Lorenzo Perosi (1872-1956): “La risurrezione di Cristo” (1898)

Oratorio in due parti per soli, coro e orchestra.
I – Dalla morte al sepolcro – II La risurrezione
Quando apparve la Risurrezione di Cristo fu accolta con entusiasmo  che circondò anche il giovane prete tortonese, il quale, dopo la Passione del 1897, ebbe un entusiasmo creativo che lo portò, nel 1898, alla composizione di ben tre oratori: La Trasfigurazione, La risurrezione di Lazzaro e la Risurrezione di Cristo. E ancora, quando dopo i successi italiani, Perosi il 13 febbraio 1899, diresse La risurrezione di Cristo a Parigi, il pubblico gli tributò lo accolse con altrettanto entusiasmo. Anche musicisti come D’Indy e Massenet ebbero parole di sincera ammirazione.
Da allora  è passato molto tempo, i gusti sono cambiati, l’evoluzione del linguaggio stesso è andato oltre ogni limite del possibile, eppure la  critica, anche in occasione della morte del compositore, avvenuta il 12 ottobre 1956 riconobbe che nell’opera di Perosi rimane qualcosa che resiste ad ogni tempo.
La Risurrezione di Cristo, che è e rimane l’opera, nei suoi valori e  nei suoi limiti, la più caratteristica e popolare, fu accusata di eclettismo stilistico,  più volte rivolto alle composizioni di  Perosi.
Ma se noi sorvoliamo su certi limiti dell’orchestrazione, per altro  giustificabili in un giovane di ventisei anni, su qualche momento di  melodismo facile e  non sempre di gusto controllato, su certe reminiscenze classiche,  proprie di chi usciva dallo studio de
lle opere del passato, noi troviamo nella risurrezione di Cristo pagine che rendono pregevole un’opera che risponde al sentimento dell’anima popolare.
L’oratorio si divide in due parti: Dalla morte al Sepolcro (su versi tratti  dal  Vangelo di San Matteo)  e La Risurrezione (su versetti del Vangelo di San Giovanni). Il Preludio della prima parte è una pagina cui Perosi teneva molto,  una sorta di concentrazione dell’atmosfera morale e spirituale, l’essenza dell’anima e delle passioni del suo dramma sacro: il portale di un edificio, come quelli creati dagli scultori del periodo Gotico e Rinascimentale. Se la descrizione del Terremoto, appare forse un po’ sommaria, ma che ha un tema doloroso “della natura inorridita al ferale spettacolo”, tema che si ripeterà quando sarà chiuso il  Santo Sepolcro, incontriamo una pagina di grande bellezza, il Crux fidelis del coro femminile. Lo Storico – figura tratteggiata sempre liricamente non limitata a un recitativo generico – racconta gli episodi della deposizione e prepara a a un’altra pagina di grande lirismo, dedicata alle due Marie al sepolcro: “Plange quasi virgo”. La prima parte si chiude con il  coro dei fedeli, che all’ Ecce quomodo moritur justus” mostra accenti di sentita devozione.
La seconda parte, più ricca di uno stile personale, è preceduta da un Preludio (“L’alba del trionfo”) dalle sonorità ampie, che culmina nell’ Alleluia gregoriano del coro.  Maria corre al Sepolcro e lo trovo vuoto (il movimento degli archi descrive l’ansia della donna) ed è quasi allietata dall’intervento dell’Alleluia  e dal delicatissimo dialogo dei due angeli: “Mulier quid ploras”.
Punto culminante è l’incontro con Gesù. Preceduto dal racconto  dello Storico, che  descrive  Maria ritorna sui propri passi e incontra Gesù che non  riconosce. La melodia esprime la carica di tenerezza di Cristo che guarda la donna. Dopo le prime parole di Gesù, che in uno slancio di amore paterno la chiama per nome “Maria!”, essa lancia un grido altissimo e singolarmente cromatico “Rabboni”, di grande potenza di drammatica ed emotiva. Tra gli altri momenti sono da segnalare la consegna della volontà di Cristo ai discepoli, il bellissimo “Victimae paschali laudes” col fugato al “Mors et Vita”, il finale dell’Alleluia che esalta la vittoria della vita sulla morte. Tutto ciò basta a rendere questa composizione  viva,  e sempre capace di incontrare il consenso dell’ascoltatore. Un momento importante di una personalità artistica ancora oggi ingiustamente dimenticata. In allegato il testo dell’oratorio

 

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