambiguità, la fluidità della scrittura nei frammenti contrappuntistici.
L’alto livello interpretativo si è confermato nell’esecuzione del Secondo quartetto per archi, la cui composizione, cominciata all’inizio dell’estate del 1918, fu completata abbastanza presto, in agosto, nonostante il periodo tormentato della guerra. Dedicato all’editore Jacques Durand e a suo padre Auguste, fu eseguito per la prima volta negli Stati Uniti, il 2 dicembre 1919, dal Berkshire String Quartet. Particolarmente apprezzabile è stata l’esecuzione del Quatuor Tchalik, trattandosi di una partitura tutt’altro che facile, per quanto la scrittura sia di mozartiana limpidezza, come si rese conto lo stesso autore ottuagenario, una volta terminato il lavoro. Festeggiatissimi gli interpreti specie a fine serata. Un fuori programma: il secondo movimento, Récit e chanson de Provence, del Quartetto per archi n. 1 in la minore di Reynaldo Hahn.

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