Stoccarda, Berger Kirche: “La Traviata”

Berger Kirche – Konzertreihe 2021/2022
“La TRAVIATA”
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave da Alexandre Dumas figlio.
Musica di Giuseppe Verdi
Versione ridotta a cura di Nicholas McRoberts
Violetta Valery EMMANUELLE CHIMENTO
Alfredo Germont DUSTIN DROSDZIOK
Germont SHENGHAN WANG
Narratore TIMO BRUNKE
Ensemble Balance
Direttrice Friederike Kienle
Assistente alla regia  Angela Lauinger
Coproduzione Ensemble Balance Stuttgart e Opéra Montmartre Paris Stoccarda, 26 giugno 2022
Fin dove può spingersi l’amore di una donna? quanto dolore può sopportare? quale sacrificio di sé che non sia semplice estraniamento ma consapevole partecipazione alle sorti dell’altro può accogliere nel proprio cuore? Questi gli interrogativi che assalivano lo spettatore di fronte all’allestimento in forma semiscenica del capolavoro verdiano curato dall’Ensemble Balance e dalla sua direttrice Friederike Kienle nella Berger Kirche di Stoccarda. L’evento chiudeva la ricca stagione svoltasi nella bella chiesa evangelica posta sulle prime alture del capoluogo del Baden-Württemberg, sulla vista panoramica del corso della Neckar. Ma altre questioni ancora poneva la lettura sociologica di Timo Brunke, autore della selezione delle scene e della brillante, attoriale narrazione degli episodi di collegamento fra i numeri musicali. E cioè quale forza d’intuizione poté guidare tre uomini d’ordine come Alexandre Dumas, Giuseppe Verdi e Francesco Maria Piave – ma qui con Verdi, evidentemente, nel ruolo di dominus – in una così profonda e partecipe esplorazione dell’animo femminile? Al di là di ogni stantio opportunismo di genere, che vuole sempre e comunque la donna in posizione sacrificale, quale lucida e coraggiosa lettura della realtà dimostra Verdi, appunto, nell’accogliere la contraddizione come forza regolatrice le relazioni umane? accettabile, sembra egli dirci, soltanto come catarsi, come salvifica purificazione dalla disumana mercificazione dei rapporti sociali. Si dirà, proprio le contraddizioni del mondo borghese sono il dominio del “Patriarca”, eppure quanto stupefacente suona la capacità dell’operista di rappresentarle al femminile, dove il dissidio fra amore e rinuncia, fuggendo i gorghi fatali del nichilismo, da insanabile aporia dello spirito diviene amore trionfante. Amore tanto più luminoso in quanto frutto di una peripezia complessa, interiore ed esteriore insieme. Come punti salienti, puntualmente ripercorsi nel nostro allestimento, si possono riconoscere l’improvvisa sterzata di Violetta dalla condiscendente accettazione di un rapporto di semplice amicizia alla promessa di un appuntamento con Alfredo (quando la camelia sarà sfiorita), seguita dal tremendo conflitto che in totale solitudine, appartata dai rumori della festa, Violetta vive nel finale del primo atto come lacerante interrogativo: nuova e radiosa prospettiva di vita o ineluttabile continuità di un passato da cui non si può fuggire? Nel secondo atto, nel ritiro di campagna dove gli amanti hanno trovato rifugio ma dove pure vengono raggiunti dall’implacabile Germont, l’effetto ravvicinato, quasi una sovrapposizione, fra la fuga di Violetta verso Parigi, da Alfredo fraintesa come ferma risoluzione di lei di vendere i propri beni in vista della nuova vita in comune (risoluzione che Alfredo presume di poter ancora impedire acquistando egli stesso gli oggetti appartenuti alla giovane), e la lettera di addio in cui Violetta spiega all’amato le ragioni della sua rinuncia. Una lettera che suona inesplicabile ad Alfredo (e l’incontro col padre non aiuta a chiarirne il senso), lasciando il giovane nel dubbio che non sia l’infatuazione per il barone Douphol ad aver sviato Violetta e preparando così il clima di esasperazione che condurrà all’offesa finale in casa di Flora. E ancora un’illusione, ma quanto tenace!, nel terzo atto, nel momento dell’estremo ricongiungimento dei due amanti, in quell’ultimo abbraccio di passione che è puro oblio. D’altra parte, “Alfredo, Alfredo, di questo core / non puoi comprendere tutto l’amore” aveva sentenziato Violetta nelle battute finali del second’atto, proprio in risposta all’offesa ricevuta dall’uomo e allo smarrimento di lui, come annichilito di fronte alla gravità del proprio gesto. Ma proprio in quell’abbraccio, che è sì oblio ma anche liberazione, l’azione scenica allestita da Friederike Kienle e dal suo valoroso Ensemble ha trovato la sua piena e più irruente e felice espressione, fresca delle giovani voci di Emmanuelle Chimento, Dustin Drosdziok e Shenghan Wang, ben coltivate ed educate a una perfetta pronuncia italiana. Vorremmo dire anche il suo conforto, quando lo spirito laico riesce ad avere la meglio sulle divisioni di genere e di cultura.

 

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