Giuseppe Verdi (1813-1901): “Giovanna D’Arco” (1845)

Dramma lirico in un Prologo e tre atti su libretto di Temistocle Solera, dal dramma “Die Jungfrau von Orléans” di Friedrich Schiller. Prima rappresentazione: Milano, Teatro alla Scala, 15 febbraio 1845.
Primi interpreti:
Erminia Frezzolini (Giovanna, figlia di Giacomo)
Antonio Poggi (Carlo VII, re di Francia)
Filippo Colini (Giacomo, pastore di Domremy)
Napoleone Marconi (Delil, ufficiale del re)
Francesco Lodetti (Talbot, comandante inglese)
Verdi parte da Roma (dove rappresentato  “I due Foscari”) alla volta di Milano alla fine del novembre del 1844: è impegnato in una ripresa dei Lombardi che devono aprire la stagione Scaligera il 26 dicembre. Per le scene milanesi se già impegnato a comporre una nuova opera, per la quale richiama il librettista Temistocle Solera. Dopo Hugo e Byron, Verdi si accosta  a Schiller, che diverrà uno delle principale from fonti dei suoi libretti: quattro opere, oltre a Giovanna D’Arco, I Masnadieri, Luisa Miller e Don Carlo.
Die Jungfrau von Orléans, scritta da Schiller nel 1803, è per l’autore l’esaltazione del sacrificio nel nome di una vocazione soprannaturale. In realtà si tratta di uno dei peggiori testi drammatici di Schiller: ridondante, dispersivo e per di più assai poco fedele alla realtà storica. Da questo testo, già di per sé confuso, il Solera trae un libretto che, anche se ampiamente alleggerito di situazioni e personaggi, appare ancora più incongruente. Nel dramma di Schiller Giovanna si innamora di un cavaliere inglese e da qui parte il conflitto interiore tra amore terreno e missione divina. Nel libretto di Solera Giovanna ama addirittura il re di Francia. La vicenda  risulta ancora più improbabile e solo la musica di Verdi riesce a riscattare, almeno in parte, l’assurdo libretto.
Dopo essersi concentrato sulle cupe vicende del Doge Foscari, con Giovanna D’Arco Verdi si è voluto lasciare trasportare in uno di quei quadri di gusto storico-fantastico, ricco di personaggi e ambienti. In quest’opera il musicista non lesina effetti: marce, processioni, cori interni e voci di spiriti maligni e angelici, con la ricerca di complicati effetti stereofonici. Non manca la musica ispirata, accanto ad altra puramente decorativa. Verdi riesce a rendere credibili i personaggi: Carlo VII, con i suoi tormenti e il suo senso di impotenza, è una sorta di abbozzo di quello che sarà l’altro Carlo, quello dell’opera omonima. Meglio delineata è la figura di Giovanna: il canto passa da momenti di puro abbandono a impennate e a vorticose cabalette, perfettamente aderenti al carattere visionario e all’esaltazione mistica della protagonista. Anche qui abbiamo una figura paterna, Giacomo, che si contrappone, con il suo canto doloroso e severo, a quello di Giovanna. Ancora una volta Verdi ci presente una delle tematiche fondamentali della sua drammaturgia: la difficoltà del rapporto tra padre e figlio.

Al suo apparire, la sera del 15 febbraio 1845, l’opera registra un caloroso successo di pubblico, non così di critica che si mostra alquanto mai divisa: punti ancora oggi i giudizi sulla Giovanna D’Arco sono quanto mai opposti. Questo lavoro, tra l’altro, segna la fine dell’idillio tra il compositore e l’impresario Merelli. Irritato dalla sua amministrazione dispotica che gestisce liberamente le opere del cartellone scaligero, arrivando addirittura a invertire l’ordine del secondo e del terzo atto dei Due Foscari, Verdi non concede più al teatro milanese una prima esecuzione delle sue opere. Passeranno venticinque anni prima che Verdi decida di ripresentarsi alla Scala.

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