“Mimì?…Violetta?…Io preferisco Alcina…” Intervista a Francesca Lombardi Mazzulli

 

Incontro Francesca Lombardi Mazzulli in piazza Duomo a Parma, ed è subito come ritrovare una vecchia amica. In effetti condividiamo non solo l’amore per la musica, ma anche la provenienza (Varese) e il liceo in cui ci siamo diplomati. Eppure solo di recente, grazie all’opera, ci siamo avvicinati, e la chiacchierata di stamani, su un caffè e una spremuta, sembra la cosa più naturale del mondo. Prima, però, va specificata una cosa: Francesca è bellissima, nel senso più vero del termine; irradia gioia di vivere e sincerità; è arrivata a questo incontro col suo sorriso e la sua intelligenza implacabile – per fortuna – e il mio problema non è tanto farla parlare quanto stare dietro a tutto ciò che dice. Dopo i primi convenevoli le propongo un gioco: le dirò 5 parole, e da ognuna di queste partirà a raccontarmi quello che vuole. Accetta.
La prima parola è, inevitabilmente, “Barocco”.
“Ma sai che la musica barocca non è stata una scelta immediata? Io ho studiato con Pavarotti e Mirella Freni, quindi la lirica “vera”, Verdi, Puccini… Però contemporaneamente, quando avevo vent’anni, ho conosciuto Ottavio Dantone, che vide in me una predisposizione naturale per questo tipo di musica, e iniziò a farmi lavorare. Così mi si è veramente spalancato un mondo: dopo Ottavio, le mie figure di riferimento più importanti sono state Sonia Prina e Vivica Genaux, che considero tutt’oggi la mia vera mentore, oltre che una grande amica. Oggi, a ripensarci, non vorrei cantare altro: la dimensione della musica barocca è esattamente la mia, e io traggo enorme soddisfazione da questo repertorio.”

Per seconda ti dò una coppia di parole: “Germania” e “Mondo”.
Lei abbozza una risata. “Santa Germania! Scherzi a parte, io alla Germania devo moltissimo, perché grazie al direttore tedesco Hofstetter ho avuto la possibilità per molti anni di lavorare all’Opera di Giessen, e di altre città tedesche. E, benché non condivida in toto il metodo tedesco, che spesso sfrutta allo sfinimento le possibilità dei cantanti, per me è stato una palestra senza pari, dove ho cantato anche Gluck, Mozart, persino un Verdi [“Oberto, Conte di San Bonifacio”, anche inciso per Ohems Classics, ndr]; poi continuavo comunque col barocco, con Biondi, con Dantone, un po’ in tutto il mondo, dall’America all’Estremo Oriente – in Giappone, ad esempio, abbiamo tentato un mix tra opera e teatro di grande bellezza.”
Qual è l’esperienza internazionale che ti è rimasta nel cuore?
“Senza dubbio quella fatta nel 2013 in Bhutan. Faccio parte infatti di questo gruppo chiamato “Frolic” che porta l’opera in luoghi dove è del tutto sconosciuta. Il caso del piccolo regno himalaiano è stato strabiliante, poiché abbiamo fatto Acis and Galatea di Händel mescolandolo con la loro tradizione musicale. Il pubblico era in totale visibilio, sconvolti dalla bellezza di questa forma d’arte occidentale. Probabilmente nei prossimi mesi porteremo a termine un’operazione simile in Cambogia con Die Zauberflöte di Mozart… non vedo l’ora!”
Terza parola: “Donna”
“Non è stato facile, soprattutto all’inizio. Si aspettavano che, essendo giovane e carina, fossi anche propensa a spogliarmi, a usare il mio corpo. Ma questa non sono io, e non lo ero nemmeno allora. Più di recente, invece, mi sono stati preclusi alcuni ruoli per il mio fisico “troppo femminile”: ad esempio, in “Nozze di Figaro” mi offrono sempre la Contessa e non mi propongono mai Susanna, un ruolo per me più divertente e appagante, Oggi l’opera subisce molto la fascinazione del glamour, e spesso a detrimento dell’effettivo talento del perfomer.”

Quarta parola, una questione delicata: “Italia”.
Francesca si rannuvola. “L’opera in Italia è certamente in una situazione non facile, tra agenzie, fondazioni e pubblico. Il barocco si può considerare un’isola felice, perché ha una sua nicchia specifica, dove ci conosciamo un po’ tutti e ci relazioniamo con onestà e stima, senza bisogno di pestare i piedi a nessuno. Inoltre la grande questione italiana è l’educazione musicale: non si può più pensare che essa venga assolta solo in ambito familiare, è necessario che venga inserita nel contesto scolastico, se non vogliamo che tra non troppi anni l’opera venga dimenticata proprio nel suo paese d’origine.”
Ultima parola, per ritornare un po’ più sereni: “Händel”.
“Il mio adorato!” e il suo volto si riapre in un sorriso. “Assieme a Monteverdi e Vivaldi, Händel è uno dei miei numi tutelari, cui sono legata forse anche più che agli autori italiani. Di Händel ho un repertorio vasto: Agrippina, Rinaldo, Lucio Cornelio Silla, Giulio Cesare, Il Trionfo del Tempo e del Disinganno [che qui a Parma ha recentemente  debuttato, ndr], la Resurrezione, il Messiah… non mi stanco mai di lui. Sono stata anche l’unica italiana ad arrivare finalista all’Haendel Singing Competition di Londra! Händel ha scritto il ruolo che amo di più e che spero continuerò a cantare per tutta la vita, cioè Alcina, nell’omonimo dramma.
Concludiamo con una domanda di rito: prossimi impegni lavorativi?
Il progetto della Cambogia di cui ti parlavo, che spero vada in porto al più presto; poi ricominciamo con Delirio amoroso e Le eroine di Händel due spettacoli-concerto al quale ho contribuito personalmente, a Leverkusen in Germania; sempre oltralpe, a Schwetzingen, farò il mio debutto nell’Alcina di Gazzaniga, titolo raro che registrerò anche per Sony; e poi, finalmente, di nuovo in Italia! Farò a Ferrara e Piacenza Farnace di Vivaldi con Federico Maria Sardelli, e ci sarà anche un’altra produzione importante… ma di questa per scaramanzia ancora non ti dico nulla! Foto Giacomo Miglierina

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