Venezia: Myung-Whun Chung ha aperto la Stagione Sinfonica 2021-2022 della Fenice

Venezia, Teatro La Fenice, Stagione Sinfonica 2021-2022
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Myung-Whun Chung
Maestro del Coro Alfonso Caiani
Soprano Maida Hundeling
Mezzosoprano Anke Vondung
Tenore Vincent Wolfsteiner
Basso Thoms Johannes Mayer
Ludwig van Beethoven: Sinfonia n. 9 in re minore per soli, coro e orchestra, op. 125
Venezia, 4 dicembre 2021
In analogia con la recente apertura della nuova Stagione Lirica – in cui si è proposto il Fidelio, a suo tempo programmato per il duecentocinquantesimo anniversario della nascita dell’autore –, ancora la musica sublime di Beethoven, con il suo universale messaggio di libertà e fratellanza, ancora la prestigiosa bacchetta di Myung-Whun Chung sono state protagoniste, al Teatro La Fenice, di un altro evento importante ed atteso: il concerto inaugurale della Stagione Sinfonica 2021-2022. Solisti: il soprano Maida Hundeling, il mezzosoprano Anke Vondung, il tenore Vincent Wolfsteiner e il basso Thoms Johannes Mayer.
 “Scolpitelo in una forma colossale (…), affinché Egli possa, come già faceva nella vita, guardare al di sopra di tutte le montagne, – e quando i battelli del Reno scorreranno e gli stranieri chiederanno che cosa significhi quel gigante, ogni fanciullo potrà rispondere: è Beethoven, – ed essi penseranno che sia un imperatore tedesco”. Con queste parole Eusebio/alias Robert Schumann, invitava i propri concittadini ad erigere un monumento gigantesco al compositore di Bonn, commisurato alla sua grandezza inarrivabile. di cui la Nona sinfonia – opera monumentale essa stessa – è  certamente una testimonianza inconfutabile. È impossibile sottrarsi alla potenza espressiva di questa possente, multiforme costruzione sonora: generoso messaggio, rivolto all’umanità intera – laico e spirituale al tempo stesso –, suggellato da un’apoteosi d’illuministico ottimismo.
Riteniamo che la concezione di Chung – che, tra l’altro, ha diretto tutto a memoria – abbia sostanzialmente rispecchiato queste nostre considerazioni, offrendo una lettura di questa partitura, che ne rivelava l’affinità con un romanticismo, in cui le tendenze solipsistiche vengono diffusamente trascese dagli ideali dell’Illuminismo e della Rivoluzione Francese. Nel ricorrente contrasto tra tonalità maggiore e minore – trasposizione sonora della dialettica tenebre/luce, dolore/gioia –, la vena tragica o patetica non è stata mai enfatizzata, come se i riferimenti a una condizione di infelicità fossero più che altro retaggio del passato, il cui ricordo è reso meno triste dalla fiduciosa consapevolezza di un imminente futuro di gioia. Lo si è colto nel primo tempo, Allegro, ma non troppo, un poco maestoso, aperto dalle famose quinte vuote, che sembravano provenire da un mondo primordiale, prima che le sonorità prendessero gradatamente forma, dando origine al tema principale in re minore, ricorrente in tutto il movimento, nel cui sviluppo si sono alternati diversi climi psicologici – improntati ora all’inquietudine ora alla commiserazione per le umane sventure, ma non così cupi da far venir meno la speranza – fino all’ostinato degli archi sotto il martellante ritorno del tema fondamentale. Particolarmente scattante è risultata l’orchestra nello Scherzo – nella tonalità di re minore come il movimento precedente e inaspettatamente collocato al secondo posto –, una pagina tutt’altro che “leggera” nei toni, rivelandosi, in realtà, un terreno di drammatica lotta, in cui i timpani con la loro vigorosa pulsazione ritmica, si sono confrontati alla pari con i legni e i corni, a loro volta dialoganti con gli archi, in particolare nel Trio in re maggiore, una parentesi più pacata, in cui è prefigurato il Tema della Gioia.
Una vera e propria oasi lirica si è rivelato il terzo movimento, Adagio molto e cantabile – mirabile esempio di arte della variazione, nonché di romantica Sehnsucht –, che faceva pensare al sommesso quanto incrollabile palpitare di un cuore anelante alla felicità, in un’atmosfera estatica, evocata da una raffinatissima trama strumentale, basata sul continuo scambio tra legni e archi, fino all’improvvisa fanfara delle trombe, presagio dell’apoteosi finale.
Una luce via via sempre più luminosa ha rischiarato il variegato movimento conclusivo, aperto da un aspro accordo dissonante, in cui si sono fatti apprezzare, quanto a coesione e fraseggio, i violoncelli e i contrabbassi nel recitativo, con cui inizia l’introduzione orchestrale, nella quale si alternano brevi citazioni dai movimenti precedenti della sinfonia, prima dell’esposizione del Tema della Gioia, sottoposto da Beethoven ad un procedimento di accumulazione, affidandolo prima ai soli violoncelli e poi via via a gruppi di strumenti sempre più nutriti, in un inarrestabile crescendo emotivo. Complessivamente positivo è stato l’intervento – dopo il ritorno della dissonanza d’apertura – del quartetto vocale, anche se, in qualche passaggio, avremmo voluto sentire maggiore compostezza stilistica, richiesta da una pagina così nobilmente festosa. Buona anche la performance del Coro – istruito dal nuovo maestro Alfonso Caiani, che subentra all’uscente Claudio Marino Moretti –, segnatamente nell’episodio, in cui il Tema della Gioia interagisce contrappuntisticamente con quello della Fratellanza universale. Dopo la trionfale conclusione, è esploso, entusiastico, il tributo del pubblico, particolarmente caloroso nei confronti del maestro Chung.

 

 

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