Giuseppe Verdi (1813-1902): “Attila” (1846)

Dramma lirico in un prologo e tre atti su libretto di Temistocle Solera, dal dramma “Attila, König der Hunnen” di Zacharias Werner. Prima rappresentazione: Venezia, Teatro La Fenice, 17 marzo 1846.
Primi Interpreti:
Ignazio Mariani (Attila)
Sophie Loewe (Odabella)
Carlo Guasco (Foresto)
Natale Costantini (Ezio)
Ettore Profili (Uldino)
Giuseppe Romanelli (Leone)
Dopo l’insuccesso napoletano di Alzira, nell’agosto 1845 Verdi ritorna a Milano. Il peso del lavoro e un morale decisamente basso riporta il musicista sull’orlo di un altro crollo psicofisico. Gli impegni però sono sempre più pressanti e Verdi, oltre a prendere in considerazione alcune interessanti offerte che gli  vengono da Parigi e Londra, deve assolvere ha una scadenza con il Teatro La Fenice di Venezia. Verdi ritira fuori dal cassetto l’Attila di del Werner, sul quale aveva posato gli occhi al tempo dei Due Foscarei. È una buona trama per l’opera veneziana e al librettista Piave si premunisce di inviare un suo schema del libretto,  con le cosiddette “posizioni”.  Attila e dunque tratto dal dramma dell’omonimo dramma di Zacharias Werner (1768 1823), uno  scrittore di non grande interesse del secondo romanticismo. Zacharias può essere ricordato, e solo il negativo, per essere stato tra gli assertori della superiorità “razziale” del popolo tedesco e il disprezzo per le culture latine.  Verdi non guarda certo a questi aspetti, peraltro abbastanza evidenti nel romanzo, in particolare il disprezzo per gli italici visti come traditori, avvelenatori e intriganti. Anche nel opera verdiana i personaggi di Ezio e Foresto non sono certo modelli di lealtà e sono in evidente contrasto con la figura di Attila, un condottiero del carattere barbaro, ma allo stesso tempo di grande nobiltà e coerenza combattiva. Verdi  però pone allo stesso livello dell’Unno una figura femminile, la bellicosa, fiera e soprattutto italica Odabella. Il  compositore, così, non solo pone una figura vitale, ma aggiunge anche il tema della rinascita, inserendo una scena che non ha riscontro in Werner, la fondazione di Venezia nel prologo.Verdi comincia a lavorare sulla nuova partitura, ma improvvisamente, pensando che il povero Piave non sia il librettista adatto per questo soggetto, passa il lavoro a Solera. Lavorare con Solera  non è però una cosa facile: pigro e perennemente indeciso, deve essere continuamente spronato. Lo stress del compositore si aggrava, la prima dell’opera si avvicina e ai primi di gennaio finisce a letto, colpito da una grave forma di febbre gastrica. Alla fine l’opera va in scena alla Fenice, il 17 marzo 1846, con grandissimo successo. Particolarmente gradita dal pubblico, e non può che essere altrimenti, la scena della fondazione di Venezia. Altrettanto festosa è la reazione del pubblico alla frase che Ezio rivolge ad Attila “Avrai tu l’universo, resti l’Italia a me”.  I veneziani gridano: “A noi! L’Italia a noi!”. Cè da stupirsi come questa frase, fortemente allusiva, sia sfuggita alla censura austriaca! Nonostante l’entusiasmo che Verdi a posto nella composizione, il risultato finale, forse anche ragione del suo stato di salute, e piuttosto discontinuo anche se la partitura contiene pagine di pregevole fattura. Citiamo per esempio, la tempesta che apre la scena della laguna nel prologo e la successiva alba con il coro dei pellegrini in primo piano e la risposta dei profughi lontani, sul mare. Un brano di grandissima efficacia teatrale, così come di  prima grandezza è l’incontro tra Attila e Leone nel primo atto. Attila, terrorizzato, si esprime con breve frasi declamate, gli archi dipingono la paura superstiziosa di cui è vittima: le ritroveremo, anni dopo, nel “Mors stupebit” del Requiem. (Immagini Archivio storico Ricordi)

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