Pesaro, 42º Rossini Opera Festival 2021: “Stabat Mater”

Pesaro, Vitrifrigo Arena, Rossini Opera Festival, XLII edizione
Filarmonica Gioachino Rossini
Coro del Teatro Ventidio Basso
Direttore Jader Bignamini
Maestro del Coro Giovanni Farina
Soprano Giuliana Gianfaldoni
Mezzosoprano Vasilisa Berzhanskaya
Tenore Ruzil Gatin
Basso Riccardo Fassi
Regia, Scene e Costumi Massimo Gasparon
Gioachino Rossini: “Stabat Mater” per soli, coro e orchestra
Pesaro, 20 agosto 2021
Chi sa che cosa avrebbe pensato Manuel Fernández Varela, Arcidiacono di Madrid e Sovrintendente della Santa Cruzada, assistendo a una versione scenica e spettacolarizzata dello Stabat Mater rossiniano, di cui egli stesso aveva patrocinato la composizione nel 1831? Sfruttando in parte le strutture e i praticabili del Moïse et Pharaon, Massimo Gasparon ha elaborato la regia, le scene e i costumi per lo Stabat Mater, rivestendo il quartetto vocale dei panni dei personaggi che accompagnano la passione di Cristo secondo i resoconti evangelici e aggiungendo alcuni altri attori, soprattutto per i ruoli di Maria e di Gesù. Quando l’esecuzione inizia, la crocifissione deve ancora avvenire, e le terzine latine della sequenza accompagnano, unitamente alla musica di Rossini, la fase finale della via crucis, il supplizio, la morte e la deposizione di Cristo. Ovviamente, ogni movimento gode di una notevole amplificazione, grazie alle dimensioni del palcoscenico della Vitrifrigo Arena di Pesaro e alla presenza del Coro del Teatro Ventidio Basso, anch’esso in costume. Un’operazione di questo tipo costituisce una risposta netta (ma fuori tempo) all’antico dibattito sulle forme eccessivamente melodrammatiche della musica sacra rossiniana. Inscenare lo Stabat Mater come se si trattasse di un atto di un’opera seria produce infatti un risultato teatrale potente e plausibile, a patto di rinunciare del tutto all’aspetto liturgico, che è invece connaturato all’inno attribuito a Iacopone da Todi e alle sue intonazioni nel corso della storia. Il pubblico del Rossini Opera Festival apprezza moltissimo la rappresentazione, ai cui esecutori riserva un prolungato e intenso applauso. In effetti, Jader Bignamini propone una lettura molto interessante della partitura, analitica ed equilibrata, sempre al servizio delle parti vocali e alla ricerca dei colori strumentali (come nel magnifico fugato finale); non sempre, purtroppo, la Filarmonica Gioachino Rossini corrisponde alle richieste del direttore. I quattro solisti si possono definire voci rossiniane autenticate dal ROF, giacché tre di esse provengono direttamente dall’Accademia che ogni anno prepara i cantanti per Il viaggio a Reims: il tenore Ruzil Gatin, il soprano Giuliana Gianfaldoni e il mezzosoprano Vasilisa Berzhanskaya. Il basso Riccardo Fassi debuttò al ROF nel 2019 nel Demetrio e Polibio, lasciando di sé un ottimo ricordo, che la prestazione attuale rinforza. È dunque un gruppo di voci giovani, dall’impostazione molto corretta e omogenea, cui si deve augurare una ulteriore crescita: Gatin, per esempio, fraseggia con accenti molto puntuali, anche se qualche acuto risuona un po’ forzato; il miglioramento della posizione “in maschera” della voce certamente lo aiuterà nell’emissione. Berzhanskaya, appena ascoltata nel Moïse et Pharaon, ha un timbro assai bello di mezzosoprano (ma sembra dominare anche la tessitura del contralto), che sarà ulteriormente valorizzato dalla capacità di alleggerire il suono. Gianfaldoni conta su un registro centrale pregevole, che le permetterà senz’altro di affrontare importanti ruoli lirici. Un elogio (non scontato) va alle doti attoriali dei solisti, che riescono a coniugare adeguatamente esecuzione musicale e recitazione, al pari dell’ottimo Coro del Teatro Ventidio Basso, istruito da Giovanni Farina. Anzi, i lampi in corrispondenza del tema del Dies irae o i bagliori che scaturiscono dalla croce ormai nuda durante l’Amen finale accentrano l’attenzione proprio sulla massa corale, intesa quale umanità alla ricerca della redenzione. Questa rivisitazione funziona assai meglio rispetto ad altri momenti più hollywoodiani, come quando il centurione ferisce il costato di Cristo o quando si organizza un’estenuante marcia funebre sulla passerella tra fossa orchestrale e pubblico, dopo la deposizione. Una versione così spettacolare della sequenza mariana sembra la prosecuzione audiovisuale del volume «Stabat Mater». Nei tempi della musica d’arte, a cura di Piero Mioli (Patron, Bologna 2020), di cui Riccardo Viagrande ha appena reso conto ai lettori di «GBopera».   Foto Studio Amati Bacciardi

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