Gioachino Rossini (1792-1868): “Armida” (1817)

Dramma in tre atti su libretto di Giovanni Schmidt. Prima rappresentazione: Napoli, Teatro di San Carlo, 11 novembre 1817.
Primi interpreti:
Isabella Colbran (Armida)
Andrea Nozzari (Rinaldo)
Giuseppe Ciccimarra (Goffredo / Carlo)
Michele Benedetti (Idraote)
Claudio Bonoldi (Gernando / Ubaldo)
Gaetano Chizzola (Eustazio /Astarotte)
Opera in tre atti “a grande spettacolo” è deinfinita l’Armida, l’opera che Rossini mandò in scena cinque mesi dopo La gazza ladra al San Carlo di Napoli.Tratta dal noto episodio della Gerusalemme Liberata (già messo in musica da Lully,  Gluck e Jommelli), fu creata su un libretto monotono e prolisso di Giovanni Schmidt, su indicazione dello stesso impresario Domenico Barbaja, desideroso di sfoggiare una grande messa in scena. Rossini era  poco portato al “fantastico”: lo aveva già dichiarato per Cenerentola, che aveva preferito “attualizzare”, facendone un’opera buffa. Tuttavia nell’opera seria l’elemento fantastico poteva costituire un’esperienza nuova e suggestiva. E così fu, per quanto la partitura dell’Armida finì per essere scritta, come al solito, a rotta di collo e quindi senza la possibilità di approfondire quelle grandi geniali intuizioni che nascevano talvolta come lampi e che si dileguavano senza dare immediati frutti. Ques volta Rossini dovete ritornare ad essere indulgente al virtuosismo dei cantanti (e tra essi era Isabella Colbran, che doveva impersonare Armida e che comandava ormai da padrona, se non sul genio, certo sul cuore del venticinquenne pesarese).

Il “barocco” vocalistico non corrispondeva sempre all’ideale espressivo che Rossini andava maturando, perciò e gli finiva, quando vi era costretto, col riassumere a freddo le vecchie formule vocali contro le quali egli voleva tuttavia reagire., e che non potesse ormai più accettarle, lo dimostrano i numerosi frammenti e le pagine di sorprendente modernità disseminate nella partitura dell’Armida; ma furono proprio questi lampi di “modernità” a sconcertare il pubblico, e l’opera cadde. Fu giudicata frutto di “sforzi inquieti dell’armonia contro la melodia“, palesante “chiara la sua origine italo-alemanna” o addirittura “figlia di un lungo studio (!) di un uomo intollerante, che tanto ardisce…“. In verità, per gli scribacchini dell’epoca che esercitavano la “critica musicale ” , tutto ciò che non era comprensibile e non rientrava nella convenzione era “tedesco”; perciò anche Rossini, che poco ne sapeva, a quell’epoca, di quanto avveniva in Germania nella Germania operistica e forse neppure conoscevo la riforma del Cavalier Gluck (ne certamente che questi aveva pure composto, nel 1777 una Armida in cinque atti), apparve teutone, perché cercò di approfondire, qua e la, la sua ricerca, dando rilievo a nuovi effetti strumentali che si addicevano all’atmosfera magica e fantastica voluta dal soggetto. (…)
Per il finale dell’opera Rossini ebbe (come già era avvenuto nell’Otello) l’idea di una rapida, inaspettata conclusione. Dopo una cavatina disperata, Armida ordina alle furie di distruggere il castello incantato e di inseguire i fuggiaschi: ha quindi inizio un coro tumultuoso, sovrastato dalle grida selvagge delle maga incitanti i demoni alla vendetta e allo sterminio. E la tela cala rapidamente. Un finale simile doveva naturalmente apparire folle; ed il pubblico e non applaudì, ma neppure protestò: rimase come interdetto, mentre “i rossiniani , a passo tardo e lento, partirono pensosi dal teatro “, riferisce un cronista dell’epoca. (Estratto da “Gioachino Rossini”, di Luigi Rognoni, 1977)

 

 

 

 

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